«La leucemia mi distrugge, datemi un'ultima speranza»


NUORO. Cinquanta milioni per non morire. Per sperare nell'autotrapianto, in una clinica di Ginevra, in Rue du Grand Pre, dove Mario Zirottu è atteso per giovedì mattina. Zirottu ha 62 anni e una leucemia che lo sta distruggendo. Originario di Posada, 38 anni di servizio come capostazione nelle Ferrovie della Sardegna, quindici dei quali trascorsi nella stazione di Tirso. Ed è lì che Zirottu si è ammalato, a causa, dice lui, dell'amianto disperso dai vagoni parcheggiati nei binari morti di una stazione improvvisamente e misteriosamente declassata e poi chiusa L'indice contro le Ferrovie lo punta lui e sopratutto i suoi avvocati, Angelo Mocci, Francesco Fancello e Amalia Conti, che hanno citato la gestione governativa delle Ferrovie della Sardegna davanti al tribunale civile di Cagliari, ritenute responsabili dell'aver abbandonato i vagoni con il loro carico di amianto (usato per coibentare le carrozze). E chiedono un risarcimento di tre miliardi e mezzo per Mario Zirottu, ma anche per la morte della moglie, che si è ammalata di un tumore (del tipo di Klansky), così come la figlia, mentre altri due figli hanno contratto l'epatite. Amianto killer, amianto fuorilegge. Lasciato a disperdersi nell'ambiente, come se niente fosse. «Io non ho grandissime pretese, chiedo soltanto di avere la possibiltà di curarami, di tentare il tutto per tutto con un interento che è comunque rischiosissimo», dice Mario Zirottu. Da qualche tempo vive a Flussio a casa di una figlia, il mese scorso è stato ricoverato in ospedale, a Bosa. Leucemia linfatica cronica, dice il referto. Per tentare il tutto per tutto servono cinquanta milioni. Le Ferrovie della Sardegna per ora non danno nulla. Quello che è successo alla Stazione Tirso, lungo la vecchia strada di Macomer vicino al bivio per Illorai, è raccontato dai fatti. «In questa stazione io ho lavorato dal 1984. Caso strano, il casellante, è morto di leucemia. Poi anche il nipote si è ammalato. E anche un altro capostazione, che era in subordine, ha la leucemia. Per non parlare della mia famiglia: malati in cinque. Tra l'altro il pozzo dal quale attingevamo l'acqua, anche da bere, è risultato inquinato. C'era di tutto. Anche amianto, ovviamente», racconta Zirottu. Lui si è sentito male nel 1997, ma le stranezze sono iniziate molto prima. «I miei figli perdevano i capelli, non se ne capiva la ragione. Poi si è ammalata mia moglie: raccoglieva la cicoria che si trovava proprio vicino ai vagoni abbandonati. Ed era piena di amianto». Zirottu inizia a stare male e lo segnala alle Ferrovie. All'inizio non succede nulla: e lui chiede l'intervento dei carabinieri del Nucleo operativo ecologico, pensando che la responsabiltà fosse delle ciminiere di Ottana, a un tiro di schioppo dalla stazione Tirso. Ma così non è: lo escludono le analisi. Interviene il Nucleo antisofisticazioni dei carabinieri. Quei rilevamenti sono agli atti del fascicolo della causa pendente davanti al tribunale di Cagliari. «E' successo che improvvisamente sono stato trasferito, da Tirso a Nuoro, in un solo giorno. Pensare che normalmente ci vogliono mesi. Poi, piano piano, hanno iniziato a non mandare più movimentisti. E alla fine l'hanno declassata. Un ordine arrivato dal Ministero. Ora quella stazione è chiusa, dal'98, ma i vagoni sono sempre lì. E sprigionano amianto, cosa crede, che sia finita?». Nel linguaggio dei suoi avvocati, «sussiste un nesso eziologico scientificamente indiscutibile fra tale gravissima e letale malattia e la prolungata esposizione all'amianto, che, nella fattispecie, coibentava le numeorse carrozze in disfacimento, e che, pertanto, disperdendosi nell'ambiente circostante, era assunto per inalazione o per ingestione, anche attraverso l'acqua». Ma la Direzione delle Ferrovie ha finora lasciato cadere le richieste di risarcimento. Che qualcosa di strano ci sia, da quelle parti, è indiscutibile. Anche se dall'Asl di Nuoro, solleciatata dalla denuncia della dottoressa Silvana Tocco, medico internista, arrivano risultati tranquillizzanti. Ossia che l'incidenza di tumori in quell'area non sarebbe preoccupante nè fuori dalla norma. Ma tre casi in una famiglia, quella di Zirottu, e gli altri casi di Molia, ai quali si aggiungono quelli del casellante e di suo nipote, e del collega di Zirottu, costituiscono fatti oggettivi. Mario Zirottu ha un appuntamento. Giovedì, dopodomani, i medici ginevrini potrebbero ridargli la speranza. «E' da un anno che aspetto, facciamo quello che vuole Dio», dice l'ex capostazione. Per quel viaggio servono 50 milioni. Il biglietto per l'ultimo treno.di Simonetta Selloni