Fotografie dall'unità d'Italia a oggi in «Uomini e scrivanie» curato da Guido Melis Burocrazia per immagini L'album di famiglia dell'amministrazione


Guido Melis è oggi uno dei massimi specialisti italiani non solo di storia dell'amministrazione pubblica (su cui ci ha dato, qualche anno fa, una sintesi esemplare per persuasività della ricostruzione e l'agilità del racconto) ma anche di quella che potremmo chiamare «l'antropologia dell'impiegato». Accanto ai saggi precedenti si colloca ora questo «Uomini e scrivanie», curato per la collana «Storia fotografica della società italiana» degli Editori Riuniti (240 pagine, 28 mila lire). Un libro fotografico che ha per soggetti come dice il sottotitolo, «Personaggi e luoghi della pubblica amministrazione»: ai quali sono dedicate le 251 saporite foto, quasi tutte d'archivio, che seguono passo passo la trasformazione dell'identikit dell'impiegato-funzionario italiano, dallo stereotipo ottocentesco del «Monssù Travet» agli sconvolgimenti con cui deve fare i conti, oggi, tutta la macchina burocratica italiana. All'inizio c'è il funzionario piemontese o l'impiegato arrivato a Torino, dall'indomani dei plebisciti, dagli Stati preunitari: campeggia nelle prime pagine il «prospetto biografico» (cioè la scheda del funzionario che, conservata nel suo fascicolo personale, lo accompagnerà lungo tutta la carriera) di Achille Serpieri, raffigurato _ dice Melis _ secondo il clichè romantico del patriota ottocentesco: «sguardo perduto all'orizzonte, capigliatura brizzolata ma fluente e mossa, baffi folti, pizzo importante. Al collo _ un paradosso _ il fiocco nero, quasi da rivoluzionario romagnolo». Un paradosso davvero se, da sassaresi, ricordiamo che quella figura romantica di rivoluzionario era invece un bel pezzo di conservatore di ferro, che negli anni fra il Settanta e l'Ottanta, da prefetto di Sassari, avrebbe fatto sudare sangue alla «democrazia» repubblicana cittadina. Fu lui, peraltro, a mettere la prima pietra dell'imponente Palazzo della Provincia, uno di quei grandi edifici che lo Stato unitario disseminava per l'Italia a simbolo della propria presenza e della propria autorevolezza. Altrettanto, del resto, lo Stato faceva a Roma, costruendo i palazzi dei ministeri, a partire dall'indomani di Porta Pia, per comunicare anche attraverso l'architettura «l'inflessibile rigore (anche fiscale)», dice Melis, dell'Italia appena ascesa al Campidoglio. Con l'età giolittiana gli impiegati salirono di qualche gradino la scala sociale, parallelamente all'importanza che Giolitti assegnava al funzionamento di una oliata macchina burocratica. Entrano in carriera le donne: la graziosa milanese Santa Volontieri fu la prima ad essere assunta, nel decennio iniziale del secolo, con mansioni di concetto (nel 1913, il Ministero delle Colonie istituì un apposito ruolo del personale femminile). Nasce anche il sindacalismo della carriera, a opera di Antonino Campanozzi, poi deputato socialista (e, curiosità, confinato ad Orune dal fascismo), che fu il primo organizzatore degli impiegati. Dopo il breve periodo del dopoguerra, in cui i «colletti bianchi» in sciopero si vedono fronteggiati duramente dalla forza pubblica, il fascismo offre agli impiegati l'occasione di vedere i loro valori («senso spiccato dell'autorità, vocazione all'obbedienza, religione laica delle istituzioni, rifiuto della politica come ipotesi di per sè sovversiva, legalismo esasperato, culto delle forme») assunti dalla pedagogia di massa del fascismo e personificati nello stesso Mussolini «primo impiegato d'Italia». (Si dice che tenesse le luci accese, a Palazzo Venezia, anche di notte, perchè la gente lo immaginasse all'opera alla sua scrivania). Il fascismo «istituzionale» (quello di Mussolini in ghette e tuba) piace agli impiegati. E continuerà a piacergli anche quando li metterà tutti in divisa. Ecco la foto dei funzionari che escono dal Ministero della Cultura Popolare, nel 1938 tutti pimpanti (si fa per dire) nelle nuove nerissime divise: c'era un gallone, un'aquila (di varie dimensioni), un filetto d'oro per tutti. Dal ministro agli uscieri. Ma alla Minerva il ministro Bottai si faceva ritrarre in divisa militare, come quel «guerriero» che tutta la vita immaginò di essere. «C'è come un'ombra di smarrimento nell'impiegato dell'ultimo decennio», conclude Melis. Dal 1993 (ai tempi della riforma Cassese) sino alle leggi Bassanini, la pubblica amministrazione è stata sottoposta ad una «terapia intensiva». Ma modernizzare non è facile. E una parte della vecchia burocrazia, dice Melis, «sta a guardare, aspetta come sempre che passi la nottata». Questi suoi centocinquant'anni di strada sono riassunti dall'introduzione e prendono corpo nelle foto: accompagnate da nutrite didascalie, ricche di notizie e di notazioni che accompagnano il lettore lungo questo itinerario. Oggi gli impiegati sono in larghissima proporzione donne, età media 32 anni, parlano le lingue, hanno fatto stages in Europa: «Sperano in cuor loro che la foto ingiallita della vecchia burocrazia lasci posto all'istantanea digitale del manager pubblico del nuovo secolo».

Manlio Brigaglia