«I cagliaritani riscoprono un valore: la propria città»


La querelle sul caso Anfiteatro ha portato all'attenzione del pubblico i più diversi aspetti di questa vicenda archeo-politico-architettonica, tanto che appare difficile aggiungere nuovi commenti. Ma io vorrei qui porre l'accento sull'unico effetto collaterale positivo innescato da questo ambizioso quanto maldestro progetto: la nascita spontanea _ dopo anni d'indifferenza _ di un vero appassionato dibattito su una gestione della cosa pubblica ormai giudicata troppo disinvolta. Dopo che eclatanti interventi di preoccupante sventatezza ed oltraggiosa manomissione dei più significativi siti cittadini erano potuti passare nel silenzio, era ormai opinione diffusa che la nostra fosse una città condannata a veder impunemente mortificate le sue eccezionali potenzialità residue, fino al completo stravoglimento della sua identità. Perché, intendiamoci, il pubblico è responsabile quanto gli amministratori, della decadenza delle città Se è vero, infatti, che le scelte di questi ultimi ed i progetti degli architetti devono comunque trovare la loro verifica ultima nella congruità con le più positive aspirazioni di chi abita le città, è però necessario che i cittadini si pongano come termine di confronto partecipe; e non vi è nulla di più rattristante della constatazione che, negli ultimi tempi, a Cagliari come altrove, la collettività si è disinteressata delle modificazioni e del degrado dell'ambiente _ sia naturale che costruito _ rinunciando così a prendere parte ad una delle attività umane che dà la misura del suo grado di civiltà e costituisce traccia della sua presenza nel mondo: l'Architettura. E se è vero che l'esprimersi per mezzo di essa è uno dei bisogni primari dell'uomo, è allora necessario che i singoli si accorgano come ciò che succede fuori da casa propria non sia cosa appartenente solo agli «altri», e che pretendano per tutta la città la stessa bellezza, qualità e decoro che essi pretendono per la propria abitazione. Disinteressarsi di alterazioni e sfregi che si compiono ad un passo da questa potrà, tutt'al più, dare l'illusione di non essere personalmente implicati in nulla di tutto ciò, ma rende in realtà complici di chi proprio su questo conta per continuare la propria sventata opera millantandola per progresso. A cosa ci porterà vivere tali eventi con distacco e rasseganzione? Perché abbiamo accettato che le imponenti arcate di San Saturnino siano state tamponate con improponibili vetri specchianti, e quelle della passeggiata coperta con volgari infissi in legnaccio di terza scelta? Abbiamo forse digerito quest'offesa in cambio di una piazzetta, invero modesta, in cui far scorrazzare i bambini e di qualche patetica quanto poco godibile sfilata di moda? perché nessuno si è indignato davanti a quello sfregio che sono gli ascensori per il Castello? Perché, in cambio di un parcheggio un po' più vicino al nostro ufficio, abbiamo permesso che le antiche mura di Santa Croce, non più strette d'assedio da antichi armigeri, lo siano oggi da parte delle automobili? come mai nessuno ha mosso un dito per impedire che le stesse mura del Fossario venissero scelleratamente consolidate sovrapponendovi un muraglione di cemento armato dello spessore di un metro, a sua volta ricoperto da pietre fresche di taglio che pretenderebbero di imitare quelle antiche? E' un grave errore considerare tutte queste cose come ineluttabili; e i cagliaritani ora stanno dimostrando di non essere disposti a barattare la perdita dei simboli della loro identità storica per qualche panchina in più. L'inveterata politica del panem et circenses, in definitiva, sembra essersi incagliata a Cagliari proprio nell'area di uno di quei circhi che per secoli ne avevano favorito la pratica. La vicenda dell'Anfiteatro ha dato ai cagliaritani lo stimolo per reagire alla passiva e rassegnata accettazione di tutto quanto di buono o cattivo viene loro somministrato dall'alto da chi su questa rassegnazione ha sempre fatto affidamento, e sembra anche aver chiarito che di certe libertà si può, si deve chieder conto. Qualunque siano gli esiti di questa vicenda considero già un risultato incoraggiante il desiderio di attiva partecipazione manifestato da un pubblico numeroso ed eterogeneo. Ciò, seppur non mi risarcisce dell'affronto subito dall'Anfiteatro, m'induce però a ricredermi sull'assenza di speranze per il futuro di questa città. Quanto poi all'amministrazione comunale, che ancora ieri aveva la sfrontatezza di negare, ai microfoni di Oliviero Beha, come l'Anfiteatro fosse stato sommerso da una cascata di legno lamellare essa avrà forse la soddisfazione di vincere il braccio di ferro con l'opinione pubblica che reclama il rispetto dei suoi monumenti più cari; ma quanta sincera stima e ammirazione avrebbe saputo guadagnarsi se si fosse mostrata capace di far marcia indietro per tempo su un così dissennato progetto? Pierluigi Piu architetto