Torna la «Storia naturale» del padre Cetti, inviato nell'isola dal Bogino Il gesuita che amò la Sardegna Lo studio sistematico di una terra considerata disagevole


Quando arriva a Sassari, nel 1775, il padre Francesco Cetti, gesuita, è sui quarant'anni. Lo ha mandato in Sardegna, con un'accolta di altri scienziati scelti uno ad uno in mezza Europa, il grande ministro di Carlo Emanuele III, il conte Bogino: che, tra tutte le riforme che vuole applicare alla Sardegna, ha anche deciso di «restaurare», come si diceva allora, le due Università sarde. Cetti, nato in Germania da una famiglia comasca, era docente di Filosofia e matematica all'Archiginnasio milanese di Brera. Viene a Sassari a insegnare Geometria e matematica. Gli insegnamenti scientifici sono, nel clima dell'Illuminismo europeo di cui arrivano le suggestioni anche in Sardegna, sulla cresta dell'onda. Non per niente Cetti avrà subito alle sue lezioni non solo i non molti studenti dell'Università sassarese ma anche molti uditori «privati», borghesi e cavalieri. Ma la grande passione di Cetti sono le scienze naturali. Le piante, le pietre, gli animali della Sardegna non sono mai stati studiati scientificamente. Ora, però, l'isola bisogna conoscerla da vicino, se veramente le si vuole far fare quei passi avanti (soprattutto nell'economia) che il Bogino si propone. E' d'accordo col ministro, infatti, che Cetti inizia una puntigliosa esplorazione dell'isola _ il ministro è così contento che gli farà avere un fondo per le spese di viaggio _ scopre numerosi giacimenti di minerali che il governo proverà anche a sfruttare (marmi colorati a Bosa e Silanus, calcedonio bianco ad Alghero). Appena arrivato Cetti si mette in caccia delle «specialità» sarde: «non v'è in Sardegna quel che v'è in Italia, né in Italia quel di Sardegna», dirà più volte. Così già a poche settimane dall'arrivo può scrivere al «suo» ministro che ha scoperto che cos'è la pietra «stellaria» (un fossile, giustappunto), ha studiato l'«apio» (che sarebbe l'erba che genera il «riso sardonico»), ha trovato che la solifuga è poco più che un ragno poco velenoso, sa ormai tutto sul muflone, sulla cui parentela con la pecora corrono leggende che è in grado di smentire. Raccoglierà tutte queste sue osservazioni in un'opera che la nuorese Ilisso ripubblica ora nella sua «Bibliotheca sarda» («Storia naturale di Sardegna», 452 pagine, 20.000 lire) con una puntuale prefazione di Antonello Mattone e Piero Sanna. Cetti _dicono Sanna e Mattone _ non è un naturalista in senso stretto. E' piuttosto «un letterato colto e brillante, dotato di uno stile arguto, capace di stimolanti digressioni, storiche, economiche e filosofiche». Sono queste sue disposizioni del carattere e dell'intelligenza che fanno del suo libro un testo di molto piacevole lettura. Però, attenti: Cetti conosce i testi fondamentali degli studiosi del suo tempo: che è, in particolare, il tempo del «grande» Buffon e del grandissimo Linneo. Un biografo ha scritto che i suoi metodi di classificazione sono «prelinneani»: il che, dicono Sanna e Mattone, è invece tutto da dimostrare. Certo, Cetti scrive per un grande pubblico, che immagina sia il pubblico di lettori che dietro le sollecitazioni dell'Illuminismo si sta sempre più interessando anche alla conoscenza dei fenomeni naturali. E a loro sono dedicati i tre volumi che escono fra il 1774 e il 1778: uno sui quadrupedi, uno sugli uccelli e uno sugli anfibi e i pesci. Avrebbe dovuto scriverne un quarto, sugli insetti e i fossili, ma la morte, che lo raggiunse proprio a Sassari in quello stesso 1778, glielo impedì. Il titolo col quale l'opera è conosciuta, e con cui la Ilisso l'ha raccolta in un solo volume, è quello di «Storia naturale di Sardegna» che à, in realtà, la traduzione italiana del titolo che fu dato, pochissimi anni dopo, alla edizione tedesca. I volumi furono pubblicati a Sassari dall'editore livornese Piattoli, che fece eseguire anche, secondo il modello ormai trionfante della «Encyclopédie» francese, delle tavole che andarono ad arricchire l'opera. Che si presenta, nella veste editoriale, come un piccolo capo d'opera, degno di stare alla pari con quanto si faceva allora nella migliore arte tipografica italiana. (Di lì a un paio d'anni dopo la morte di Cetti, Piattoli sarebbe stato sospettato di aver avuto parte nella speculazione sui grani ordita, in occasione di una terribile carestia, dallo stesso governatore di Sassari). In pochi anni Cetti non solo aveva indagato con occhio acuto e curioso il mondo animale isolano, ma si era anche innamorato di quella terra dove nessuno veniva volentieri. E dove lui, che pure s'era beccato la malaria appena messo piede a terra, trovava abbondanti i «luoghi d'aria pura e sana», anche se poi proprio la natura insulare era responsabile dell'«impicciolimento», della «degradazione» (in senso naturalistico, s'intende) e del «decremento di mole» di tanti animali della Sardegna. E' stato già detto che Cetti è, a suo modo, anche un personaggio esemplare nella storia dell'Università di Sassari: dove non solo insegnò con molto impegno ma anche mise la sua intelligenza e la sua scienza al servizio dell'isola. Come non a tutti i suoi successori «continentali» sarebbe capitato.

Manlio Brigaglia