Un balente tra mito e storia

Lo scrittore Franco Fresi ha dedicato alla figura del Muto di Gallura un capitolo del suo libro «Antica terra di Gallura» edito da Newton Compton/Edizione della Torre nel 1994. Lo pubblichiamo per gentile concessione degli editori


di Franco Fresi
Il muto di Gallura è il titolo di un libro pubblicato nel 1884 da Enrico Costa (1841-1909), uno degli intellettuali di spicco della vivace borghesia sassarese di fino Ottocento per i suoi molteplici interessi di narratore, poeta, giornalista, autore di teatro, storico, archivista del Comune e musicista. Fra le sue opere vanno ricordate per popolarità (e infatti si stampano ancora) «La bella di Cabras» (1887), «Giovanni Tolu (Storia di un bandito sardo narrata dal medesimo, preceduta da cenni storici sui bandidi del Logudoro, 1897) e, appunto, «Il muto di Gallura».
Ma chi era questo personaggio che molti considerano una figura leggendaria della credenza popolare? «Il muto» è realmente esistito. Era un uomo in carne e ossa, intelligentissimo e astuto, biondo, di statura media, agile come un capriolo, dalla vista acutissima e dal naso arcuato in modo cosi vistoso che Ghjuannantoni Mannu, quando mandò i suoi sicari per ucciderlo, diede loro l'incarico, per essere certo che fosse morto, di portargli la sua pistola istoriata e quel naso inconfondibile.
Notizie attendibili perché fuori dalla finzione romanzesca, anche se non certissime. Di certo sappiamo soltanto che aveva un giro di vita di 71 centimetri. A fornire questa curiosa notizia è il pronipote, discendente diretto e suo omonimo, Sebastiano Tansu, di Aggius, che conserva gelosamente la cartuccera dell'antenato, uscito per merito di una penna illustre dell'anonimato in cui hanno trovato pace milioni di suoi simili. È una cartuccera in pelle, con contenitori più piccoli per le pallottole uno più grande per l'acciarino. Confezionata da mani esperte (quelle sue, del «muto»), è di fattura che si direbbe raffinata anche se inconfondibilmente artigianale. Trapunta con filo giallo e turchese, reca nella parte anteriore, ben distanziati l'uno dall'altro, quattro cuori ricamati con lo stesso filo, come quelli che gli innamoratini alle prime armi disegnano sulla corteccia degli alberi e sui banchi di scuola. Dalla fibbia in ferro fino alla sua parte terminale, e precisamente al quinto foro, dove la fibbia stessa ha lasciato una traccia inequivocabile, segnata dall'uso, la cintura misura esattamente 71 centimetri. Una misura quasi da bambino: quella che doveva avere, del resto, un uomo sempre in viaggio, fuggiasco o inseguitore, di giorno e di notte, attraverso le impervie montagne di Aggius e di l'Infàrru, sulla strada per Trinità d'Agultu.
Costretto dall'uccisione del fratello Michele ad entrare sulla scena della faida sanguinosa che, originata da uno sconfinamento di bestiame, sconvolse Aggius tra il 1849 e il 1856 e segnò il destino delle famiglie dei Pilèri, dei Vasa e dei Mamia, il «muto», capro espiatorio, per la sua diversità, delle paure e delle ansie della collettività, impersonò nell'opinione pubblica gallurese del tempo l'immagine del vendicatore inesorabile, tanto da essere soprannominato «il terribile» e considerato dai suoi concittadini figlio del diavolo.
Figlio di modesti pastori, il «muto» (dal registro dei nati del 1827 dell'archivio parrocchiale di Tempio risulta battezzato il 29 di ottobre) ha un'infanzia tempestosa resa insopportabile dalla sua menomazione, oggetto molto spesso della derisione dei coetanei. Quando però il giovane si accorge di avere dalla sua la forza fisica e l'intelligenza, fa di queste doti l'arma della rivincita contro il destino. Molto legato alla ricca famiglia aggese dei Vasa, partecipa al fidanzamento di Pietro con Mariangela, figlia di Antonio Mamia rispettato prinzippàli di un'altra potente famiglia del paese.
Ma siccome i Vasa erano in contrasto con quella dei Piléri, ai quali erano anche imparentati, per un banale sconfinamento di capre, Antonio Mamia, sollecitato dai Piléri suoi congiunti, cerca di appianare ogni questione per il bene comune. Pietro Vasa non ne vuole sapere; ne nasce cosi un'inimicizia che porta allo scioglimento della promessa fra Pietro e Mariangela.
Qualcuno a questo punto attenta alla vita di Pietro Vasa, che si salva per miracolo. È l'inizio di una carneficina. Uno dei killer dei Vasa è Michele Tansu, fratello amatissimo del «muto», che si dà alla macchia quando sa che qualcuno lo ha ucciso. È la volta di Michele Mamia, ancora quasi bambino e fratello di Mariangela, a cadere sotto una scarica di fucile. La vendetta è immediata, e anche la vecchia madre dei Vasa viene stroncata dal piombo omicida. Pietro Vasa si dà alla macchia per vendicarla. Anche il vecchio Antonio Mamia viene ucciso.
Accade a questo punto qualcosa che rassomiglia al miracolo: per precisa volontà del governo italiano e per l'interessamento del parroco di Aggius Leonardo Sechi e dell'intendente di Tempio Raimondo Orrù, si riesce a riappacificare le tre famiglie protagoniste della faida.
Il 26 di maggio del 1856 viene celebrata a Tempio, nel campo detto di San Sebastiano, la cerimonia delle «paci».
