Nuoro-New York via Spagna La storia di Dino Giacobbe raccontata dalla figlia Maria, scrittrice


NUORO. Nella voce di Maria Giacobbe si avvertono ancora, quasi integre ad onta dei quarant'anni trascorsi in Danimarca, le inflessioni dell'asciutta parlata nuorese. La piccola signora dagli occhi straordinariamente luminosi e vivi non parla di sè, dei suoi libri, del suo lavoro di scrittrice; parla, invece, di suo padre Dino e della sua vicenda di combattente antifascista. «Quelli seguiti al consolidamento della dittatura _ dice _ non furono per lui anni facili. I fascisti non gli consentivano di lavorare; ingegnere, più d'una volta gli accadde di fare progetti che poi venivano firmati da suoi colleghi. Subì anche maltrattamenti fisici. Quando a Nuoro si teneva una manifestazione fascista, poichè non si rassegnava a rintanarsi in casa come facevano antifascisti più cauti, veniva aggredito, malmenato, arrestato e trattenuto qualche giorno. Una volta fu arrestata anche mia madre». _ E poi la fuga per andare a combattere in Spagna. «Quando scoppiò la guerra di Spagna si rese conto che quella era l'ultima occasione di combattere il fascismo e, d'accordo con mia madre, decise di unirsi alle brigate internazionali. Fuggire non era facile, perchè la nostra casa era sorvegliata giorno e notte dai carabinieri. Ci riuscì con l'aiuto di un pescatore di Santa Lucia di Siniscola, antifascista, che lo portò al largo. Poi passò sulla barca di un pescatore di Olbia che lo sbarcò sulla costa della Corsica, e da lì raggiunse Marsiglia. Avvenne, poi, che una sua telefonata a Emilio Lussu venisse intercettata dalle spie fasciste, infiltrate anche nel Partito d'azione, e che la sua fotografia venisse esposta in tutti i posti di frontiera. Anche così, tuttavia, riuscì a passare in Spagna e ad unirsi alle forze antifranchiste». _ Combattè in una formazione composta interamente da sardi. «Quasi interamente: in realtà della batteria Carlo Rosselli che mio padre, ufficiale di artiglieria, riuscì a costituire, facevano parte anche alcuni spagnoli. Combattè fino alla sconfitta. Poi, con gli altri, riuscì a rifugiarsi in Francia. Non furono bene accolti. I francesi li chiusero in un campo di concentramento non lontano da Perpignan, dove erano tenuti in condizioni durissime: all'aperto, sotto un sole feroce di giorno, di notte al freddo che veniva dal mare, tanto che per proteggersi erano costretti a scavarsi profonde buche nella sabbia. Ogni giorno arrivava un camion carico di pane, che veniva buttato ai prigionieri, costretti ad accapigliarsi per contenderseelo. Mio padre, pur di non unirsi a quella mischia avvilente, passò giorni e giorni senza mangiare». _ Ma poi, ancora una volta, riuscì a fuggire. «Ci riuscì, infatti, e la sua fu una fuga avventurosa. Un giorno i francesi li caricarono su un treno per trasferirli in un altro campo di concentramento. A notte il treno si fermò in una stazioncina per rifornirsi d'acqua e i finestrini dei vagoni furono aperti per cambiare l'aria. Mio padre ne profittò per uscire dal finestrino; non visto, si sdraiò fra le rotaie, sotto il treno che più tardi, partendo, passò sopra di lui. Quando la stazione fu deserta, si levò in piedi e prese a camminare in direzione di Lourdes. Vi giunse dopo ore di strada. Incontrò un gendarme ed ebbe la presenza di spirito di chiedergli di indicargli la strada per il santuario. Quello, vedendolo lacero, col volto bruciato dal sole, lo credette un pellegrino che per voto fosse arrivato fin lì a piedi e gli diede tutte le indicazioni necessarie. Così riuscì a restare libero: sapeva che se fosse stato preso, poichè i nazisti già avevano cominciato a invadere l'Europa, sarebbe finito in un campo di prigionia tedesco». _ Ma poteva contare pur sempre sull'assistenza degli antifascisti fuorusciti, che in Francia erano molti. «Lo aiutarono come poterono. Da Lourdes mio padre telefonò a Silvio Trentin, giurista antifascista che aveva aperto una piccola libreria a Perpignan, poi si avviò in direzione del Belgio, da dove sperava di potersi imbarcare per gli Stati Uniti. Ci riuscì grazie a un gruppo di anarchici che gli fecero avere un documento che lo diceva cittadino di Santo Domingo. Si imbarcò per l'America su una nave mercantile, una delle ultime partite dai porti europei prima dell'invasione tedesca. Sbarcò a New York senza un soldo. Era l'inizio di un esilio che sarebbe durato sei anni. A New York si mise in contatto con gli antifascisti italiani, primo fra tutti Gaetano Salvemini, con il quale già era in rapporto di amicizia. Per sei anni lavorò come potè, come scaricatore di porto, come operaio in una fabbrica di pantaloni che apparteneva ad italiani, poi in una stireria». _ Ma era un ingegnere: poteva pur sempre esercitare la sua professione. «La laurea in ingegneria gli servì ben poco, perchè le autorità americane lo avevano schedato come sovversivo, come gran parte degli antifascisti che avevano combattuto in Spagna. Riuscì a sopravvivere, comunque. Nel 1945, subito dopo la fine della guerra, andò all'ufficio immigrazione, disse al funzionario d'essere entrato negli Stati Uniti con un documento falso e gli chiese di rimpatriarlo come indesiderabile. Quello, stupefatto, gli disse: "In venticinque anni ho visto molti inginocchiarsi per chiedere di poter entrare in questo paese. Non mi era accaduto che uno chiedesse d'esserne espulso". Ottenne, comunque, d'essere rimpatriato. Si imbarcò su una nave carica di mafiosi rispediti in patria: uno era Lucky Luciano. Ma quelli viaggiavano in prima classe, lui nella stiva. A Napoli lo aspettava mia madre, noi bambine li attendevamo a Cagliari, e insieme tornammo a Nuoro». _ Vi fu festa, immagino. «Vi fu gran festa, anche perchè proprio quel giorno era stato liberato, con una una battuta organizzata dal padre e dagli zii, un mio cugino rapito dai banditi, Bonaventura Sechi. Credo fosse il primo sequestro di persona del dopoguerra. Un autorevole personaggio, che non nomino, solennizzò il ritorno di mio padre, il combattente, l'esule, con un discorso gonfio d'enfasi. Mio padre per un poco stette a sentire, poi gli battè sulla spalla e gli disse: "Basta con questa retorica". Non credo che quel personaggio lo abbia mai perdonato».

Angelo De Murtas