In un saggio della studiosa Rossana Dedola si rende giustizia a Collodi, creatore dimenticato del burattino Pinocchio? Figlio di Walt Disney Romanzo «largo» che affascina anche popoli lontanissimi


Qualcuno ha rivisto in lui l'Italietta umbertina, con gli onesti perennemente sconfitti davanti alle istituzioni. Qualcun altro ha voluto cogliere nei suoi modi ribelli un messaggio anticlericale o, al contrario, una chiara rappresentazione della dottrina cattolica. E che dire delle interpretazioni che questo personaggio ha suggerito alla critica freudiana, con quel naso che comincia a crescergli proprio davanti all'unica donna della sua vita? Pinocchio è così: tutto e il contrario di tutto. E forse il segreto della sua fama universale sta proprio in questa disponibilità al prestarsi a infinite chiavi di lettura. Ritornato in auge grazie alla trasposizione cinematografica di Roberto Benigni, il burattino di legno più amato del mondo è apparso ancora in splendida forma. Tanto che ad alcuni critici non è sfuggito un particolare: col tempo Pinocchio ha letteralmente offuscato la figura di suo padre (quello letterario, s'intende). «Ci sono moltissime persone, specie in America, convinte che questo personaggio sia il frutto della fantasia di Walt Disney» _ spiega Rossana Dedola, sassarese, ricercatrice di Letteratura italiana alla Normale di Pisa e autrice di "Pinocchio e Collodi", un saggio che oltre a rivisitare l'opera in chiave psicoanalitica (la Dedola studia anche all'Istituto Jung di Zurigo) si propone di fare giustizia letteraria dello scrittore toscano. _ Perché il romanzo "Le avventure di Pinocchio" ha sempre avuto successo? «Stiamo parlando di un vero classico e in quanto tale ha qualcosa da raccontare in ogni epoca, non si esaurisce mai. Sembra addirittura scritto per i lettori del futuro. Poi la sua diffusione planetaria rivela, per usare le parole del critico Manganelli, che questo è un "romanzo largo", nel senso che possiamo trovarci grande profondità. E' un libro che affascina anche popoli lontanissimi dalla nostra cultura. Stupisce che l'autore non fosse cosciente del successo che la sua creatura avrebbe potuto avere». _ Collodi è stato considerato una figura un po' marginale della letteratura italiana. Perché? «Sino a tempi recenti "Le avventure di Pinocchio" è stato catalogato tra la letteratura per l'infanzia, che in Italia equivale a dire di seconda categoria. E questa valutazione naturalmente è stata estesa anche a Collodi. Ma c'è di più: Carlo Lorenzini era circondato, ingiustamente, da un'aurea negativa: beveva troppo, aveva debiti di gioco e proveniva da una famiglia modesta, il che gli creava un certo senso di frustrazione quando si confrontava con gli altri letterati del suo tempo, tutti ricchi o nobili. L'immagine che è rimasta di lui è quella di un uomo grigio. Tutto falso». _ Successo a parte, dal punto di vista estetico il libro di Pinocchio è davvero apprezzabile? «Lo stile di Collodi è molto moderno, secco, piacevolissimo, ricco di sinonimi. In senso linguistico, poi, è un testo esemplare: si può quasi dire che se gli italiani hanno pian piano abbandonato il dialetto sia grazie al fatto che Pinocchio è stato letto a scuola. Lorenzini utilizza il toscano, ossia il vero italiano. Lui, che era di Firenze, non ha avuto bisogno, come Manzoni, di andare a "lavare i panni in Arno"». _ Lei evidenzia in Collodi dei modelli stilistici già presenti nei Promessi Sposi... «Proprio così. Anzi, secondo il linguista Giovanni Nencioni il piacere della lettura di certi passi di Pinocchio nascerebbe da una sorta di déjà-vu, dal riconoscimento di qualcosa che già conosciamo». _ Inizialmente Collodi aveva concluso il romanzo al quindicesimo capitolo, quando Pinocchio, agonizzante, si trova appeso a un albero... «Furono i piccoli lettori del "Giornale dei bambini", sul quale erano pubblicate le gesta del burattino, a protestare e a convincere il direttore ad annunciare che Pinocchio non era morto e che il signor Collodi era pronto ad andare avanti nel racconto». _ Appeso all'albero della vita e della morte Pinocchio implora: «O babbo, se tu fossi qui». Il cardinale Biffi ci ha visto riferimenti a Gesù Cristo sulla croce. E' una lettura plausibile, a suo avviso? «In realtà Pinocchio implora il babbo anche davanti a Mangiafuoco, ma in quel caso il grido risulta melodrammatico. Sull'albero invece è evidente tutta la ricchezza simbolica di questo gesto: l'albero effettivamente può essere visto come croce, come luogo alto in cui si muore e si rinasce. Non solo nella tradizione cattolica, anche in quella germanica». _ Pinocchio ha due genitori uomini, Ciliegia e Geppetto. E' la prima peculiarità del libro... «A questo proposito la tesi più interessante è quella dell'analista junghiano Kenneth James, che legge il romanzo come l'iniziazione alla virilità attraverso il confronto con altri maschi. A me piace sottolineare che questa iniziazione sia favorita dall'intervento della Fata turchina». _ Che cosa rappresenta la Fata, l'unica donna protagonista del romanzo? «E' la divinità della vita e della morte, un po' come l'albero. Confrontandosi con lei Pinocchio ha a che fare con la bellezza dell'esistenza, ma anche con la sofferenza che un'esistenza comporta. Insomma, morte e vita si toccano, non sono separati. Meglio: non c'è vera vita senza la morte». _ Il burattino si scontra con la realtà, ma non fa tesoro di quanto di negativo gli accade... «Si getta allo sbaraglio nelle avventure, ma non riesce a nutrirsi dell'esperienza. Anche Geppetto, che potrebbe essere un artista geniale, si ritrova in miseria e senza cibo, quindi senza la possibilità di nutrirsi. Secondo la terminologia junghiana abbiamo davanti un "senex" sterile e un "puer" troppo aperto all'esterno. L'oscillare tra questi due poli può essere pericoloso perché la personalità di un individuo non riesce a trasformarsi, rimane sospesa e incapace di realizzare il proprio destino. E' la Fata a sbloccare questa situazione di impasse: c'è un momento bellissimo in cui Pinocchio, trasformato in asino, vede la signora sugli spalti del circo e anche quando la signora sparisce lui ne conserva dentro di sé l'immagine. E' riuscito per la prima volta a nutrirsi di un'esperienza». _ E così si completa la maturazione... «Vorrei citare ancora Manganelli, che dice: "In quel momento Pinocchio ha visto ed è stato visto". Capisce, insomma, che due occhi lo riconoscono in quanto essere umano». _ Un'ultima curiosità: le è piaciuto il film di Benigni? «L'ho trovato molto bello per alcuni particolari. Ad esempio mi è piaciuta molto l'idea di far trainare il cocchio dai topini bianchi, o quella del pezzo di legno che avanza sbatacchiandosi nei vicoli del paesino. Ma al di là di ogni considerazione sono felicissima che la pellicola, distribuita in tutto il mondo, abbia in un certo senso riportato in Italia questo capolavoro, sostituendosi finalmente all'interpretazione disneyana».

Andrea Massidda