Anche «il muto» partecipa alla cerimonia e anche lui giura di non uccidere più. Riprende la sua latitanza attraverso la Gallura superiore; frequenta soprattutto la contrada di l'Infarru, dove, nello stazzo di L'Avru, abita il pastore Anton Stefano, suo carissimo amico e padre di Gavina, della quale è perdutamente innamorato.
Anche Gavina, sedicenne e bellissima, ricambia l'amore del «muto» al quale regala una sua medaglietta sacra in rame che porta fin da bambina. Il bandito, prendendo e baciando la medaglietta, giura che se la toglierà soltanto quando avrà deciso di morire.
Ma Gavina, a un certo punto, gli preferirà Giuseppe, cugino di lei, che tenterà addirittura di uccidere il rivale. Il «muto», pazzo d'amore e di sete di vendetta, uccide Anton Stefano e poi, in una notte di tempesta, scompare tra le forre delle montagne di Aggius che, secondo la credenza popolare, portano all'inferno.
Questa stessa notte Gavina, che sta per sposarsi e trasferirsi a Bortigiadas, trova sul davanzale della sua finestra la medaglietta di rame; sa cosi che il suo innamorato bello e feroce non esiste più.
Uno solo, dice il Costa, conosce la verità sulla sua scomparsa: è il parroco di Aggius, che però si guarda bene dal rivelarla.
«Alla pagina 76 del volume III del libro dei morti di Aggius leggesi una memoria dalla quale risulta che nel giorno 28 di giugno del 1859, i parenti di Bastianu il muto hanno fatto celebrare le sue esequie, pregando pace all'anima sua». La sanguinosa vicenda che troncò più di settanta vite umane ebbe quindi la sua eronia in Mariangela Mamia, donna di straordinaria bellezza e ricca non solo di stazzi e bestiame nelle contrade di Vignola ma anche di quella grazia femminile tutta gallurese che si completa armonicamente nella virilità d'un compagno. E ricca anche di modestia, se è vero che nel 1883 lo stesso Enrico Costa venne da Sassari per fotografarla, ormai abbastanza in là negli anni: ma non ci riusci. La segui fino alla chiesa, dove la donna si rifugiava sempre più spesso col passare del tempo e cercò di sorprenderla mentre pregava: Mariangela nascose il viso nella cappitta, il tradizionale copricapo gallurese che scendeva fino alla vita. Alla fine, sull'ardire del cronista prevalse la discrezione del gentiluomo.
Mariangela abitava a due passi dal famoso monte detto del Tamburo. Sulla sua cima un gigantesco masso di granito, sospeso quasi in precario equilibrio, rullava (e rulla ancora) nelle notti di vento, evocando i rumori sordi dell'inferno, cosi come l'immagina la fantasia popolare. Visto da qualche centinaio di metri, dalla stessa casa di Mariangela (che adesso è della pronipote Geromina Spezzigu-Mamia), il «Gran Tamburo» sembra diffondere intorno a sè un certo potere malefico, inserito com'è nel coagulo surreale dei monti di Aggius, dove una madonnina in granito, finemente modellata dalle mani estrose del vento, stringe al petto, il suo bambino minacciato da un mostruoso diavolo ungulato, a disagio anche lui contro il cielo luminosissimo del tramonto.
Ma forse la vera eroina della vicenda narrata dal Costa è Gavina (Baigna, in gallurese), non foss'altro che per quell'amore incompiuto, forse ai margini della pietà, per il quale fu sul punto di concedersi al «muto» pazzo d'amore per lei.
Ma chi era in realtà Gavina, figura minore del romanzo ma allo stesso tempo importantissima per il destino di Bastianu? Nel vicino paese di Bortigiadas una sua diretta discendente (non vuole si dica il suo nome) parla di lei come di un angelo. Snella e dai capelli nerissimi, quando conobbe il «muto» non aveva ancora compiuto sedici anni. Lo amò sinceramente, neppure dopo che le uccise il padre riusci ad odiarlo. Fu lei, vecchissima, a confidare a mio nonno - dice la donna di Bortigiadas - dove avevano sepolto il «muto», le cui ossa molti credono siano racchiuse dentro il tronco di una quercia cava che l'andare del tempo le ha fatte sue come fossero anche'esse di legno. Fu ucciso invece in un sito detto San Giuseppe, vicino a Trinità d'Agultu, e il suo corpo fu sepolto e dissepolto tre volte fino a che fu lasciato in una tanca vicino a L'Avru, detta Gambaidonna, tra tre cumuli di pietra raccogliticcia. E non è vero ciò che afferma il Costa nel suo romanzo, quando dice, che oltre alla fiaschetta per la polvere, non esistono altri oggetti del muto; oltre alla cartucera che avete già visto, esiste anche una rucca (una conocchia) per filare la lana, in legno lavorato, che ho io ma che non voglia dimostrarvi.
A pensarci bene, il vero protagonista del romanzo di Enrico Costa fu l'odio che arse in quegli anni lontani in Gallura e per il quale non valsero neppure «le paci» di San Sebastiano. La vera pace sarebbe stata raggiunta molti anni dopo, ad Aggius, di fronte al vescovo di Tempio monsignor Sanna, al sottoprefetto, al procuratore del re cavalier Cossu, e al signor Pietro Serra, sindaco di Aggius. Del «muto» è rimasto soltanto il ricordo di un uomo-simbolo che lotta e muore per odi e amori non soltanto suoi, ma dei quali si imbeve come l'antica quercia cava si è appropriata delle sue ossa di legno.