Il calzolaio che ha cantato a Houston L'appassionante storia dei tenores di Bitti raccontata dal loro leader Daniele Cossellu


BITTI. A tessere storie, pochi ce n'è come Daniele Cossellu, classe 1932, leader riconosciuto dei tenores di Bitti, ancora e sempre in attività. La storia de su tenore la racconta a casa sua, sopra la calzoleria, in via Nazario Sauro, parte bassa del vicinato di Pinna 'e Todde. Fa un uso sapiente della parola e alterna compostezza alla foga, le braccia che da conserte aprono al movimento. A proposito di tenores, subito una questione: Tancredi Tucconi, «sa contra» storica, non fa più parte del gruppo. Al suo posto Pierluigi Giorno, 25 anni, proveniente dalla scuola di canto anni fa organizzata da Daniele Cossellu. Come mai Tancredi ha lasciato? «E una questione di età. Tancredi est de su 1931, un anno più di me. E' una regola nel canto che a 70-72 anni la voce non esca più naturale come prima. C'è un calo delle corde vocali. Lo è stato anche per Batore Pante. Anche lui ha dovuto lasciare a settant'anni. E quindi...» Quindi cosa? «Se la regola è quella, adesso io sono in lista d'attesa». Auguriamo che la regola faccia un'eccezione. Se non altro perché Daniele Cossellu rappresenta settant'anni vissuti a dimensione insieme bittese e globale. Da Bitti a Newport, per seguire l'avventura dell'imbarcazione di Azzurra. O Bagdad-Babilonia, immediatamente prima della guerra del Golfo. Per dire di due dei punti toccati dall'esperienza dei tenores «Remunnu 'e Locu»: su tenore mannu a differenziarlo dall'altro «Mialinu Pira» in cui canta anche Gianfranco, figlio di Daniele. E dagli altri che il paese annovera. La storia principale appartiene comunque a Tancredi Tucconi, Piero Sanna, sa oche, Batore Pante Bandinu, su bassu, scomparso nel 2000 a 78 anni, e Daniele Cossellu appunto, mesu oche ma anche oche, organizzatore e manager del gruppo. Senza mai abbandonare, nell'esperienza internazionale, la propria appartenenza. A Bitti, ai suoi centri ed epicentri, alle sue storie. Tutte comunque di lunga durata. Come di lunga durata è stato ed è il rapporto d'amicizia che rende coeso il tenores.Il Daily Mail di Daillu Dice Daniele di sentire «tantu dispiaghere» per Tancredi che lascia. Un dispiacere sì grande considerato che con Tancredi «nos semus pesatos paris, siamo cresciuti insieme». Così come la memoria ritorna a Battore, «unu de sos pilastros». Davvero fanno storia e memoria questi cantatores. Mica hanno studiato il canto a scuola. Però fanno scuola: un barbiere, un pastore, un operaio. Massimo sono arrivati alla quinta elementare. O sesta. Daniele Cossellu ha sempre fatto il calzolaio, figlio secondogenito di Lucia Sanna, che aveva una latteria, e di Daillu, calzolaio. Daillu, non Giovanni Cossellu. «Tu pensa che perfino mia madre lo chiamava Daillu, mica Juanne». Ci sarà una ragione perché un soprannome funzioni come nome a tutti gli effetti. «Quando mio padre era bambino, Giorginu 'e Murtas lo mandava a comprargli il giornale «L'Isola» e gli diceva: vai e comprami il "Daily Mail". Evidentemente gli piaceva l'accostamento. Immagina tu quel giornale a Bitti, in quei tempi. Deve essere che mio padre questo "daily mail" se lo ripeteva a suo modo fino a farlo diventare "daillu". O forse erano altri che glielo ripetevano». Daily Mail a parte, in casa Cossellu i giornali hanno sempre circolato. «Babbu _ ricorda Tanielle _ era abbonato a "Il giornale d'Italia"». E qui si aprirebbe una finestra sulla visione politica delle cose e del mondo che il ragazzo Daniele fondò su quel giornale e altre letture. Ma è un discorso che poco ha che vedere