Quella tragica giornata di sessant'anni fa


OLBIA. L'ultimo fotogramma si impregna dello sguardo di Paolina Manueddu Degortes. Ha 85 anni, e occhi intensi. Dice: «Io l'ho sempre aspettato». L'inquadratura indugia sul ritratto. Paolino Degortes il 14 maggio 1943 aveva 32 anni. Anche lui mori sotto le bombe. «Quando sono sola gli parlo, per me è sempre presente». Poi, con una tristezza composta che hanno solo i vecchi, piange.
Il porto di Olbia era un obiettivo strategico. Gli angloamericani a febbraio avevano già distrutto Cagliari. Tre mesi dopo la flotta fece rotta verso il nord dell'isola. «Oe la lea' Tunisi», scherzano li sotto. Da quota tremila metri, invece, gli aerei lasciano piovere 108 bombe da 500 libbre.
Quel giorno, a prenderle, era la vecchia Terranova.
«Una delle poche costruzioni in cemento armato - racconta la maestra Giovanna Roccaforte, che all'epoca aveva 13 anni - era l'abergo Italia. Molte persone si rifugiarono nelle cantine. E si salvarono. Ma il resto andò distrutto». Da quelle macerie ne nacque un nuovo palazzo, e poi l'Olbia Expo. E' giusto che la commemorazione del bombardamento di Olbia avvenga proprio in un edificio ferito. La professoressa Eugenia Tognotti descrive gli eventi storici, parla il sottosegretario alla difesa Salvatore Cicu, interviene nel convegno anche il sindaco Settimo Nizzi e l'assessore alla cultura Paolo Calaresu.
Poi riparte il documentario di Marella Giovannelli e Mauro Orrù.
Quando, alle 11 in punto, dalla base algerina di Bertaux decollano i bombardieri, Olbia è semideserta. La maggior parte della gente aveva preferito mettersi al sicuro nelle campagne. «Nel cielo si udi un fragore che non dimenticherò mai - continua la maestra Roccaforte - come un'onda del mare che avanza».
Bruno Laconiè sfollato a Putzolu, e da lontano vede la città avvolta dentro un nuvolone scuro. Anna Spano, da Santa Mariedda, osserva Olbia spaccarsi sotto la pioggia di bombe. I bimotori B25 Mitchell, dopo aver superato la contraerea e gli intercettori di vena fiorita, rovesciano il loro carico di morte sul porto vecchio, sulle navi ormeggiate, sulla capitaneria, poi sul centro storico, sulla chiesa e sulla zona bassa della città.
Tonino Conteaveva sette anni. Un amico dice al fratello: «Andiamo a rifugiarsi in Comune». Ma loro preferiscono rientrare a casa. «Quando è caduto il primo ordigno, ho visto mio fratello volare. Lo spostamento d'aria lo aveva preso in pieno. Si era rotto una gamba. Poi ci siamo sistemati sotto un tavolo. Le pareti della stanza si sono squarciate, i calcinacci scendevano giù, ma il tavolo ci ha protetti».
Nardino De Filippi(padre di Maria Grazia, ideatrice della manifestazione) quando alle 14 suonò la sirena, aveva appena lasciato il Comune. Il suo turno di lavoro era finito. «Le esplosioni è come se mi seguissero. Per tre volte, in tre punti diversi della città, ho sentito i boati vicino. Poi, qualche ora dopo, era uno scenario di morte. Ho visto corpi sbrindellati, membra sparse sui rami degli alberi». Torna al Comune. Dell'edificio è rimasto un ammasso di macerie. C'è suo cugino, seduto li che piange: «Pensava che io fossi ancora dentro». Nardino gli si avvicina da dietro, lo tocca sulle spalle: «Allora non sei morto, mi disse, e urlava dalla gioa».
Alcuni portuali sapevano le banchine non erano sicure. Le navi avrebbero attirato gli aerei e gli ordigni come mosche. Dovevano andarsene. Si nascondono sotto la tettoia del municipio. Una bambina di tre anni nella confusione si perde. Piange disperata, non trova i genitori. Gli scoppi si susseguono, i portuali la prendono in braccio e la portano con loro al sicuro, dentro il Comune. Non si è mai saputo chi fosse quella bambina, il cadavere non è mai stato riconosciuto.
Paolino Faisaveva 18 anni e gambe svelte. Le bombe sono cadute e lui se l'è cavata. Ora vagola curioso dentro uno scenario irriconoscibile, fatto di fumo e calcinacci. «Ho visto un mezzo busto che spuntava da terra - racconta - Mi avvicino ed era una donna. Mi chiede: aiutami, tirami fuori di qui. Io scavo, la libero ed era nuda. I vestiti a brandelli. Chi sei? le domando. E lei, portami via, poi te lo dico. La prendo in braccio e la porto in un presidio medico. Era una prostituta: non voleva dirmelo per paura che la lasciassi li, a morire».
La mattina del 14 maggio 1943 non era un bel giorno per andare a lavorare. Il radiogiornale non prometteva niente di buono. L'attacco degli alleati era nell'aria.
Veneranda Pileri Azaraaveva sei anni. Con la famiglia si trovava a Su Canale, in aperta campagna. Il padre, Giovanni Pileri, quella mattina l'ha salutata ed è andato in ufficio: era impiegato del Comune. E' stata l'ultima volta che l'ha visto. Da quel 14 maggio Veneranda, ogni domenica, con la mamma andava al cimitero a portare dei fiori, che depositavano su una tomba, senza scritta nè foto. La piccola non sapeva per chi erano quei fiori.
Ma suo fratello era più grande, aveva 12 anni, e sapeva che suo padre era morto e il cadavere era ancora sotto le macerie del Comune che marciva. La guerra aveva messo Olbia in ginocchio, non c'erano i soldi per scavare e recuperare le vittime. Allora il fratello di Veneranda aveva un chiodo fisso: «Prendo la zappa e lo tiro fuori io, a babbo».
Un pomeriggio del 1946 un amichetto gli dice: «Compà, al Comune stanno tirando fuori un sacco di morti». E lui: «Ora vado, mi piazzo vicino al fosso, accanto agli operai, e controllo». Da sotto terra riemerge un porta sigarette, una chiave e una lametta: appartanevano a Giovanni Pileri. «Fermatevi! E' mio babbo».
Un'ora più tardi Veneranda Pileri è in casa con la madre. Bussa una zia. Dice trafelata: «Hanno trovato Giovanni». La mamma comincia a urlare. Veneranda ha 10 anni e mezzo, e con l'ingenuità di una bambina pensa: «Ma perchè mamma grida, finalmente babbo è tornato». La madre si calma e dice: «Ora prendiamo il lenzuolo del matrimonio e lo sistemiamo dentro la bara».
Non sapeva che la bara sarebbe stata una sola, per tutti i dodici corpi ritrovati.

Luigi Soriga