Si è spento a 88 anni Pietro De Vico, grande attore della scuola napoletana, allievo di Eduardo Sulla scena tra sogni e risate Da 62 anni accanto alla moglie Anna Campori


ROMA. E morto ieri notte a mezzanotte all'ospedale Fatebenefratelli l'attore Pietro De Vico. Nato a Napoli il primo febbraio 1911, era stato colpito da un ictus sette ani fa, ma era rimasto lucidissimo e, per partecipare come ospite a serate e spettacoli tv, non aveva mai smesso di fare quotidianamente riabilitazione. Grande rappresentante di quella scuola napoletana che aveva le sue radici nella rivista, De Vico aveva 88 anni. Sua compagna, nella vita e in scena, da 62 anni è l'attrice Anna Campori. Lascia due figlie, cinque nipoti e due pronipoti, l'ultimo nato nemmeno un'ora prima della sua morte. Per i suoi 80 anni, nel 1991, De Vico era stato festeggiato a Napoli per iniziativa del sindaco Bassolino. A fargli gli auguri c'era quella volta, come tante altre di una vita con molti punti in comune, Pupella Maggio. Con De Vico e con Pupella Maggio scompaiono gli ultimi testimoni di un'epoca e un modo di fare teatro, se non fosse che quell'epoca e la grandezza di quel teatro è già finita da tempo. Lo sappiamo e ce lo ha reso evidente Antonio Calenda, che quei personaggi li ha recuperati e riproposti a metà degli anni Ottanta con due celebri spettacoli, «'Na sera 'e maggio» con Pupella e i suoi fratelli e poi «Cinecittà», con anche De Vico e la moglie Anna Campori, perchè quel teatro, quello di tradizione d'arte napoletana e quello di rivista, era fatto di figli e famiglie d'arte. Così De Vico sale in palcoscenico a sei mesi, al posto di un bambolotto che si era rotto, come raccontava lui stesso, e già a undici anni ha la sua prima parte. Come tutti i figli d'arte della compagnia di Scarpetta, in cui lavorano i suoi genitori, fa la parte del bambino in un'edizione di «Miseria e nobiltà». A 20 anni incontra tra le quinte Anna Campori, più giovane di sette anni, trasteverina purosangue, e decidono di mettersi assieme per recitare duetti d'operetta, magari stravolti comicamente, come faranno tante volte per il resto di una vita a due, suggellata da un matrimonio nel 1937. Una vita dedicata a divertire, con la convinzione che il pubblico vada fatto ridere entro 5 minuti dall'alzarsi del sipario, altrimenti lo si è perduto. Fanno compagnia propria di rivista nel 1940 e dieci anni dopo la Campori la lascia per andare a lavorare con Macario. Sono gli ultimi anni d'oro di questo genere. Pietro lavora anche lui in compagnie primarie e si trova tra l'altro, a fianco di Tognazzi e Vianello al loro debutto. Comincia allora anche a lavorare nel cinema. Interpreterà alcune decine di pellicole, tra cui un «Caravanpetrol» che segna la sua amicizia con Renato Carosone, poi alcuni film di Totò, e altri con Aldo Fabrizi e Peppino De Filippo. Il successo popolare e la riunificazione della coppia, arriva nei primi anni Sessanta con una trasmissione per ragazzi, uno sceneggiato di Metz che è entrato nella storia della nostra tv, «La nonna del Corsaro nero», protagonista la Campori e De Vico nei panni del celebre, tartagliante Nicolino, nome con cui ancora oggi si sentiva talvolta apostrofare per strada. In teatro due incontri importanti, quello con Eduardo e poi quello con Calenda. Il primo lo nota in «Scapettiana» al San Ferdinando e decide di riprendere dopo anni con lui, nei panni del figlio cui non piace il presepe, «Natale in casa Cupiello» assieme a Regina Bianchi, e poi lo guiderà in «La fortuna con la F maiuscola» o «Le bugie hanno le gambe corte». Il secondo lo cerca in un anno importante per la carriera di De Vico, il 1985, quando anche Nanni Moretti lo vuole per il cammeo di un frate in «La messa è finita». Gli anni del varietà e dei primi film sono lontani, l'avanspettacolo è solo un ricordo. Calenda crea «Cinecittà», uno spettacolo che ripropone qualità e arte di quel genere con coloro che ne sono ormai gli epigoni: i due de Vico sono assieme a Rosalia Maggio e Dino Valdi (controfigura di Totò). Calenda è conquistato dalla vitalità di De Vico, dal tragico sottofondo proprio della sua comicità surreale dalla naturalezza del suo stare in scena dopo anni di improvvisazioni a soggetto, dall'umanità che riesce a dare alle sue macchiette, sfuggendo a stereotipi e maniere. Lo misura così con i testi di Achilse Campanile in «L'inventore del cavallo», poi lo mette accanto a Scaccia in una bella edizione del beckettiano «Aspettando Godot», dove è "un ragazzo" (allora commentò: «E come se mio nipote non avesse potuto venire all'ultimo momento e allora lo sostitusico io»). Sempre Calenda firma nel '91 il suo ultimo impegno a 80 anni, prima dell'ictus che lo colpì sette anni fa, «Le rose del lago» di Franco Brusati, con la moglie e Gabriele Ferzetti. «Questo Natale si presenta più freddo del solito», ha chiuso con una battuta di Eduardo la Campori, dando agli amici la notizia della morte del suo amatissimo compagno. «Pietro De Vico scompare nel giorno del funerale di Pupella Maggio. Insieme ci hanno dato grandi emozioni, legando la loro storia di attori a indimenticabili momenti del teatro italiano». Così il sindaco di Napoli, Antonio Bassolino, ha commentato la scomparsa dell'attore. «L'allegria e la generosa umanità dei suoi personaggi _ ha aggiunto Bassolino _ hanno divertito e commosso spettatori di tutte le età. Pietro De Vico sarà una presenza importante nel museo dell'attore napoletano che ci accingiamo a realizzare nel nome di Pupella Maggio».