con la storia dei tenores. Interessa invece la vostra storia. Già raccontata e pure scritta, sparsa per quotidiani, atti di convegni e rassegne stampa. Sempre bello però ripercorrerla. Quando è che inizia? «Avevo dodici anni ed ero carzulajeddu, apprendista calzolaio con mio padre. Formavo compagnia con gente della mia età: Tancredi, l'abbiamo già detto apprendista barbiere, Tianu Delogu, maniale 'e mastru 'e muru, Michelledu 'e Maria Casa, Paulinu 'e Culone e Juanne Pretu Conchedda, oggi pastore in quel di Civitavecchia. Ciascuna compagnia aveva il proprio tenores: oche, mesu oche, bassu e contra. E' lì che inizia. Cantaiamus dae pitzinnos minores».I pueri cantores di Bitti Grande idea questa dei pueri cantores a Bitti. Serve ad armonizzare i percorsi, pure aspri, sos caminos iscurosos, guruttos e contones, dove sostava anche la compagnia di Tanielle. Pueri cantores-contoneris, agli angoli delle strade. E' lì, al tempo favoloso della prima giovinezza che avviene il saldo tra tradizione e continuità, con la riproposta di un repertorio millenario: il sacro e il profano, il religioso e il laico. Boche 'e notte e boche de ballu. I classici bittesi e no che poi diventeranno i cavalli di battaglia del «Remunnu 'e Locu». Sul versante prettamente bittese, a tradizione orale: Crapìnu, Chircu Luisi Masuri, Batore Lai, Ispaneddu, Paulinu Pischedda e naturalmente Remunnnu 'e Locu. Ma anche in seguito, attingendo dai libri: «Sa Gerusalemme vittoriosa» di Merzioro Dore, Diegu Mele. Poi ancora, iniziando ad uscire dal paese, Peppinu Mereu e Remundu Piras. «Sa lilla sa viola e su giranu/chin fozas de amenta e mairana», uno dei primi successi-simbolo del tenores, gettonato ai juke-box negli anni settanta, risale a quel principio di storia povera, in tempo di guerra. Eravamo, eravate, nel 1943-44. «Sì, annu pessimu, annu de siccagna e de carestia. Siccità e fame. Il grano che dava solo il 3 o massimo il 4. E dire che noi, la mia famiglia, eravamo poveri, anche se non in lista 'e poveros. Non abbiamo conosciuto su bisonzu. Mia madre lattaia e mio padre calzolaio potevano far crescere la famiglia a cambio merce». E poi c'era il canto come sostegno. Inevitabile l'autoironia. «Considera questo: altro divertimento non ce n'era per un ragazzo. Tutti avevamo un mestiere da imparare che era anche lavoro duro, in paese o in campagna». Una vita vissuta così fin oltre i vent'anni. Con regole da rispettare. A una certa ora bisognava sempre rientrare a casa. Se non la notte perlomeno il giorno. La domenica specialmente dopo la breve feria al corso all'uscita da missa mazzore. L'obbligo era di rientrare a casa con la benedizione. Se questo valeva per gli uomini, immaginate le donne. Che, ricorda Daniele, potevano uscire di casa per andare in chiesa, all'acqua o qualche altra commissione. E loro, i maschi, i ragazzi, solo allora potevano vederle e magari cercare di costruire qualche cenno d'intesa. Quei ragazzi diventati già adulti vestivano quasi tutti velluto e gambales. Moda costretta. Tanielle portava invece pantaloni lunghi e su burdinu, il basco, al posto de su bonette. Allora si usava. Quando è che per te il canto e il cantare passano dae su contone, e rade serenate, a qualcos'altro?