Italiani uccisi, per l'Algeria caso chiuso Condannato a morte in appello il fondamentalista Draa Chabanne


ALGERI. Una sentenza che chiude definitivamente la storia giudiziaria della spaventosa mattanza del mercantile Lucina. Una sentenza che però non convince e che lascia in piedi tutti gli interrogativi sul massacro dei sette marittimi italiani, avvenuto nel porto di Djendjen, a circa 300 chilometri da Algeri, la notte tra il 6 e il 7 luglio del 1994. Per i giudici algerini si trattò di un'esecuzione voluta dai fondamentalisti islamici del Gia. Un sanguinoso capitolo della terribile guerra civile che stava dilaniando il paese nordafricano. Il processo d'appello, come quello di primo grado, si è bruciato in appena due giorni. Due soli giorni per confernare la condanna a morte del principale imputato, Draa Chabanne. L'uomo che, con il volto tumefatto, confessò davanti alle telecamere della televisione di Stato, ma che, nel corso del processo di primo grado, celebrato nel giugno di tre anni fa, ritrattò tutto, dicendo di essere stato costretto ad autoaccusarsi dopo giorni di atroci torture. Confermate le pene anche per gli altri imputati, accusati di far parte del Gia. Della sentenza, ignorata dai giornali governativi, si è avuta notizia ieri da alcuni organi di stampa privati. La strage dei sette marinai italiani del mercantile Lucina avvenne nella notte tra il 6 e il 7 luglio 1994. Furono trovati tutti con la gola squarciata: sei nelle loro cuccette, uno che forse si era accorto di quanto stava accadendo, in un corridoio. A scoprire l'eccidio era stato, la mattina alle 7, un portuale insospettito per l'assenza di segni di vita sulla nave di proprietà della società `Sagittario' di Monte Procida, giunta da Cagliari il giorno prima, con un carico di duemila tonnellate di semola per il cus-cus. Il mercantile in quegli anni veniva utilizzato dall'imprenditore cagliaritano Massimo Cellino. Il comandante della nave si chiamava Salvatore Scotto, aveva 34 anni ed era di Napoli. Gli altri membri dell'equipaggio erano Antonio Scotto Cavina (49 anni, di Monte Procida), Antonio Schiano Di Cola (40 anni, di Procida), Gerardo Esposito (48 anni, anche lui di Procida), Domenico Schillaci (24 anni, di Agrigento), Andrea Maltese (38 anni, di Trapani) e Gerardo Russo (27 anni, di Torre del Greco). Due membri dell'equipaggio scamparono alla morte perchè si erano trattenuti a Cagliari per una breve licenza. Uno di loro era Gaetano Giacomina, un agente segreto della struttura Gladio che per anni era stato infiltrato in Algeria. Ma questo è solo il primo di una lunga catena di misteri che circondano la strage della Lucina. Giacomina morirà poi in uno strano incidente, nel 1998, nelle Isola del Capo Verde. L'identificazione dei responsabili della strage, indicati come membri del Gia, era avvenuta nel giro di poche settimane e, meno di un mese dopo, le autorità algerine avevano potuto mostrare in televisione il presunto esecutore materiale della strage e una sua confessione. Cinque anni dopo la strage, nel giugno del '99, era cominciato il processo di primo grado contro 16 imputati, quattro dei quali, latitanti, condannati alla pena capitale sin dalla prima udienza. Per gli altri la sentenza era arrivata nel giro di pochi giorni: nove assoluzioni e tre condanne, una sola delle quali all'ergastolo, quella di Draa Chabanne, una a dieci anni di reclusione, una a cinque anni. A ricorrere in appello, per i reati di omicidio volontario con premeditazione, furto e rapina, appartenenza ad una organizzazione armata a carattere terroristico, era stata la stessa procura, che ora ha ottenuto, per il principale imputato, la condanna alla pena capitale. Secondo la versione ufficiale, il mercantile era salpato da Cagliari diretto originariamente al porto di Jijel e non a quello