Una freccia al cuore e si salva ancora Per la seconda volta ha puntato la balestra dopo il tentativo di suicidio di pochi mesi fa


OLBIA. Più vicino era impossibile andarci. Bastava un niente. La distanza dalla morte misura qualche millimetro. Un nulla più a destra e il cuore a Gianlucio Meloni gli sarebbe esploso nel petto. Invece la freccia è entrata all'altezza del capezzolo sinistro, si è incuneata per trenta centimetri e si è fermata a un soffio dall'ascella destra. Il cuore infilzato come in uno spiedo ha continuato a battere. Gianlucio Meloni aveva deciso di finirla venerdì, la sua vita. Nella sua casa di Berchidda ha preso la balestra, l'ha caricata, l'ha rivolta verso di sè, ha appoggiato la punta della freccia dritta verso il cuore. Non voleva errori questa volta. Ad agosto qualcosa era andato storto: un suicidio troppo complicato. Il grilletto attaccato ad una corda, la corda attaccata ad un libro, un libro appeso con un'altra corda tesa sopra una candela accesa, la fiamma che piano piano consuma la sua sentenza di morte. Lui immobile a fare da bersaglio. La freccia quella volta gli aveva bucato un polmone. Ferita grave, ma era ancora vivo. Due giorni fa niente possibilità di fallire. Il cuore l'ha spinto lui contro la freccia. Poi ha premuto il grilletto. Quando alle 20,30 l'hanno portato all'ospedale di Olbia il segmento che spuntava dal capezzolo sembrava vivo, pulsava. Era il battito cardiaco che si riperquoteva sul dardo, e faceva muovere appena le piume. Il cuore, che è un muscolo, gli si era avvinghiato e lo stringeva: ed è per questo che Gianlucio Meloni non è morto. La freccia ha funzionato da tappo: ha impedito che il sangue sgorgasse a fiotti. I medici dell'ospedale di Olbia non avevano mai visto niente del genere. Lì non esiste nemmeno il reparto di cardiochirurgia, nessun intervento al cuore prima d'ora. Ma il tempo per un trasferimento non c'era. Quella freccia bisognava sfilargliela subito. Gianlucio Meloni ha trentasette anni, la musica nel sangue e una crisi depressiva nella testa. E' disoccupato e tira avanti facendo piano bar. Vive da solo, dicono che sia un tipo riservato, ha un fratello e una sorella. Venerdì dopo essersi sparato è corso giù per le scale, ha chiamato il 113, e la polizia e il 118 l'hanno trovato dentro la sua macchina, con le 4 frecce lampeggianti. «Queste sono le chiavi di casa _ ha detto _ tenete pure». Cosciente ma in una sorta di choc indotto dal dolore. L'hanno caricato sull'autombulanza e alle 21,30 era già sotto i ferri. Dalla sala operatoria uscirà solo alle 2 di notte. Quando il primario del reparto di chirurgia Renato Mura, quello di rianimazione Franco Pala e le rispettive equipe hanno aperto il torace, per un attimo si sono guardati negli occhi. Bisognava sfilare la freccia dal cuore e tappare subito le cavità per fermare l'emorragia. Il dottor Mura gli ha afferrato il cuore e l'ha tenuto nella mano. Per due volte ha smesso di battere. Poi ha sfilato il dardo e con il filo ha cominciato a suturare i quattro fori. L'hanno richiuso, ricucito, intubato e connesso al respiratore. Adesso non è affatto fuori pericolo. C'è il richio che i punti si aprano, che partano le infezioni. Si trova sotto sedativo, risucchiato in un sonno profondissimo. Quando i medici hanno provato a svegliarlo, lui era cosciente. Il cervello non ha subito traumi. Per uno scherzo di pochi millimetri, potrebbe ancora cavarsela.

Luigi Soriga