Successo all'Arena di Verona per l'operetta di Lehar con Bocelli e Fabrizio Frizzi La «Vedova» fa allegra la tv Scommessa vinta, con qualche appunto alla regia


VERONA. «Ero angosciato come mi accade sempre prima di salire sul palco, ma il pubblico mi ha sollevato». Andrea Bocelli è sorridente e rilassato dopo il trionfo del suo debutto nella «Vedova allegra», di Franz Lehar. Al termine Bocelli si presta felice agli scatti dei fotografi con Fabrizio Frizzi, anch'egli al debutto, nella veste del barone Mirko Zeta, ed al soprano Cecilia Gasdia. Il pubblico dell'Arena ha appena riservato un caldo abbraccio a Bocelli comparso come ospite nel 2 atto, in una forse un po' incongrua finzione narrativa che gli ha permesso di interpretare tre arie d'opera avulse dal libretto. Anche la sua interpretazione ha decretato il successo di un'operazione che aveva suscitato grande attesa, ma anche qualche perplessità poi destinata a rimanere tale _, tra i melomani: quella di portare per la prima volta in Arena non soltanto un'operetta, ma anche due interpreti di grande richiamo televisivo, e questo aspetto riguarda in particolare il conduttore di Domenica In e altri programmi di prima fascia Frizzi. La risposta dei mass media non è stata da meno e non ha certo deluso, con televisioni accorse da tutta l'Europa e anche dagli Stati Uniti e dal Giappone. Una scommessa vinta, dunque, per il sovrintendente Renzo Giacchieri, che finalmente sorride disteso anche lui. «Il pubblico ci ha dato ragione _ dice Giacchieri _ ha voglia di partecipare ed è felice di poterlo fare. Ben vengano dunque i divi della televisione, questi spazi sono giusti per loro, siamo pronti a partire per altre avventure». Si dice pienamente soddisfatto anche Fabrizio Frizzi: temeva molto il pubblico ed era anche ben disposto per qualche fischio, dice, «invece sono stato applaudito anch'io, pur se per merito anche di grandi professionisti che mi hanno permesso di imparare, e sono felice». «Mi piace molto la lirica _ ha concluso _ ed è stata un'esperienza meravigliosa». Certo, la sua parte richiedeva doti più di attore che di cantante, ma contento di lui si dichiara il maestro Anton Guadagno, soddisfatto anche per essere riuscito ad accompagnare Bocelli senza l'aiuto di un suggeritore. «L'orchestra va tenuta in modo da assecondare la qualità delle voci _ spiega a chi osserva come, a volte, la presenza degli strumenti fosse stata un po' discreta _ e non deve sovrastare il cantante. In quanto a me, musicalmente ho voluto un'operetta in stile schiettamente viennese». Un po' meno tale è parsa invece la regia di Beni Montresor, in cui la raffinata eleganza dei costumi strideva a volte con soluzioni di altro gusto o si sommava a formule a metà strada tra Broadway e l'intrattenimento tv. E il caso quest'ultimo, di quella grande scala luminosa che appare per l'ultima passerella degli interpreti e anche dei ballerini, primo fra tutti il bravo Giovanni Patti, che riscattano in un travolgente can can finale _ ritmato a piene mani da gradinata e platea _ alcune incertezze delle prime coreografie.