La «nuoresità» vista dagli altri


NUORO.Difficile per un viaggiatore entrare nell'animo dei sardi. Quanti sono passati a Nuoro e in Barbagia lungo quasi due secoli, quelli appena trascorsi, ne hanno registrato il tempo immoto, in appunti, taccuini, diari di bordo e tracce di romanzo. Nuoro e i barbaricini vengono osservati nel loro apparire e scomparire, funzionali ad uno schema precostituito.
Da parte dei viaggiatori si sente poco affetto per la terra, per gli uomini e le donne che la abitano. «I latinisti di Bitti - scriveva il francese Valery nella prima metà dell'Ottocento - in preda alle vendette, hanno purtroppo conservato costumi incivili poco in armonia con l'urbanità romana». Come coniugare cioè, con sentire straniero, quanto è la beffa di campanile - Bitti piccola Roma - con la tradizione della faida. Quasi un secolo dopo, nel 1921, lo scrittore inglese David Herbert Lawrence e la moglie Frieda si fermano a Nuoro. Alloggiano nella locanda «Stella d'Italia». È carnevale, che è un altro luogo-tempo classico dei viaggiatori in terra sarda. L'impatto di Lawrence con Nuoro è fatto di «sbirciamo», «occhi queruli di un blu chiaro» e maschere. Si avvertono inquietudine e diffidenza reciproca. Quasi la stessa aura che vent'anni prima avverti il tenente Giulio Bechi, inviato a Nuoro per la guerra contro i banditi che infestavano allora i centri abitati e la macchia.
Il raccontare di Bechi, in arte «Miles» e cioè soldato, testimonia di un duplice stato d'assedio: quello che prinzipales-banditi impongono ai loro stessi compaesani e la militarizzazione della città e delle campagne. La battaglia del Morgogliai, il 10 luglio del 1899, è un epilogo consequenziale a questo clima. Nel sentire di Bechi, che pagò con il carcere l'avere scritto «Caccia grossa», si combattono continuamente ripulsione e affezione, tipico del mal di Sardegna, quanto fa amare e desiderare l'oggetto odiato.
Altra gente passerà per Nuoro e le Barbagie lungo l'intero Novecento. A parte le commissioni parlamentari d'inchiesta, viaggi più o meno lunghi, in strade polverose e acciottolati, per monteras e boschi, per pietraie e muri gettanti ombra, si alterneranno individui e gruppi. Poeti e narratori, giudici e ministri di culto, registi cinematografici e gruppi folk. Difficile per chi poi lo abbia tentato rendere in scrittura e immagini la nuoresità e la barbarie, quella che, per chi la partecipa è anche civitas prima che terra desolata. O di inebriante nepente come lo fu per D'Annunzio di passaggio a Oliena.
Negli anni trenta toccherà a Elio Vittorini dire che a Nuoro «certi uomini» hanno «occhi da lupi», che le cornacchie sorvolano la chiesa del Rosario e che dal cocuzzolo della cattedrale, la statua del Redentore appare come un «bastone», infisso «nella schiena» di una delle «grandi montagne nere d'alberi».
Le similitudini sono conformi allo stato d'animo. Lo stesso di Carlo Levi, vent'anni dopo Vittorini, che però stempera inquietudine e stereotipi in un partecipato racconto antropologico, quando parla dei viaggi e ritorni a Orune. Non che fossero arrivati i tempi moderni. Lo testimonia lo straordinario reportage «Banditi a Orgosolo» di Cagnetta. Altri viaggiatori verranno, reporter e inviati speciali, specie negli anni caldi del banditismo e dei suoi ritorni di fiamma. Ma già a quei tempi si era capaci di organizzare e argomentare risposte. I barbari non si sentivano più oggetti di solo folklore.

Natalino Piras