L'affascinante storia di Giovanni Mura ultimo di un'antica dinastia di ramai


ISILI. E, e comunque si sente, l'ultimo in una dinastia di ramai fondata trecento anni fa da Imperantoni Mura. Lui, Giovanni, si avvicina agli ottanta anni, da dieci ha lasciato il mestiere «militante» e ora, da pensionato, si può permettere di creare arte in pezzi unici. Degni di entrare nello splendido Museo del rame di Isili che sopravviverà ad una civiltà condannata ad estinguersi. Dei 50 ramai che erano in attività prima della guerra, oggi sono rimasti attivi in due e entrambi disperano di trovare giovani cui insegnare l'arte e con essa s'arromanisca, la lingua forse di origine rom, guscio protettivo per i ramai. «Quando andavamo a vendere, dovevamo comprenderci tra di noi, senza che i clienti capissero che, dicendo per esempio caglio, volevamo dire bello e che con scaglio dicevamo il contrario» ammicca Giovanni Mura. Insieme al gergo aveva imparato l'arte nella bottega di suo nonno, Antonicu, patriarca di 93 anni che aveva in bottega Giovanni, allora ragazzo di 13 anni, il padre e altri quattro artigiani. «Aveva inventato la catena di montaggio, mio nonno, cui spettava la rifinitura dei pezzi» ricorda. «Ma anche babbo era bravissimo ed stato un ottimo insegnante per me, pur se debbo dire che, come mio nonno, era contrario alle innovazioni nel nostro mestiere». Cosa che proverà, con il padre, negli anni Sessanta, quando Giovanni pensò di innovare su lapiolu dei pastori, il gran recipiente di rame che serviva per cagliare il latte negli ovili. Progettò di farlo più alto di quello conosciuto, ma non lo si poteva fabbricare con le lastre di rame che da Napoli arrivavano a Isili: il fondo e le pareti del recipiente sarebbero diventati troppo sottili. «Formaggio in quest'invenzione tua non se ne farà mai» decretò il padre. Anche il signor Garavina, il proprietario della fonderia napoletana, bocciò in un primo momento la sua proposta: «Non capisco perchè tu debba cambiare le cose conosciute da tuo nonno e da tuo padre». Ma alla fine riuscì a farsi dare 100 lastre come le voleva lui. Costavano 50 mila lire l'una, intorno al 1962. Le cose gli andarono invece benissimo. In un giorno, fra Orune e Bitti, visitò gli ovili e vendette tutto. Non solo i pastori apprezzarono quel lapiolu che facilitava di molto il loro lavoro, ma gli chiesero se non fosse possibile farlo ancora pi alto. Quello no, non era possibile, ma «da Orune stesso telegrafai alla ditta napoletana: voglio altre 100 lastre». Si era fatto clienti ovunque nei quindici anni (1940-1955) spesi a girare in carrettone gli ovili della Sardegna. Aggiustava i recipienti, li stagnava e, quando proprio non ce la facevano più a resistere, li cambiava con dei nuovi. Per altri trent'anni continuò a viaggiare di ovile in ovile e di paese in paese con un furgone, lanciando un grido che tutti conoscevano. Vendette 400 esemplari della sua nuova tecnologia. Per i tempi morti mise su un'import/export fai-da-te: caricava sul furgone suoi oggetti in rame e girava il Continente, Napoli, Salerno, Foggia, Tivoli, Deruta, Perugia. «Facevo a cambio: rame con ferro, ceramiche e altro, anche preziosi. Qui a Isili avevo un bell'emporio che durato fino a cinque anni fa. Poi non me la sono pi sentita». La sua bottega ancora piena di pentole, bracieri, oggetti d'arredamento. Conserva con tenerezza alcuni pezzi fatti dai figli adolescenti che sembravano allora promettenti ramai e che presero altre strade. «Certo che ho tentato di insegnare l'arte ai giovani» dice e mostra un cartello, ancora attaccato alla porta dell'officina, che annuncia corsi professionali. Ne tenne due, con una quindicina di giovani disoccupati. «Un disastro. Un sacco di promesse fecero: un piccolo salario per i giovani, il pagamento del materiale didattico; sì, qualcosa nei primi due mesi ma poi più nulla. Non solo ci ho rimesso con i clienti che non riuscivo più a seguire, ma l'ente che mi aveva ordinato il corso, non pagò neppure l'Iva. Toccò a me pagarla, per fortuna non tutta intera. Nel 1988 volevano 8 milioni e meno male che quel funzionario capì, facendomi pagare tre milioni solo». Scoraggiato Giovanni Mura, ancora più scoraggiati i giovani apprendisti che mollarono. E si devono esser passati la parola, perchè ragazzi disposti a entrare nel mestiere non se ne trovano proprio. Mura afferra un catino di rame grezzo, appena sbozzato e me lo consegna fidando in un giudizio che non va al di là del peso e della piacevolezza al tatto. Lo ha fuso e forgiato lui stesso, con su fodde elettrico (ultima occasione di scontro con il padre tradizionalista e anche ultima concessione alla modernità in quella bottega). «Vede, il rame industriale pi liscio, pi perfetto nello spessore e anche pi puro. Ma nessun pezzo sarà mai bello, resistente e cocciuto ai colpi come questo» dice accompagnando le parole con martellate al catino, insieme forti, precise e garbate. Quando viene qualcuno qui ad Isili per comprare oggetti di rame, si arrabbia sentendo che vogliono spendere come se comprassero plastica. «Ma santiddio, dico, te ne vieni qui, a sa bidda de sos lapiolarzos, e ti vuoi prendere un pezzo fatto a Taiwan. Che senso ha? Si est a ti lu leare e non bi cumprendes nudda, dàssalu. Purtroppo le persone che sanno distinguere sono poche. E il rame va in disuso». Mi vuole mettere alla prova, saggiare il buon gusto. Mi piazza davanti a due bracieri. Uno fatto in gran parte a macchina, un macchinato, dice e l'altro «di quelli buoni, fatti a mano». Non lo deludo, anche se capisco che la differenza estetica fatta di piccoli dettagli che pochi sono ormai disposti a pagare. «Si ha l'illusione di spendere di meno. Ma vede, quando uno dei miei recipienti non servirà più all'uso, come sos lapiolos dei pastori, sarà un bellissimo e eterno vaso per piante. Provi a fare lo stesso con questi macchinati». Ma sa che una battaglia persa, Giovanni Mura, mostrando l'ultima opera d'arte da poco finita. Sul fondo del recipiente, sbalzato alla rovescia perchè si possa leggere correttamente dall'apertura, un piccolo verso dedicato al figlio ingegnere e, forse, ai suoi contemporanei: «Fipo operaiu de lughe soliana». Gianfranco Pintore