Il preoccupante ricatto di Cosa Nostra Maggioranza e opposizione concordano: il 41 bis non si tocca


ROMA. «Parlo a nome di tutti di detenuti ristretti a L'Aquila sottoposti al regime del 41 bis, stanchi di essere strumentalizzati, umiliati, vessati e usati come merce di scambio dalle varie forze politiche». Eccole le parole minacciose pronunciate l'altro giorno in teleconferenza da Leoluca Bagarella, boss di Cosa Nostra, cognato di Riina, esponente mai pentito del clan dei Corleonesi. Si celebrava il processo per la guerra di mafia in provincia di Trapani e Bagarella ne ha approfittato per dare voce ai boss in sciopero del cibo da giorni. Non sciopero della fame, nel senso che i mafiosi mangiano cibo acquistato negli spacci delle carceri e cucinono in cella ma rifiutamo quello delle mense degli istituti di pena. «La protesta cesserà _ è scritto nel documento ora acquisito dalla direzione distrettuale antimafia di Palermo _ nel momento in cui le autorità preposte in modo attento dedicheranno una più approfondita attenzione alle problematiche che questo regime carcerario impone». Non una parola in più su chi e perché dei politici sfrutterebbe i boss. Se Bagarella voleva clemenza, è riuscito soltanto ad ottenere un coro unanime di reazioni contrarie all'abolizione del carcere duro, questo prevede il 41 bis. Esponenti di tutte le forze politiche, sia di maggioranza che di opposizione, hanno definito inaccettabile il ricatto dei mafiosi e sostenuto al contrario la necessità di rendere permanente il regime carcerario speciale, magari estendendolo ai reati di terrorismo. L'offensiva di Cosa nostra per l'abolizione del carcere duro ma anche per poter rientrare in possesso dei patrimoni confiscati per mafia non è recente. Da almeno tre mesi arrivano dalle carceri messaggi per una trattativa con lo Stato. Il primo a muoversi è stato Pietro Aglieri, l'abatino della mafia, detto «u signurinu», lo spietato boss ma fervido credente arrestato con in casa un altare privato per non negarsi la devozione durante la latitanza. Aglieri studia ora teologia all'università di Roma, ha affinato le sue capacità dialettiche e le ha usate tutte per chiedere, con una lettera scritta tre mesi fa, benefici in cambio della dissociazione dalla mafia. Non il pentimento, i boss non intendono offrire collaborazione. Solo l'impegno a rientrare nella legalità in cambio della restituzione dei beni confiscati. E quanto ai processi, si offre l'ammissione di colpa solo per i reati già contestati, niente più indagini era la richiesta. La proposta di Aglieri piacque solo all'avvocato Carlo Taormina, parlamentare forzista ed ex sottosegretario all'interno, difensore di più di un boss. Aglieri proponeva anche una tregua a nome di tutti, si impegnava anzi a farsi promotore di una resa generale, compresa quella di Bernardo Provenzano, imprendibile boss sostenitore della mafia degli affari più che di quella delle lupare. Il «no» alla trattativa ha portato allo sciopero del cibo e dell'aria, simultaneo per trecendo detenuti mafiosi, boss compresi. Il che significa che i boss sono comunque in contatto, la Cupola funziona ancora, e le parole di Bagarella vanno lette come quelle di un ambasciatore.

Lucia Visca