vicino di Djendjen. La nave italiana era stata però dirottata verso la nuova destinazione dalle autorità portuali algerine, a causa alcuni lavori di ammodernamento in corso nel porto di Jijel. Inquietante la testimonianza di Domenico Schiano Di Cola, fratello del responsabile delle macchine della Lucina, e che aveva viaggiato altre volte sul mercantile nella rotta algerina: «In quel porto non poteva entrare neppure uno spillo. I militari controllavano tutto. E poi non mi risulta che siano state trovate tracce di effrazione o segni di lotta...». Come dire, insomma, che i marinai italiani erano stati sorpresi perché probabilmente conoscevano i loro boia. E forse si fidavano di loro. Un'affermazione che rende poco credibile la versione ufficiale dei fatti, che attribuisce la strage ai terroristi del Gia. E qui si insinua un dubbio terribile. Un dubbio che è stato alimentato dalla testimonianza, resa nell'ottobre del 1997, da un ex agente segreto algerino al giornale inglese Observer. L'uomo, presentato con il nome in codice Joseph, raccontò che il massacro della Lucina era opera dei servizi segreti algerini. Il loro obiettivo era quello di creare una grande tensione internazionale alla vigilia del vertice del G-7 a Parigi, per ottenere così aiuti economici per il regime, ormai sull'orlo della bancarotta. Joseph rivelò che il regista dell'operazione era Mohammed Mediane, conosciuto con il nome di battaglia di Tewfik, il quale controllava la "Direzione dell'infiltrazione e della manipolazione" e la "Direzione dell'informazione e della sicurezza". Cioè, i due servizi segreti algerini. E sarebbe stato sempre il famigerato Tewfik a organizzare gli attentati di Parigi del 1995 (otto morti e 143 feriti). La circostanza venne confermata a Le Monde da un altro misterioso personaggio, un certo Hakim. Le rivelazioni dell'Observer e di Le Monde provocarono caute reazioni nel governo. «L'Algeria non poteva e non può rischiare una rappresaglia politica e commerciale», commentò l'allora ministro degli Esteri Lamberto Dini. E il ministro della Difesa, Beniamino Andreatta, fu più esplicito: «La fonte Joseph non è affidabile». Cosa insolita, i servizi segreti italiani emisero un comunicato ufficiale, nel quale Joseph veniva definito «un pacco di bugie, un uomo che aveva cercato di vendere le sue informazioni a tutti i giornali inglesi». L'Observer rispose con flemma tutta inglese: «Noi gli abbiamo solo offerto una tazza di tè». La pur prudente reazione del governo italiano innervosì comunque il governo algerino che parlò di «affermazioni irresponsabili». Allora il governo italiano fu costretto a rispondere seccamente: «Aspettiamo la verità, ci sono di mezzo sette morti». Sull'ipotesi di una "strage di Stato", il sostituto procuratore di Trapani Massimo Palmeri commentò: «Non c'è traccia di ciò nei documenti in nostra mano». Eppure, il primo a manifestare dubbi sulla strage di Djendjen era stato l'ambasciatore italiano Patrizio Schmildlin. «Non sono mai stato informato _ disse _ della presenza del Lucina nel porto di Djendjen. E questo contrariamente alla prassi che viene seguita normalmente». Il diplomatico giudicò la cosa molto strana e comunque non smentì che il porto di Djendjen era uno scalo in mano alle forze di sicurezza algerine. Ma la catena dei misteri che circondano la Lucina non finisce qui. Il mercantile, infatti, era alla fonda nella rada di Feraxi la sera del marzo 1994, quando scomparve nel nulla l'elicottero della Finanza Volpe 132, con a bordo il maresciallo Gianfranco Deriu di Cuglieri e il brigadiere di Ottana Fabrizio Sedda. Secondo il racconto di alcuni testimoni, l'elicottero sorvolò la Lucina prima di esplodere. La nave, poi, a luci spente, prese il largo. Tutto questo accadeva quattro mesi prima della strage di Djendjen.

Piero Mannironi