«La Sardegna ha una zona ammalata» Le interpretazioni antropologiche di uno studioso dell'800 sull'isola


Nella sua opera `La delinquenza in Sardegna', frutto di una minuziosa esplorazione di quest'isola compiuta nel 1895 e pubblicata due anni più tardi dall'editore Sandron, Alfredo Niceforo, giovane antropologo di stretta osservanza lombrosiana, enunciava due assiomi fondamentali. Il primo: `Ogni territorio della Sardegna ha una forma sua particolare di criminalità: forma che si differenzia dalle altre e che dà una speciale caratteristica al territorio in cui essa si manifesta'. Ed ecco il secondo:'Esiste in Sardegna una specie di plaga moralmente ammalata che ha per carattere suo speciale la rapina, il furto e il danneggiamento. Da questa zona, che chiameremo Zona delinquente e che comprende il territorio di Nuoro, quello dell'alta Ogliastra e quello di Villacidro, partono numerosi batteri patogeni a portare nelle altre regioni sarde il sangue e la strage'. Qui, dove alle scoraggianti tesi del Niceforo non si intende dedicare più che un cenno fuggevole, ci si limiterà a ricordare che alla radice di questo stato patologico vi era la particolare forma del cranio dei sardi, indizio sicuro di un arresto sulla via dell'incivilimento. In Sardegna il libro suscitò proteste accorate e generiche confutazioni, più raramente una giusta irrisione. Sola a non indignarsi e a non irridere fu Grazia Deledda, che al Niceforo, anzi, dedicò uno dei suoi romanzi, `La via del male': gli dava dunque ragione. A dargli torto, invece, era la realtà pura e semplice. Accadeva, infatti, che le stesse cattive inclinazioni ch'egli riteneva male esclusivo della `zona delinquente' si manifestassero, e con ferocia non minore, anche fuori dai confini di quella `plaga moralmente ammalata': si uccideva, si rapinava, si rubava, si devastavano campi coltivati anche in luoghi diversi dal Nuorese, dall'alta Ogliastra e dalla zona intorno a Villacidro; vi erano banditi anche altrove. Si direbbe, insomma, che per trovare una spiegazione di questo stato di cose non fosse indispensabile affannarsi a misurare centinaia di crani tratti dagli ossari dei cimiteri sardi: era sufficiente esaminare le generali condizioni che pesavano, pur con non poche differenze, su ogni luogo della Sardegna (ciò che, si dovrà riconoscere, Alfredo Niceforo nel suo libro fece con apprezzabile accuratezza). Era lo stesso lo stato di complessiva arretratezza, non era diversa la povertà, era sostanzialmente identica l'organizzazione sociale che confinava i più in una posizione di oggettiva subalternità rispetto a gruppi ristretti detentori d'ogni ricchezza e d'ogni potere, non differivano di molto i mezzi con cui si produceva il poco che occorreva per vivere, ed era ugualmente radicata la diffidenza nei confronti dei poteri dello Stato: nei confronti d'una giustizia inaffidabile perchè statutariamente obbediente al potere politico e attenta, per naturale inclinazione, agli interessi e ai desideri dei più ricchi; nei confronti di un fisco che non conosceva pietà per nessuno. Fisco spietato: il 27 marzo del 1899'La Nuova Sardegna', in un articolo intitolato'La Sardegna all'asta', pubblicava un sommario elenco dei beni espropriati e posti in vendita per il mancato pagamento d'imposte.'A Bonorva - vi si leggeva - 99 contribuenti sono espropriati di circa quattrocento beni. A uno dei disgraziati si mettono all'asta cinque seminativi e un vigneto, a una povera donna la casa. A Giave gli espropriati sono 114. Anche il piccolo comune di Semestene ha le sue vittime, 44. Il numero degli espropriati di Orani sale a 110. A Sorso, l'8 aprile, si procederà alla vendita delle case, dei seminativi, dei vigneti di 228 contribuenti: verranno messe letteralmente sul lastrico 121 famiglie, tante sono le case messe in vendita'. E' dubbio che tanto valesse a suscitare sentimenti di devozione nei confronti dello Stato e della legge. Si aggiunga il fatto che dovunque i modi di pensare diffusi e le tradizioni locali non avessero speciale considerazione per le virtù della mitezza e del perdono. Non pare che per spiegare alcuni dei principali guai che affliggevano quest'isola fosse necessario ricorrere alla particolare forma del cranio dei sardi, nati entro i confini della'zona delinquente' oppure altrove. Della `zona delinquente' delimitata dal Niceforo sicuramente non fa parte Usini, quieto paesino non lontano da Sassari. Eppure fu ad Usini che, la mattina del 4 novembre 1891, Francesco Derosas, contadino ventottenne, uccise quattro persone: ad una delle vittime, una donna incinta, squarciò il ventre con una coltellata. Da quel giorno divenne bandito fra i più famosi. Nessuno indagò mai, deplorevole trascuratezza, sulla forma del suo cranio. (a.d.m.)