«Invidiai i cori dei calabresi» «Fu quando facevo il militare, in un campo estivo sulla Sila, in Calabria, vicino a Rogliano. Ho provato molta invidia nel sentire i calabresi cantare in coro i loro repertori. Tutti a sentirli e seguirli con ammirazione. Mi sono detto allora che anche noi a Bitti potevamo ottenere qualcosa, se solo ci fosse stata la volontà». Daniele Cossellu oltre che cantare ha anche idea di come organizzare. Sa quello che vuole ed è un ostinato. Sarà dura ma è allora che si vede la capacità delle persone. Quando inizia, nel 1957, nel gruppo di canto coinvolge Tancredi, Battoreddu Burrai e Piero Serra. Terzo premio alla sagra del Redentore. Secondo premio nel '59 quando nel gruppo entrano anche Antoneddu Burrai e Tianu. Poi nel primo quinquennio dei Sessanta, Tancredi emigra in Svizzera. Poi ritorna. Nasce il primo vero tenores che prende nome «Santu Miali». Entra Battore Bandinu. Esperienza anche per Cozeddu e Zesarinu 'e Totoi. E nel 1974, dopo che l'anno prima era stata fondata la Pro Loco, che entra Piero Sanna e da allora il gruppo sarà tenores «Pro Loco di Bitti». Diventa «Remunnu 'e Locu» nel 1978-79. Il nome viene dal poeta bittese per eccellenza, poeta perché analfabeta. Usava della rima e dei versi per entrare in comunicazione e per memorizzare. Una poesia così è di retentiva, destinata a durare. Meglio se cantata. Per dare forma all'utopia di Remunnu quando nell'Ottocento poetava: «S'aio ischitu jucher pinna, se avessi saputo scrivere, avrei fatto figura nell'altra parte della Sardigna». Toccherà al tenores di Tancredi, Piero, Battore e Tanielle raggiungere quell'impossibilità, il desiderio del poeta Remunnu oscuro tra gli oscuri. Su tenore e il mondo: quando è che varcate i confini del paese? «Per cinque edizioni consecutive abbiamo vinto il Festival Regionale del Folklore, a Nuoro, per il Redentore». E allora che si allarga il grado della conoscenza, nel cuore degli anni settanta. E poi? «Bisognava convincersi che su tenore nostru poteva ottenere riconoscimento e consensi solo lavorando con serietà». Il canto che da divertimento prende la forma di mestiere. Senza perdere di vista il mestiere vero, quello che faceva campare. Tutti i tenores hanno famiglia, mica ci si può abbandonare all'illusione. Daniele, sposato, tre figli, continua l'arte del calzolaio. E poi anche la campagna, la vigna, l'orto. Asperità, conti da fare e quadrare, ma anche su tenore che varca il mare. Cosa spingeva ad andare avanti? «A gruppo formato, cominciato a rodare ti accorgevi che il pubblico era molto vicino. Il nostro canto piaceva, gli elogi erano veri, partecipati».Uscire da su zilleri Quale era allora il vostro più grande desiderio? Tre ordini di risposte. La prima è quella del sogno di «arrivare a cantare in un circolo di emigrati sardi, in Europa». La seconda è che per raggiungere l'obiettivo bisognava «uscire dall'idea di cantores de zilleri». Pur essendo su zilleri luogo di prova, di esercizio e di allenamento. La terza quella di interessare al loro operare qualche studioso di canto e folklore. Ne sono arrivati più di uno. I tenores sono entrati in sintonia, amicantzia e cuncordu con cantores e sonatores di tutto il mondo: Totore Chessa e Frank Zappa, Gianni Coscia e Ornette Coleman. E altri. Individui e moltitudine. Folle. Applausi. Il canto dei pastori nel villaggio globale. E loro sempre se stessi. Ti sei mai sentito oggetto di folklore? «All'inizio, nelle tournée, eravamo di supporto a manifestazioni tipiche di Sardegna e sardi: con tutti i cliché del caso. Poi abbiamo conquistato gradualmente la scena. Ci siamo imposti». Cosa vuoi dire? «Che era nostro interesse far considerare su cantu un fatto culturale, non una esibizione folkloristica».A Parigi con Maria Carta Forse è questa ambizione-sogno che gli ha fatto girare il mondo. Sono andati ben oltre sa idda e sos ichinatos dal giorno in cui L'Esit li chiamò per una tournée in Svezia che poi si concluse a Copenaghen in Danimarca. Anni settanta, ottanta e novanta e