La confessione di Osvaldo Broccoli: «Sì, ho sequestrato Soffiantini»


ROMA. Processo Soffiantini, la parola passa agli imputati. Ieri i giudici della prima sezione della corte d'assise hanno sentito la versione di tre dei protagonisti principali: Osvaldo Broccoli, di Cesena, Francesco Zizi, di Orune, e Giampiero Serra, di Ottana.I due sardi, rimasti coinvolti quasi per caso, rischiano trent'anni di carcere. La corte ieri ha anche deciso di allegare agli atti i verbali dell'interrogatorio di Mario Moro. I giudici hanno ritenuto che, in quel momento, non era possibile stabilire che il bandito sarebbe morto, per cui non c'era la necessità di procedere con un incidente probatorio. Osvaldo Broccoli, lucido e preciso, ieri ha ammesso di aver partecipato al sequestro, ma si è dichiarato totalmente estraneo all'omicidio dell'agente Samuele Donatoni. «Mario Moro _ ha detto _ mi disse che c'era da fare una rapina nella casa di Giuseppe Soffiantini nella quale, secondo le informazioni fornite da Pietro Raimondi, c'erano almeno un paio di miliardi in contanti, oltre a dei diamanti. Qualche giorno prima del colpo, Moro ci disse che se non avessimo trovato nulla avremmo preso in ostaggio lo stesso Soffiantini. Moro, infatti, era in contatto con due latitanti (di cui non fece i nomi) che avrebbero provveduto alla custodia e alle trattative». «La sera del 18 giugno del 1997 _ ha proseguito Broccoli _ io, Mario Moro, Agostino Mastio e Giorgio Sergio facemmo irruzione nella villa. Pietro Raimondi ci aspettava nella strada. Io entrai per ultimo e cominciai a rovistare la casa, alla ricerca dei miliardi e dei gioielli. Ma non trovammo nulla. A quel punto Moro legò alle mani e ai piedi, con del fil di ferro, la moglie dell'industriale. Trascinammo Soffiantini sino alla macchina e lo chiudemmo nel cofano. Quindi il viaggio sino alle montagne di Arezzo, dove consegnammo l'ostaggio ai due latitanti. Poi rientrammo a casa». «Pensavamo _ ha precisato il bandito _ che da quel momento ci saremmo dovuti limitare ad attendere la consegna del riscatto (il 40 per cento a noi e il 60 ai custodi), ma così non fu. Del riciclaggio si sarebbe dovuto occupare Mario Moro, che era già in contatto con una persona in grado di ripulire il denaro. Dopo qualche tempo Moro ci disse che dovevamo andare a incontrare gli emissari, a Riofreddo, e ritirare il riscatto. Quella notte del 17 ottobre io mi appostai sul ciglio della strada, mentre Moro e Sergio controllavano la situazione dal tetto di una tomba del cimitero. A un certo punto, dopo che gli emissari avevano depositato la valigia dall'altra parte della strada, venni raggiunto da Moro. Stavo correndo verso la borsa quando, all'improvviso, udii degli spari. Tornai indietro e vidi Moro tutto agitato. "C'era qualcosa che non andava e ho sparato, scappiamo", disse». Poi la fuga, attraverso le montagne, sino all'Abruzzo. Il 20 ottobre arrivò in soccorso Agostino Mastio, che caricò a bordo di un'auto il terzetto. Mastio, contattato attraverso un cellulare da Moro, si era però nel frattempo messo d'accordo con gli inquirenti e si era prestato a fare da esca. «Ricordo solo _ ha concluso Osvaldo Broccoli _ che quando entrammo nella galleria di Pietrasecca sentii un grande botto e vidi un lampo. Persi i sensi e mi svegliai solo dopo qualche tempo in ospedale». Giampiero Serra, di Ottana (difeso dagli avvocati Tagliaferri e Cucca), è entrato nella vicenda a causa di due telefonate ricevute da Moro dopo il conflitto di Riofreddo, quando però ancora non si sapeva che quest'ultimo era coinvolto nella sparatoria. «Mi trovavo a Cesenatico _ ha detto Serra _ quando Moro telefonò al mio cellulare. Lo conoscevo, ma fra noi non c'era un'assidua frequentazione. Tempo prima eravamo stati anche coimputati in un procedimento penale a Rimini, ma fummo entrambi assolti. Quel giorno, Moro mi disse di andarlo a prendere al casello autostradale di Pescara, perché mi doveva parlare. Era misterioso e io, una prima volta, gli dissi che avevo altri impegni. Mi richiamò la sera e insistette. Pensai che dovesse dirmi qualcosa di particolare, che magari interessava la mia persona, e allora decisi di andare verso Pescara. Avevo percorso appena quindici chilometri quando ricevetti un'altra telefonata. Moro mi disse che non aveva più bisogno di me e che potevo lasciar perdere. Tornai quindi verso casa, dove alle nove di sera venni arrestato». Il processo riprende oggi.

dal nostro inviato Agostino Murgia