Ascesa e caduta dell'ingegner Rovelli che insegnò ai sardi la parola «boom»


SASSARI. Si chiude, dunque: si smantella tutto, si liquida, si svende, com'è d'uso dopo ogni fallimento. Non occorrono grandi virtù profetiche per prevedere che in un futuro non lontano gli stabilimenti di Porto Torres, Assemini e Ottana verranno ridotti in frammenti e così venduti al prezzo vile dei rottami. E', del resto, quel che già accadde nel 1979, dopo la sostanziale bancarotta e l'estromissione dell'ingegnere Nino Rovelli: in quell'occasione vi fu chi riuscì a concludere un affare lucroso. Sarebbe più saggio che dei relitti di quello che fu l'impero petrolchimico dell'ingegnere di Olgiate Olona si facesse un monumento alle illusioni defunte. Sarebbe più saggio che quei malinconici avanzi fossero meta di visite altamente istruttive, non soltanto per scolaresche riluttanti, ma per comitive d'uomini politici d'oggi e del futuro. Oggi, intanto, nel giorno del commiato da ogni superstite speranza, sarà giusto, e forse non inopportuno, che si ricordi quel che nei quarant'anni passati accadde in quei luoghi e intorno ad essi. Si dovrà ricordare per prima cosa il momento iniziale di tutta la vicenda, si vuol dire lo sbarco di Rovelli in Sardegna e la sua fulminea conquista di quest'isola. Il suo non fu uno sbarco clandestino, nè per porre piede sulla costa sarda l'ingegnere dovette vincere la resistenza di strenui difensori. Di insediare i suoi impianti in quest'isola gli avevano suggerito, invece, Antonio Segni, che era allora il presidente del consiglio, e Stefano Siglienti, presidente dell'Imi, istituto di credito col quale negli anni seguenti avrebbe avuto stretti e fruttuosi rapporti. Né sbarcò sulla costa sarda portando con sè come viatico, come un centinaio d'anni prima aveva fatto Giuseppe Garibaldi, un sacchetto di fave e di fagioli. Lo accompagnavano, invece, le benedizioni e il favore di Giulio Andreotti, di Giovanni Leone, del socialista Giacomo Mancini e d'altri personaggi altrettanto autorevoli. Quello che qui avveniva allora era il riflesso d'altre vicende, quasi mai limpide, che si svolgevano altrove. Si pensi alle lotte per il primato politico e per il potere economico che si combattevano all'ombra e negli immediati dintorni delle più alte sedi istituzionali; alla ragnatela d'intrighi e di affari al centro dei quali era, fra gli altri, Giulio Andreotti; agli oscuri intrecci che legavano il mondo degli affari a quello della politica; alla guerra chimica i cui contendenti erano allora l'Eni e la Montedison: ai veleni sparsi da potenze oscure e incontrollabili, come la loggia segreta P2 e i servizi segreti di varia confessione. Rovelli, dunque, non dovette vincere resistenze: fu accolto, invece, come un benefattore, da pattuglie d'uomini politici che si affannarono a spianargli la strada. Non ebbe difficoltà a trovare il luogo nel quale far sorgere i suoi impianti: una landa semisterile lungo la costa, a brevissima distanza da Porto Torres. Già il 15 febbraio del 1960 potè firmare l'atto col quale acquistava i primi terreni dal Consorzio industriale di Porto Torres e la sua società, la Sir, stabiliva in Sardegna una prima testa di ponte. Sarà il caso di osservare, intanto, che era una società dalla doppia identità. La sigla Sir, infatti, qui in Sardegna significava Sarda Industria Resine, mentre a Milano, dove Rovelli manteneva sede e attività, stava per Società Italiana Resine. La costruzione degli impianti e il loro avvio si compirono con grande rapidità, tanto che già nel dicembre del 1962 lo stabilimento potè cominciare a produrre fenolo, uno dei prodotti intermedi fondamentali dell'industria petrolchimica. Era l'inizio d'una crescita rapidissima, che non conobbe soste neppure negli anni difficili della crisi del petrolio e ancora non s'era arrestata quando la Sir, soffocata dai debiti, era prossima al naufragio. Gli impianti si andarono moltiplicando. Nel 1963 entrò in funzione quello che produceva xilolo, poi fu la volta del cumene, quindi, nel 1965, fu avviato un nuovo «steam cracking» in grado di produrre 45mila tonnellate di etilene l'anno, che però si dovette rivelare insufficiente poichè un altro impianto