E' morto ieri a 77 anni Enzo Forcella, una vita a esercitare la professione con rigore critico Il giornalismo e l'impegno Tanti libri e la sceneggiatura di «Le mani sulla città»


ROMA Il giornalismo come tensione civile, indipendenza, gusto per la chiarezza, la concisione, la verità. E' la lezione che si lega alla lunga attività giornalistica di Enzo Forcella, scomparso ieri a Roma a 77 anni. Nato a Roma il 15 maggio del 1921, nel giorno delle ultime libere elezioni in un'Italia che si avviava a consegnarsi al fascismo, Forcella (sposato, tre figli) ha legato il suo impegno professionale ad alcune delle più appassionanti avventure giornalistiche del dopoguerra. Dopo essere stato corrispondente da Roma per la «Stampa» dal '50 al '59, è stato editorialista del «Mondo» di Panunzio, del «Giorno» di Enrico Mattei e poi di «Repubblica». Sin dalle prime trasmissioni sperimentali, inoltre, è stato tra i primi maestri del giornalismo scritto ad intuire le enormi potenzialità della tv. Le sue collaborazioni con la Rai furono ininterrotte fino al 1976, quando divenne direttore di Radiotre, il «canale culturale» Rai, dove restò fino all'85. Forcella ha affiancato l'attività giornalistica a studi e saggi storici. Per «Celebrazione di un trentennio» vinse nel 1975 il Premio Bagutta. In «Plotone d'esecuzione» ('68), rivisitò con Alberto Monticone gli stereotipi della storiografia sulla guerra mondiale. Nel '59, «1500 lettori, confessioni di un giornalista politico» precorse le riflessioni sul rapporto tra intellettuali e mass media. Nel '63, inoltre, fu sceneggiatore di «Le mani sulla città» di Francesco Rosi, vincitore a Venezia. «Sapeva spiegare la confusione della politica in editoriali concisi, chiari, illuminanti, ancora oggi tra le migliori pagine del giornalismo italiano», ha detto Alessandro Curzi, che ricorda l'amico scomparso come un «maestro di giornalismo e impegno civile». Curzi e Forcella dettero vita nel 1984 a «Rinnovamento sindacale», corrente della Fnsi nata per «la salvaguardia e l'indipendenza del sindacato dei giornalisti». Scampato tra il '43 e il '44 alla deportazione in Germania in quanto «ufficiale disertore» e «mezzo ebreo», Forcella era vicino al movimento azionista e legò i primi passi nel giornalismo a «Italia socialista» e al «Nuovo corriere» di Firenze, diretto da Romano Bilenchi. Furono il «Taccuino» che curò per il «Mondo» di Panunzio fino al '65 e l'avventura del «Giorno» a lanciarlo tra i grandi editorialisti, un ruolo mantenuto a «Repubblica» e nelle decine di collaborazioni a riviste e periodici italiani. L'impegno democratico lo portò ad accettare la carica di presidente del Movimento dei giornalisti democratici e poi, dal 1985 al '92, la candidatura nel consiglio comunale di Roma. Con Carraro è stato vicesindaco e assessore alla Trasparenza. «Una esperienza _ dicono i familiari _ che non ricordava con particolare piacere». Numerosi i messaggi di cordoglio. Il presidente del Senato, Nicola Mancino, ha ricordato la «profonda cultura e il forte impegno civile» di Forcella, quasi le stesse espressioni usate dal presidente della Camera Luciano Violante. «Un maestro di giornalismo civile e moderno» la ho invece definito il segretario dei Ds Walter Veltroni. Il vecchio amico Eugenio Scalfari ne ha invece ricordato «l'integrità proverbiale», mentre Giorgio Bocca ha detto di lui: «Il notista politico più intelligente che abbia conosciuto». Cordoglio anche dalla Fnsi.