domenica 21.03.2010 ore 03.16

ARCHIVIO la Nuova Sardegna dal 1999

Proietti, il teatro che non smobilita «Continuo a dire che servono attori e autori, non mi va il regime dei registi»

CAGLIARI. Pezzi di teatro d'attore con tutti i suoi tic, segni, tecniche chiacchiere, battute, con l'obiettivo di colpire non l'attualità, troppo labile, ma il costume _ «A me gli occhi» _ è come dire Gigi Proietti, il suo teatro, la sua vita. Venticinque anni dopo la prima, lo stesso spettacolo di sei anni fa, registra il tutto esaurito, cinquemila spettatori consapevoli che sarà del tutto diverso, perché in questo teatro, più degli altri, ogni giorno uno spettacolo diverso va in scena. Incontrare Gigi Proietti significa lasciarsi rapire dallo sguardo, dal gesto, dal tono della voce, per cogliere tutte le sfumature, le pause, le sospensioni, prendere le battute e bearsi di quello che racconta, volentieri, della sua vita sul palcoscenico. «Questo è uno spettacolo omnicomprensivo. Hanno detto che coniuga l'alto col basso... è semplicemente uno spettacolo dove l'attore si sfoga un po': il suo repertorio, le sue memorie. E stato fatto con titoli diversi, in forme diverse, però partiva sempre dall'attore sbattuto in scena. Nel '75,'76, quando è nato, partiva dalla voglia di contaminare un po' di generi; oggi questa definizione è diventata quasi di moda, quindi abbiamo ancora cittadinanza. Non mi aspettavo il successo che ha avuto. Peraltro non risulta in nessun manuale, in nessum pamphlet degli anni passati, non sta da nessuna parte... Sta nella memoria della gente e nella voglia di vederlo è più che sufficiente. E stato sempre considerato non definibile, uno dei critici meno feroci lo ha definito "metateatro"...eh? ci vo' l'astrologo per capire che cosa volesse dire. L'idea informatrice è molto semplice basata sulla memoria, l'esperienza e il bagaglio d'un attore. Siccome continuo a dire, polemicamente, che il teatro si fa con gli autori e gli attori me pare che non sia d'accordo quasi nessuno, porto avanti la mia piccola crociata». E il clima che cambia ad ogni spettacolo, spiega Proietti: «Le improvvisazioni? non capisco più quando improvviso oppure recupero cose che mi sono inventato, fissate col sistema della commedia dell'arte, vengono fuori di nuovo, pezzi nati in scena, partendo da una osservazione, una battuta, son difficili anche da scrivere. Il personaggio di Carrettella ad esempio che se uno non lo vede... allora si rende conto che anche il testo a volte, specialmente il classico comico è una parvenza molto fioca di quello che doveva essere. Si legge Plauto oggi, ma chissà come lo facevano... la scrittura era l'unico modo per tramandare. Senza andare tanto lontano le cose di Petrolini: si legge "fa lo scherzo della piva", chissà cosa c'entra, è teatro teatrale insomma». Quale teatro? «L'attore senza la mediazione della costruzione, della confezione registica esasperata; l'improvvisazione, Petrolini per esempio. Non ho niente contro il teatro di regia, contro il regime dei registi, sì. La regia è un'invenzione abbastanza recente. Che succedeva prima non si sa bene; però, sta di fatto, che il teatro minore, "il teatraccio" a rivederlo, era testato con la verifica del palcoscenico». La scuola di teatro? «è importante ma a recitare non si insegna, s'impara senz'altro. Non so cosa arrivi prima tra scuola e istinti, certamente da giovani l'istinto, poi arriva il mestiere, si deve mediare... Credo che per fare bene l'attore uno deve conoscersi molto bene, sapere cosa significa entrare in uno spazio di convenzione, un luogo, che vuol dire modificare lo spazio». «Una volta si tramandava oralmente, c'erano i capocomici e le compagnie giravano in città molto piccole con quaranta cinquanta commedie in repertorio, ora se ne fa una in una stagione è grasso che cola. Allora la scuola era nell'esperienza diretta. Oggi c'è l'Accademia, con la formazione professionale... molto carente». «Io, candidato per lo stabile di Roma? Senza saperlo, come sempre. Questa volta ho cercato di essere chiaro: non sono d'accordo su come vengono utilizzate le risorse, chiedersi prima di tutto quali sono i risultati della politica teatrale dagli anni Cinquanta a oggi... Non c'è più il luogo, non solo della mente ma fisico per parlarne, non c'è chi deve rispondere, l'interlocutore non si capisce. E venuto fuori che interlocutori sono la Destra e la Sinistra. Ma de che? Del teatro? E incredibile. Il teatro è rimasto una fettina della vita associata italiana e anche quello è stato invaso in una maniera... quindi cosa dirigi? Su cento lire di denaro pubblico novantasei vanno per la gestione prima ancora di arrivare in palcoscenico, con quattro lire si devono fare le produzioni». - Daniela Paba

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