analogo, ma capace di produrre 260mila tonnellate di etilene l'anno, fu costruito nel 1971. Non era tutto, poichè altri impianti presero a produre ammoniaca, urea, fibra poliestere e acrilica e via via altre sostanze, ciascuna delle quali aveva una funzione e un mercato. L'espansione della Sir e dei suoi impianti continuò anche quando, nel 1974, la crisi del petrolio creò gravissime difficoltà a tutte le industrie petrolchimiche del mondo. Non si poteva interrompere per almeno due ordini di ragioni: intanto perché a crescere di continuo era costretta dalle economie di scala (al triplicarsi della dimensione degli impianti corrispondeva una riduzione dei costi dei prodotti non inferiore al 45 per cento), e poi perchè la costruzione di nuovi impianti e l'ampliamento di quelli esistenti erano condizione necessaria perchè non venissero meno i flussi di denaro di provenienza pubblica che tenevano in vita la Sir, che non possedeva di capitali propri in quantità sufficiente. Per propiziare lo scorrere di quel fiume di denaro (contributi a fondo perduto e mutui a tasso largamente agevolato) Rovelli e i suoi uomini avevano escogitato un metodo di sicura efficacia: poichè gli incentivi erano destinati a società di dimensioni modeste, avevano sminuzzato la Sir in una miriade di società-figlie (si giunse a contarne 205), ciascuna delle quali possedeva una porzione degli impianti o presiedeva a un dato processo. Vi fu chi disse che se vi fosse stato da avvitare una vite a un bullone, si sarebbe costituita una società proprietaria della vite, una seconda proprietaria del bullone ed eventualmente una terza che si accupasse dell'avvitatura. In tal modo la Sir giunse a captare il 77 per cento dei finanziamenti concessi dal Credito Industriale Sardo. Perchè quest'esistenza finanziariamente acrobatica si potesse perpetuare era necessario che la Sir acquistasse un peso non soltanto industriale, ma anche politico, quanto possibile massiccio. Di qui una ulteriore spinta all'espansione che portò Rovelli ad acquistare i due quotidiani sardi, ad assicurarsi il possesso di un'altra società chimica, la Rumianca di Assemini, a tentare l'avventura dello stabilimento di Ottana, che si concluse però con un insuccesso. Soprattutto era necessario stabilire col potere politico un intreccio di legami quanto possibile stretti, che si configuravano come patti di mutua assistenza. Si collocava probabilmente in questo ambiguo sistema di rapporti la scalata alla Montedison che Rovelli tentò nel 1971, pare con denaro fornitogli dall'Eni e con la benedizione di Andreotti. Ma l'amicizia dei potenti comporta anche qualche rischio. Fu così che la procura della Repubblica di Roma (che veniva chiamata «il porto delle nebbie» per la sua inclinazione ad insabbiare le accuse mosse ad alti personaggi) nel 1977 promosse un procedimento penale a carico di Rovelli. L'indagine, che forse era intesa a colpire indirettamente Andreotti, non ebbe seguito, ma parve segnare l'inizio del declino di Rovelli e del suo fragile impero. Nel 1979 i debiti del gruppo petrolchimico ammontavano, secondo alcuni esperti a 1740 miliardi. A questo punto il presidente dell'Imi, Giorgio Cappon, che era il suo principale creditore, puntò i piedi e, al termine di una lunga trattativa da mercato levantino, costrinse Rovelli alla resa. L'ingegnere fu estromesso e il controllo della Sir fu affidato a un conserzio costituito fra le banche creditrici. Ma cominciò allora la stagione dei prodigi. Non occorreva meno d'un prodigio perchè il debitore assumesse la veste del creditore e citasse in giudizio l'Imi al quale doveva un migliaio di miliardi. Ed un altro prodigio fece sì che i giudici, anche grazie alla scomparsa d'un documento sottratto dalle carte processuali, gli dessero ragione e condannassero l'Imi a risarcire gli eredi di Rovelli, che nel frattempo era morto, per l'ammontare di mille miliardi meno qualche spicciolo. Era, tutto sommato un lieto epilogo per tutti, meno che per i luoghi _ per Porto Torres, per Cagliari _ nei quali la Sir s'era insediata. I luoghi, appunto, nei quali oggi si compie il conclusivo sperpero d'un patrimonio al quale s'erano affidate molte speranze.di Angelo De Murtas