ancora oggi. Tra i punti toccati: Milano, Firenze, Genova, Roma, Gorizia, Forte dei Marmi e Piana degli Albanesi, Vienna, Houston nel Texas, Buenos Aires, Brisbane, Sidney, Melbourne, Ginevra, New York. Mano mano conquistano la scena. Non può non conqusitarla l'accordo di quelle quattro voci, solo nude voci che pure rappresentano un continente, l'Isola Sardegna e insieme una civiltà millenaria. Disse Maria Carta che li portò a Parigi, al Théatre de la Ville, dopo che li sentì una sera cantare all'Auditorium Giuseppe Verdi di Torino: «Non pensavo che a Bitti ci fosse un tenores di quella portata». Qualcuno pensò allora, forse lo scrisse, che effetto sarebbe stato sentire su cuncordu bittese dentro Notre Dame. Loro che accordavano le voci in case, cantine e zilleris. Il ritorno poi è sempre a Bitti, ai suoi interni ed esterni. Magari «Romanzesu», sito archeologico-pozzo sacro nell'altipiano, che nel 1993 dà nome al cd curato da Paola-Eicher Pozzi. Dieci significativi brani del repertorio con cantu a ballu seriu, a passu torratu, a isterritas, a boche 'e notte. Poi le ripartenze. In quale parte del mondo non siete stati? «Dice che ci manca il Giappone. Ma non è detto. Ci siamo stati vicini, a Singapore». Eppure dovevate ancora raggiungere qualcosa. «Siamo diventati mannos, grandi, quando siamo entrati nella Real World di Peter Gabriel, nel 1995. Una cosa che ha fatto muovere intorno a noi la grande stampa e la grande televisione. Siamo stati i primi italiani e i primi dell'Europa mediterranea a incidere con Peter Gabriel. E' stato Gesuino Deiana, leader di "Cordas e Cannas" a fare da tramite. Stabiliti patti e contratti con Gabriel, rinunciato a una tournée a Budapest, recuperata l'anno dopo, è iniziata l'avventura della registrazione. Mica una cosa semplice. Prove su prove. Tentativi su tentativi. Registrazioni su registrazioni. La regia era di un tecnico californiano, Mike Brook, un mago. Tres dies intense a Bitti a cantare dentro le chiese de S' Annossata e di Sant'Istevene, in chintinas e corrales, sos contones della giovinezza. Poi dentro il nuraghe Losa. Poi in aperta campagna con il sottofondo dei suoni dei campanacci del gregge. Poi in Inghilterra, 100 metri sottoterra, in una miniera abbandonata. Poi gli studi di Bath. L'assemblaggio e il risultato: il cd "S'amore 'e mama". Anno 1995».Quelli che il calcio La fama che allarga e si consolida. «Prima la Tv italiana non ci conosceva. Da allora hanno imparato a riconoscerci. Siamo stati 22 volte in «Quelli che il calcio» di Fabio Fazio e recentemente nello spot «Votate Viganò», voluto da Luca Barbareschi. Tutta una storia strana, con su tenore che deve fare pubblicità a un politico tipo: di quelli che promettono senza mantenere». Ma non è quello che interessa il racconto di Tanielle. Dice invece che si è sentito come illepiatu, reso lieve, dall'avventura con la Real World. Non gli pesavano gli anni, allora 63. E' stata una cosa che ti ha cambiato? «No. Su chi imus semus restatos. Siamo restati quelli di sempre. Solo che davvero ci si sente leggeri a raggiungere determinati traguardi. Su travagliu chi achiamus però, il lavoro di sempre tale è rimasto». Oggi Tanielle Cossellu non fa più il calzolaio. E' in pensione. Conosce la terra. E continua nell'avventura del canto a tenores composto ancora dalla voce Piero Sanna, bassu Mario Pira, contra Pierluigi Giorno, un pastore e due lavoranti nell'edilizia. Poi lui, mesu oche e manager. Che ha una consapevolezza in più rispetto agli inizi: essere passato da oggetto di folklore a uno che osserva. Antropologicamente parlando. Sa osservare. Natalino Piras