Strangolata dall'amico psicolabile Ischia: la giovane psichiatra l'ha respinto, lui ha confessato


NAPOLI. Ha tentato disperatamente di difendersi dall' amico che la stava per uccidere. Marina Caccia Perugini ha lasciato sul corpo del suo aguzzino graffi e morsi, segni inequivocabili di una lunga, ma inutile colluttazione per sottrarsi prima al tentativo di violenza e poi liberarsi dalla morsa del lenzuolo con il quale è stata strangolata. Giovanni Rubbio, un napoletano di 33 anni, ha ucciso senza un perchè, ed ora è accusato di omicidio volontario la sua compagna di infanzia, la 28enne di Pozzuoli. La ragazza lavorava nel campo della riabilitazione psichiatrica e aveva offerto un sostegno umano prima ancora che professionale allo stesso Giovanni - oggi nullafacente - uscito appena tre anni fa dal tunnel della tossicodipendenza. Dolore ancora più grande per la madre di Giovanni, Rosa Saggiomo, di 62 anni, quella di essere stata lei ad aprire la porta della dependance della villetta nella quale era ospitata da circa quattro giorni Marina e trovare il cadavere riverso sul letto, con addosso solo il reggiseno del costume del bagno. Il perchè _ Rubbio, da subito dopo il delitto avvenuto nella serata di ieri, è apparso in stato confusionale e ha ammesso con mezze frasi davanti ai parenti di aver ucciso Marina _ sta probabilmente in una "delusione d'amore": nel fatto di essere stato respinto da quella che considerava molto più di un'amica. Marina amica lo era per la famiglia di Rubbio _ la mamma, vedova di un noto odontoiatra del Parco Margherita a Napoli, e un fratello di Giovanni _ e nella stessa considerazione era tenuto Giovanni dai genitori della vittima (il padre, Arturo, viceprefetto, è molto noto in città). Da oltre venti anni si conoscevano e si frequentavano e quella vacanza ad Ischia era un modo per ritrovarsi liberi da preoccupazioni di lavoro. Le lancette della morte vanno indietro di circa ventiquattr'ore. Dopo pranzo di un sabato di pieno agosto nell'isola affollata da turisti e pendolari. Marina, a differenza dei giorni precedenti, decide di non raggiungere il mare dalla villetta insieme con i componenti della famiglia Rubbo. Non si sente bene, ha qualche dolore allo stomaco. Giovanni sente, non perde un attimo e si offre subito di fare compagnia a Marina. Alle 19,30 la famiglia Rubbo torna a casa e nota l'assenza dei due ragazzi e la Ford Fiesta dell'assassino. Passano un paio d'ore, Giovanni Rubbo rincasa con la sua auto. E' agitato, suda, sconvolto, in stato confusionale. Alla madre che gli chiede conto della ragazza non dà risposte, in mano ha le chiavi della dependance della villetta. Rosa Saggiomo si fa coraggio, gli strappa le chiavi dalle mani, apre la villetta e trova il cadavere di Marina. Sul posto arrivano i carabinieri. Giovanni cerca di scappare ma viene bloccato immediatamente. Poi, davanti ai parenti, mentre inizia il sopralluogo dei militari nella camera da letto della ragazza, comincia a parlare, inizia a dire mezze frasi. "Sono stato io", con il volto perso nel vuoto. Sulla faccia e su una coscia di Giovanni sono evidenti i segni di graffi e morsi. Anche sul cadavere seminudo della povera Marina chiare le prove del tentativo della ragazza di difendersi. Soprattutto sulle braccia e sul collo della vittima, Giovanni ha lasciato il suo segno. Particolare ritenuto fondamentale dagli inquirenti: vicino al letto le ciabatte dell'assassino, dimenticate prima di andare via e chiudere a chiave la dependance.