Il verde della Provenza? E' a Sassari

Sulla strada per Ittiri, nella località Piandanna, c'è un piccolo sentiero asfaltato che s'inerpica con superbia tutta campagnola su una collinetta immersa nel verde, da cui poi si domina un vallone che scivola verso il mare. Per raggiungere la casa di Liliana Cano, pittrice sassarese di razza friulana (nel senso che è nata a Gorizia, ma del tutto casualmente), occorre assecondare il sentiero che si crede una strada nel suo gioco di curve per qualche centinaio di metri, finché ci si imbatte in un vero marciapiedi. «E' l'unica casa con il marciapiedi», ci ha detto al telefono la signora Cano, come principale indicazione topografica. Perciò è stato facile trovarla.
All'ingresso della villetta, tra un cortile in terra battuta e un orto che ha tutta l'aria di cavarsela benissimo da solo, Liliana Cano aspetta sorridente, con l'aria della perfetta campagnola vissuta in Provenza. E in effetti, dirà più tardi, proprio nella bella provincia francese dei cantastorie medievali ha vissuto per più di quindici anni, dopo la grande stagione della pittura sassarese.
Dopo l'ampio soggiorno, entriamo in una specie di vestibolo trasformato in studio pittorico. Sul fondo c'è un plastico in scala che rappresenta la cappella di un altare, con un paio di immagini sacre abbozzate. Ma le vere immagini, in grandezza naturale, appaiono già in fase di lavorazione avanzata su una parete laterale. Rappresentano un Padre Pio ingobbito e anche un po' spaventato dal peso del mondo imposto dall'alto, mentre accanto a lui c'è una Madre Teresa di Calcutta sorridente, anche lei leggermente curva, ma dallo sguardo ben consapevole d'aver scelto il mondo giusto da tenere sulle spalle. Se è vero che un artista non fa altro che descrivere se stesso, si capisce subito che Liliana Cano, se fosse stata messa nelle condizioni di scegliere, sarebbe volata a Calcutta.
«La passione per la pittura - dice - l'ho presa da mia madre, maestra elementare e ottima pittrice lei stessa. Mentre l'inquietudine per la vita l'ho ereditata da mio padre, ingegnere factotum e giramondo, il quale lasciò la Sardegna con mia madre, dopo la Grande Guerra, per lavorare alla ricostruzione del Nord Italia. Ecco perché io sono nata a Gorizia».
Ma l'ingegner Cano, oltre che un ottimo padre, era anche una persona inquieta, perennemente alla ricerca di qualcosa che soddisfacesse la sua voglia di agire. Cosi, da Gorizia si trasferi a Milano, dove lavorò alla Pirelli, poi a Roma, dove avviò addirittura una serie di attività industriali. «Era un uomo 'abile", nel senso che sapeva fare proprio di tutto - dice ancora Liliana Cano con un sorriso ironico e affettuoso - tranne che incassare!». Cosi, dopo qualche piccolo tracollo, l'ingegnere decise di cercarsi anche lui un posto 'sicuro" e partecipò a un concorso direttivo nella scuola. Lo vinse e diventò preside di una scuola di avviamento superiore di Barletta, dove trasferi nuovamente l'intera famiglia. Ma Sassari che c'entra in tutto questo? In che cosa ha influito nel percorso di crescita della piccola Liliana?
«Prima dei vent'anni io non l'avevo mai vista. E tuttavia la conoscevo molto bene, attraverso gli occhi di mia madre, che me ne parlava tutti i giorni, perché lei ci aveva davvero lasciato il cuore».
Nel '45, finalmente il rientro a Sassari della famiglia Canu. Lei, Liliana, ha già 21 anni e un diploma dell'Accademia Albertina di Torino, con indirizzo artistico.
«Ritornammo a Sassari perché lassù, al Nord, la guerra non era ancora finita. L'eco dei bombardamenti ci era rimasto nelle orecchie. Ma soprattutto si viveva all'interno di un mondo cosi pieno di odio che si tagliava a fette, e ognuno si sentiva nemico dell'altro come durante la guerra vera e propria. Sassari ci apparve perciò come una sorta di paradiso terrestre a lungo sognato».
A Sassari, Liliana incomincia a insegnare disegno negli istituti di avviamento, e intanto si guarda attorno, a fiutare il mondo dell'arte sassarese, che, come tutti gli altri settori della vita cittadina, sta lentamente tentando di recuperare un ruolo e una funzione. I nomi più importanti, per la giovane pittrice"continentale"? Costantino Spada e Libero Meledina.
«I miei idoli di allora! Ai miei occhi di ex adolescente appena cresciuta, Spada era una specie di Van Gogh nostrano, un sanculotto senza macchia e senza paura. Lui era davvero uno spirito libero, che s'infischiava dei pregiudizi e proseguiva sempre diritto per la sua strada. Era estroverso e generoso, e partecipava a tutto senza mettersi problemi di nessun genere. A lui bastava uno studio, una tavolozza, dei colori e un buon bicchiere di vino per esprimere tutta la vitalità che si portava dentro».
