Annunzio Cervi, il sardo " monello" bombardiere e scrittore di liriche


SASSARI. Il mio amico Roberto Pappacena, professore e scrittore di raffinata mano, sta con i piedi a Cortina d'Ampezzo e col cuore a Sassari. O viceversa. Credo che nessuna delle due alternative gli torni sgradita. Ora mi manda una serie di carte che riguardano un amico di giovinezza di suo padre Enrico. Un ragazzo sassarese, morto a 26 anni, sul Monte Grappa, una settimana prima della fine della Grande guerra. Si chiamava Annunzio Cervi, nome abbastanza conosciuto ai sassaresi, non foss'altro perché c'è una via intitolata a lui (anche se molti la confondono ancora con una specie di via D'Annunzio). Cervi era nato a Sassari il 6 agosto 1892. La madre era sarda, il padre Antonio un insegnante da Cividella Alfedena, in provincia dell'Aquila: lì c'è ancora il palazzo che fu a suo tempo proprietà della famiglia Cervi. Una lapide sulla facciata ricorda Annunzio: così come lo ricordano le vie a lui intitolate a Milano, a Roma, all'Aquila. Aveva una quindicina d'anni quando il padre fu trasferito a Napoli, dove insegnò al famoso Liceo "Umberto I". Precocissimo, Annunzietto (come lo chiamavano, per la sua corporatura minuta) entrò presto a far parte dei circoli artistici napoletani, in particolare degli "Amici del Caffè Gambrinus", schierati con le avanguardie della poesia italiana: un po' di crepuscolarismo, un po' di futurismo, soprattutto molto D'Annunzio. All'Università fu amico di Luciano Nicastro, destinato a diventare un importante letterato, e del grande critico Francesco Flora che lo ricorda così nella sua "Storia della letteratura italiana": «Annunzio Cervi nelle `Cadenze di un monello sardo' svelava la sua parentela con gli scrittori che si dissero crepuscolari e con quelli che si annunziavano nella rivista `Diana' di Gherardo Marone, a cominciare da Ungaretti, del quale procreava certe movenze. Ma la fine immatura (che egli presentì in vari versi quando andò alla guerra) tolse alle lettere un ingegno assai più ricco di quel che le pagine pubblicate rappresentino». Andando alla guerra, a 23 anni, Annunzio aveva già al proprio attivo una intensa attività pubblicistica e un libro tutto attraversato di spiriti classici, "Il toro di Falaride". Nel 1917 pubblicò quella che resta la sua opera maggiore, la raccolta di liriche intitolata "Cadenze d'un monello sardo" e un volumetto, ora introvabile, dedicato all'amica Eleonora Duse, col curioso titolo "Restiamo Bombardieri del Re". E volontario bombardiere era andato in guerra nell'agosto 1916. Ebbe due medaglie d'argento e una di bronzo al valor militare. Nel 1922 Enrico Pappacena, il padre del mio amico Roberto, curò un'altra antologia poetica, "Le liturgie dell'anima". La sorella Telesilla e la nipote Romana Itala Romano Laccetti ne hanno conservato in diversi tempi la memoria: nel cinquantennio della morte una sua raccolta fu pubblicata dall'editore Ceschina, con la prefazione di Lionello Fiumi, di cui fu amico nella pause veronesi della guerra. Fiumi racconta che, in quelle brevi pause, andavano a passeggiare lungo le rive dell'Adige, sfogandosi a recitarsi reciprocamente i propri versi. Annunzietto, dice, aveva un modo stranissimo di porgere le sue liriche: «A voce acuta, anzi stridula e un po' nasale, le scaraventava addosso all'uditore rapidissimamente, senza una pausa, senza un mutamento di tono. La fine arrivava di botto, tagliando netto come uno scatto di ghigliottina. E attendeva, con ansia, il mio giudizio. Ma d'un tratto, nel poeta, affiorava il `monello': e subitamente immemore, dal greto scagliava a raso un sasso piatto che sforacchiava l'acqua».