Vecchi segreti dei fotografi Guiso Il racconto di Andreina, ultima custode di una generazione


NUORO. Sono passati tanti anni ma nello studio fotografico affacciato sui Giardini di piazza Vittorio Emanuele è come se il tempo si fosse fermato. Ogni macchina è al suo posto: la camera oscura impolverata, il vecchio banco ottico in perfetto stato, le lampade appena arrugginite, le montagne di stampe, lastre e pellicole sparse ovunque. E poi i ritratti, belli e inimitabili come sono le cose che hanno sapore del tempo perduto. Sebastiano e Goffredo Guiso non ci sono più, ma dei loro segreti adesso è custode Andreina, ultima di una generazione di fotografi che ha scritto una fetta della storia di Nuoro. Andreina Guiso è la vedova di Goffredo. Al suo fianco ha imparato il mestiere e l'arte della fotografia d'autore, la sensibilità che si nasconde dietro quel fatidico clic che immobilizza in una lastra 13x18 i volti in bianco e nero della gente qualunque, i nuoresi della vita di tutti i giorni. Arte vera, tramandata da padre a figlio in quasi un secolo di attività. Quasi un secolo, appunto, perché Sebastiano Guiso _ il fotografo storico di Nuoro _ aveva aperto bottega nel 1907. Era stato un pioniere nel tempo in cui Nuoro era ancora poco più di un villaggio. Le sue immagini hanno fatto epoca: immortalava costumi e paesaggi, panorami di una città che cresceva di giorno in giorno intorno al suo centro storico, momenti di vita sociale, feste e celebrazioni religiose. Nel 1954 una grave malattia, che negli ultimi anni lo aveva quasi immobilizzato, strappò Sebastiano Guiso alle sue fotografie e alla vita, lasciando nelle mani del figlio l'eredità dello studio fotografico. Mani sapienti quelle di Goffredo, forgiate nel laboratorio del padre dove aveva cominciato a lavorare negli anni Quaranta, durante la guerra. Da Sebastiano aveva imparato la tecnica e la grande passione per le belle immagini, ma poi aveva scelto una strada tutta sua: quella del ritratto. Un'arte sopraffina, delicato mix di sensibilità, curiosità e fantasia. Merce rara che non si trova dappertutto. I suoi ritratti erano preziosi e ricercatissimi, caldi e avvolti in un velo d'ombra. I migliori li esponeva in una bacheca in bella vista davanti all'ingresso dello studio, in piazza Vittorio Emanuele. E lì era un via-vai di persone che andavano a curiosare alla ricerca del volto conosciuto, fosse la donna dei sogni o semplicemente il vicino di casa. Era sempre un grande vanto, ma anche un privilegio concesso a pochi. Solo i ritratti migliori potevano essere esposti al pubblico. A suo modo Goffredo Guiso raccontava la storia della sua città. Non la storia ufficiale, cioè filtrata attraverso i grandi avvenimenti, piuttosto quella piccola e apparentemente insignificante descritta dai mille volti della Nuoro di ogni giorno. «Goffredo non era adatto alle cerimonie _ racconta Andreina Guiso _ preferiva la fotografia da studio. Così ogni giorno andava nei paesi, in giro con la sua moto, altra sua grande passione, alla ricerca dei soggetti migliori. Allora non c'era tanto lavoro e il fotografo doveva andare a cercare di persona i clienti. Quando trovava un soggetto che reputava interessante allora lo portava nello studio e lì dava libero sfogo alla sua fantasia». Il risultato delle fantasie di Goffredo a volte erano semplicemente gli sguardi intensi e superbi delle bellissime donne barbaricine oppure i volti scavati dal lavoro in campagna degli uomini. Altre volte erano i ritratti surreali di improbabili personaggi holliwoddiani scoperti nei bar e nelle osterie dela città. Altre ancora i volti anonimi dei giostrai e dei personaggi arrivati in città con il circo. Memorabile il «guerrigliero messicano» immortalato con tanto di cartuccera, sigaro e sguardo minaccioso alla Emiliano Zapata. «Goffredo _ racconta ancora la vedova Guiso _ lavorava molto con la fantasia: prima immaginava nella sua testa la scena che intendeva realizzare poi cercava il personaggio che meglio l'avrebbe interpretata». Dietro le quinte dell'attività frenetica dello studio fotografico c'è anche una bella storia d'amore da raccontare: quella tra Goffredo e Andreina Guiso, veneta di Verona, figlia di un macchinista di ferrovia. Si erano sposati nel 1950 e insieme avevano condiviso tutto, anche la passione per la fotografia che lui aveva affettuosamente trasmesso alla moglie. «Mi mandava a stampare e nella camera oscura ho imparato il mestiere _ racconta ancora Andreina _ nei ritratti lui era insuperabile, ma anche io avevo imparato piuttosto bene». Tanto bene che alla morte del marito, nel 1983, Andreina da sola aveva continuato a mandare avanti l'attività dello studio, sino al 1994. Da allora la vedova Guiso ha continuato però a custodire gelosamente le macchine e, soprattutto, lo sterminato archivio della famiglia. Con un sorriso indica due immagini tra le sue preferite: due pernici e un suo ritratto con il costume di Orgosolo colorato a mano (le foto a colori non esistevano ancora e Goffredo ritoccava con precisione certosina). Sono solo due gocce in un mare di immagini e di ricordi che già nel 1988 i nuoresi avevano riscoperto nella rassegna allestita nella galleria comunale e che adesso rispunta dall'oblio in cui rischiava di finire attraverso la piccola ma significativa mostra allestita nella saletta Tettamanzi del Bar Majore, un altro pezzo di storia della città che non si può dimenticare.di Marco Bittau