Insomma un 'greffaiolo" di grandissimo talento. E Meledina, invece, che tipo era? «Lui era un tipo più introverso, chiuso, quasi ascetico. Quando ancora non lo conoscevo, lo incontravo spesso per la strada, e credevo che fosse un musicista».
A questo punto Liliana Canu afferra un carboncino che fa scorrere con mano abile su un grande foglio bianco. Disegna per prime una serie di curve piene e nere dal tratto sicuro: «Ecco, questo era Costantino Spada!». Poi, di seguito, quasi in continuazione col tratto precedente, come a escludere soluzione di continuità, disegna alcune linee articolate, come piccoli arabeschi contorti e pieni di luce. «E questo era Libero Meledina». Poi, per tutto il tempo del nostro colloquio, le sue dita morbide passano e ripassano su quei ghirigori dimostrativi e li arrotondano, li ammorbidiscono, li trasformano in curve, in corpi sfumati che i polpastrelli accarezzano con delicatezza, come a volerli trattenere il più a lungo possibile. «Conoscendo loro, ho modificato completamente il mio modo di dipingere, che prima era vivace, squillante, mentre loro preferivano i colori della scuola spagnola, un po' cupi, forti, a volte torbidi e macerati. Credo che mia madre non m'abbia mai perdonato questo mio tradimento, ma loro per me erano i miei dei».
Erano i tempi non solo di Spada e Meledina, ma anche di Giuseppe Magnani («Un gran signore»), di Cesare Bazzoni, Pietro Antonio Manca, Stanis Dessy, Filippo Figari, Ausonio Tanda, Vincenzo Manca, Eugenio Tavolara. Un stagione quasi irripetibile, un rinascimento artistico di cui la Sassari del dopoguerra sentiva prepotentemente un grandissimo bisogno.
«Quando facevamo le mostre dei nostri quadri, nella Galleria Dessi o al Cancello, diventavano sempre avvenimenti culturali di grande richiamo, e le opere si vendevano nello spazio di poche ore. A quei tempi, non ci voleva molto a organizzare una mostra. Pensi che quando finirono di costruire il grattacielo, chiedemmo i locali del piano terra, non ancora rifiniti, e lo inaugurammo tutti insieme con una mostra collettiva che fece epoca».
Ma col finire degli Anni Settanta, qualcosa incominciò ad incrinarsi. Il rapporto fino ad allora quasi idilliaco fra i sassaresi e i suoi artisti si fece sempre più blando, distaccato, lontano. Come se altre sirene avessero incominciato il loro lavoro di incantamento. A questo punto, nel 1979, Liliana Cano capisce che è giunto il momento di seguire i suoi antichi amori giovanili: la Francia, Parigi, la Provenza, i luoghi della primigenia bohemien sognata da bambina. E parte. Rimarrà in terra francese per oltre quindici anni.
«Poi la lontananza, la solitudine, quel senso di freddezza e di distacco che solo i francesi sanno comunicare, la voglia di ritrovare il calore umano che solo questa città riesce invece a darti, e soprattutto la necessità del calore familiare che si faceva sempre più pressante, mi richiamarono a casa. Ora sono di nuovo qui, con i miei figli, non ho nostalgie da coltivare, il lavoro non mi manca e non mi manca più nemmeno il verde della Provenza».
Già, il verde. Liliana Cano è convinta che solo al suo ritorno la nostra città e i suoi dintorni abbiano acquistato, magicamente, la giusta gradazione di verde che mancava ai suoi desideri. «Nel dopoguerra era tutto secco - ricorda -, arido, non c'era un solo filo d'erba. Almeno io non lo ricordo».
La sua famiglia, dice, era andata a vivere in via Savoia, l'ultima traversa di viale Trento. «Davanti alla mia casa c'era una grande muraglia che limitava un vasto terreno asciutto e secco, senza neppure un fiore o una foglia». E qui, la mano corre di nuovo al foglio bianco, su cui disegna una serie di punti neri, che collega fra loro, creando un fittissimo labirinto di sentieri. «Ecco - dice -: questa era la 'Città delle Formiche", cosi la chiamavo io. Ogni buco corrispondeva a un formicaio, e loro, le formiche, camminavano incessantemente lungo le strade che collegavano i formicai, senza mai fermarsi. Sembravano cercare qualcosa. Ma poi, all'imbrunire, ciascuna ritornava svelta svelta alla propria tana. E sembrava felice». La guardo un po' stranito. Lei sorride e mi porta davanti alla porta finestra a vetri del suo studio che dà su un vallone. «Vede quella costruzione laggiù? Secondo me è castello. Secondo lei, che cos'è?» Mi sembra una fortezza, dico. E lei: «No, è una porcilaia». E ride. Allora capisco ciò che anche lei ha finalmente ha capito: ciascuno la sua Provenza, piena di verde e di magici castelli, se la porta sempre dentro. Basta guardarla con gli occhi giusti.