«Sono state 15 ore terribili» Alberto Angela racconta il rapimento della troupe in Nigeria


Sono state 15 ore terribili, da condannati a morte: siamo stati tutti percossi, minacciati e poi derubati di tutto: attrezzature, soldi, fedi nuziali, orologi, cellulari, bagagli. Sempre sul filo di una tortura psicologica». Così Alberto Angela, lucido ma ancora visibilmente scosso, apre il racconto della brutta avventura vissuta in Niger, dove è stato aggredito assieme alla sua troupe da tre banditi armati, mentre si accingeva a girare materiale video in alcune oasi per una puntata di «Ulisse». Il gruppo è rientrato in Italia con un volo da Algeri via Malpensa. All'aeroporto di Fiumicino, poco dopo le 15, l'abbraccio del giornalista e dei suoi sei operatori, con i familiari, presenti anche alcuni funzionari Rai. Grandi sorrisi ma anche tensione, sciolta in lacrime. Nessuna ferita grave per i sette, ma i segni di un'esperienza che «ti porta _ afferma Angela abbracciato alla moglie _ a fare un bilancio e a riflettere sul valore della vita, e ad amarla poi di più. Siamo tornati a vivere una seconda volta. Il mio pensiero va a figure come Palmisano, Ilaria Alpi, la Cutuli, al giornalista americano. A noi è andata bene». «Non abbiamo sconfinato _ prosegue _ con tutti i permessi, eravamo su un percorso ben noto, che ci era stato assicurato tranquillo, frequentato fino al giorno prima da turisti, tra l' Algeria e il Niger; appena in territorio nigerino, dopo una cinquantina di chilometri in pieno deserto, si è materializzato un veicolo velocissimo da cui sono scesi tre individui, con turbante e occhiali da sole, kalashnikov e pistole alla mano, intimandoci di arrestarci». Nei pensieri della troupe, la possibilità che si trattasse di una pattuglia di militari nigerini, ma poi via via si è capito che sarebbe stata una vicenda drammatica. «Sono seguite 15 ore di terrore allo stato puro: sotto tiro, calci nel costato, pugni alla tempia, schiaffi a mano aperta per sfondarti i timpani, interrogatori con urla e violenze psicologiche, uno alla volta, senza capire cosa volessero. Prima ci chiedevano hashish, poi alcol, soldi, se fossimo spie. Giocavano con noi terrorizzandoci senza un chiaro obiettivo, nè una logica. Cercavamo di farci coraggio». Trafugato il materiale e i mezzi, col sopraggiungere della notte il gruppo è stato spostato nel deserto a 20 chilometri dal punto dell'aggressione: «Abbiamo portato con noi quello che era possibile: acqua, sali, miele, per il timore di essere lasciati per chissà quanto nel deserto, a centinaia di chilometri dalle oasi, senza poter sopravvivere. La notte è stata un po' da condannati a morte, pensavamo di non farcela, visto che a un certo punto ci avevano messo in fila come per fucilarci». La liberazione al mattino successivo: riportati al punto di partenza, dove telecamere, oggetti, attrezzature varie erano spariti, sono stati fatti risalire sulle vetture.