La tesi del dottor Gigi Beghetto: «Stop agli ultras, pene più severe e riportiamo negli stadi le famiglie»


VERONA. Chi meglio di Luigi Beghetto, 28 anni, attaccante del Chievo Verona, ex rossoblù del Cagliari, può giudicare i recenti episodi da codice penale accaduti sui campi di serie B? Non soltanto l'aggressione a Baldini dopo la partita con il Palermo, ma anche i pugni al portiere del Messina Manitta al Sant'Elia. Beghetto si è appena laureato all'università di Padova, in scienze politiche (90/110 la valutazione), con una tesi particolare (relatore il professor Vincenzo Pace), su "il fenomeno sociale della violenza negli stadi di calcio". _ Beghetto, perché questa scelta? "Non poteva esserci altro argomento per la tesi, poiché è un aspetto del calcio che purtroppo vivo". _ Anche un altro giocatore del Chievo, Oliver Bierhoff, è dottore: in economia e commercio. "Ho il diploma di ragioneria linguistica, poi mi sono iscritto a Venezia in economia e commercio. Impossibile conciliare la frequenza obbligatoria dei corsi e l'impegno nel calcio professionistico. Ho dovuto lasciare dopo un anno, con alcuni esami compiuti, ma non ho mai abbandonato gli studi. In questi anni ho giocato a Carpi, Andria, Genova, Pescara, Treviso, Cagliari e adesso a Verona. Mi sono iscritto a Padova a scienze politiche dedicandomi allo studio appena possibile. Ho affrontato più volte lunghe trasferte per gli esami". _ Quale spiegazione dà a questi episodi? "A Cagliari ho giocato e non era mai successo niente del genere, nemmeno al momento delle retrocessioni. La follia di uno non può far generalizzare il giudizio: i sardi sono buona gente. E il discorso vale anche per i napoletani, nonostante l'aggressione a Baldini". _ Lei ha studiato gli aspetti sociali, culturali e politici che inducono questi comportamenti. "Chi compie questi atti ha vissuto spesso nell'emarginazione, ha in sé una violenza congenita, venuta da una crescita deviata. Spesso, però, c'è anche il bisogno di apparire. Bisogna prendere esempio dall'Inghilterra: lì è nata la moda degli hooligans, ma episodi gravi non ne succedono più. I più esagitati devono andare all'estero, per combinare qualcosa. Là le punizioni sono molto diverse, rispetto all'Italia". _ Altre motivazioni? "Il calcio è business con troppi interessi, con giro d'affari enorme e tutto è portato all'estremo. I giocatori e gli allenatori fomentano la violenza. Certi dibattiti alimentano i sospetti: i media vivono anche su queste cose e allora questi soggetti, di per sé con dei problemi, si sentono quasi legittimati a comportarsi così. Sono eccessi favoriti da un insieme di ragoni. All'interno di gruppi di tifosi ci sono persone pericolose anche nella vita fuori dallo stadio. Non si possono giustificare certe reazioni, e si dovrebbe fare molto di più". _ Che cosa? "Agire nell'immediato e a lungo termine. Non solo a livello di ordine pubblico, ma con una legge precisa e con sanzioni importanti per chi commette questi reati, come insegna il modello inglese. Occorre cercare soluzioni ai problemi giovanili. Scuola e istituzioni dovrebbero dare questo insegnamento: riportare il calcio a un momento sereno, felice e gioioso. A breve occorrerebbero interventi importanti: non solo riportare nelle curve intere famiglie, ma sostituire la figura del tifoso ultras con quella del semplice appassionato". Silvia Zilioli