Sulla Piroddi pesa l'ombra degli omicidi Caduta l'accusa di mafia, l'ex sindacalista deve rispondere dei delitti Demurtas e Piras


LANUSEI. Maria Ausilia Piroddi non è la glaciale regista di un piano ideato per arrivare alla conquista del potere politico a Barisardo, primo passo per arrivare al controllo degli investimenti sulle coste. Un progetto sottile, sviluppato grazie all'uso spietato della violenza e dell'intimidazione. Da venerdì mattina, «in nome del popolo italiano», l'ex segretaria della Cgil di Tortolì non è infatti una mafiosa. Anzi, per essere più precisi, non è la prima mafiosa in Sardegna. Per i giudici del tribunale di Nuoro, quindi, il castello dell'accusa poggiava su fondamenta di sabbia. Ed è così franato. E ha ceduto completamente quello che alla vigilia di questo processo, celebrato anche nella piazza mediatica, era considerato uno dei puntelli più robusti della procura: Donatella Concas. Una giovane coinvolta in un traffico di droga che avrebbe raccolto le confidenze di colui che era indicato il numero due della presunta cosca ogliastrina, Adriano Pischedda. Da Pischedda la Concas avrebbe raccolto i segreti più oscuri del «gruppo» e li ha poi raccontati alla polizia. Ma i giudici del tribunale non hanno preso per oro colato quella valanga di dichiarazioni. Le verifiche processuali, alla fine, hanno dimostrato che molto, forse troppo, non poteva essere ritenuto credibile. Ora si dovrà attendere il deposito delle motivazioni per capire fino in fondo il senso di questa sentenza. Ma quel che resta di oltre un anno e mezzo di udienze, di polemiche ruvide, di dubbi e di colpi di scena è una donna che è riuscita a uscire indenne dalle fiamme dell'inferno. Per Maria Ausilia Piroddi, però, c'è ora un altro inferno da attraversare. Forse più cupo e più doloroso. Perché è un inferno nel quale si agitano ombre di morte. Sì, perché l'ex sindacalista non è stata accusata soltanto di associazione a delinquere di stampo mafioso, ma è anche considerata la mandante di due omicidi. Quello del sindacalista della Flai-Cgil Franco Pintus e quello del forestale di Gairo Pierpaolo Demurtas, avvenuti rispettivamente il 13 aprile 1997 e il 4 giugno del 1996. Due delitti che, secondo l'accusa, riportano al cuore di tenebra di una lunga stagione di veleni e di conflitti che dilaniarono la Cgil ogliastrina nei primi anni Novanta. Insomma, due delitti che rappresenterebbero il punto estremo di uno scontro che all'origine era soltanto politico, poi degenerato in spaventose logiche di annientamento. Il 14 gennaio, quindi, Maria Ausilia Piroddi ritornerà davanti ai giudici della corte d'assise di Cagliari. Insieme a lei, ci saranno Adriano Pischedda, Sandro Demurtas e Mario Cabras. Gli ultimi due sono accusati di essere i sicari dei due delitti, che sarebbero stati ispirati dalla Piroddi e commissionati da Pischedda. Oggi, però, non può non porsi l'interrogativo di quanto la sentenza di assoluzione per mafia possa riflettersi, e in qualche modo influenzare, il processo per i delitti Pintus e Demurtas. E questo soprattutto perché esistono molti punti di contatto tra i due procedimenti. Prima di tutto i protagonisti: Piroddi, Pischedda, Cabras e Demurtas. E poi alcuni testi-chiave. Prima fra tutte quella Donatella Concas che la sentenza del processo Tuono ha fortemente ridimensionato nella sua credibilità. C'è comunque da ricordare che la Concas, già sentita in teleconferenza anche nel processo per gli omicidi, non ha convinto molto. Ha infatti clamorosamente sfalsato temporalmente alcune circostanze e ha perfino confuso i nomi e i ruoli delle due vittime. C'è poi un capitolo che deve essere dedicato al legame tra alcune armi che «scottano» e gli imputati. Per esempio: un fucile calibro 9 utilizzato per uccidere Pintus è risultato essere la stessa arma usata nelle intimidazioni contro Ibba, Casu e Fanni a Barisardo. Bene, in questi capitoli del processo per mafia, Cabras è restato fuori. Assolto. Inevitabilmente si indebolisce così il filo che legherebbe il pizzaiolo di Tortolì agli attentati di Barisardo e ai delitti. Quell'arma, insomma, perderebbe la sua capacità di diventare prova nel processo per gli omicidi. Come si vede, dunque, la sentenza di venerdì non può restare un fatto isolato. Come in un effetto domino produrrà sicuramente degli effetti nel secondo capitolo di questa terribile storia ogliastrina di violenza e di morte.di Piero Mannironi