Senza Titolo

La madre dormiva sola in un letto matrimoniale nuovo, in cui parlava per ore, al telefono nel cuore della notte, con qualcuno, bisbigliando, tenera e rilassata. Talora l'uomo misterioso, che teneva sveglia sua madre, veniva e giocava con lui. A Marco quest'uomo piaceva molto. Non era un padre o un nonno. Era un socio. Ed amava moltissimo Alberta, un'amica della madre che aveva cura di lui, quando la donna si assentava per qualche misteriosa ragione. (Sarebbe tornata?). Alberta aveva capelli lunghi e biondi che lui adorava e che teneva stretti tra le dita, quando lei l'abbracciava, dopo che avevano giocato a nascondino per tutta la casa e lei si faceva prendere. Alberta era un nome lungo. Lui la chiamava semplicemente Bia. Bia mia.valori nella normaAiutò gli infermieri a spingere la barella. Polso e valori nella norma. Si poteva portarla da qualche parte, dove la vita sarebbe ricominciata. Il collega gli toccò la spalla: «Ci sarebbe la madre», disse. Marco andò incontro ad una donna pallida e agitata, minuta e stranamente simile alla figlia. Sembrava una zia, una sorella maggiore. La rassicurò con parole generiche, espresse nel lessico impersonale e cortese (non sempre) dei medici. La donna piangeva con molto ritegno. Ora seguivano tutti la barella come fosse un feretro, un brivido improvviso attraversò la schiena di Marco. Davanti alla porta della camera, i due medici respinsero la richiesta della madre di rimanere. No, non poteva proprio restare. «A domani, signora». Mentre il collega tornava al pronto soccorso, Marco aiutò le infermiere a sistemare la ragazza. Dalla finestra socchiusa, entrava una luce bluetta, la notte illuminava la stanza. Una sera si era svegliato di colpo. Aveva chiamato la madre, ma la voce gli era uscita di bocca meno rabbiosa e forte. Una voce stanca e tanto spaventata. Non era venuto nessuno. Si era avvicinato alla sala, fermo davanti alla porta socchiusa. La madre discuteva con l'uomo del telefono. Da dove era, Marco ne distingueva il viso attento, rivolto a lei. «Non posso continuare a stare con te», lei gli diceva. «Lo so che siamo stati tanto bene. Anzi, non so come avrei fatto senza di te in questi anni difficili, ma non riesco a vedermi, come posso dire, di nuovo sposata». «Dì pure di nuovo legata a me», lui aveva replicato con amarezza, ma senza risentimento. C'era stato un lungo silenzio, che anche il ragazzo aveva ascoltato con il fiato sospeso. «Sto bene così», aveva risposto la donna, in quel certo tono con il quale si vorrebbe finire un discorso, quando non si può dire altro. Marco aveva atteso che succedesse il finimondo, ma l'uomo si era alzato con gesti pacati, aveva baciato la mamma sui capelli. Era andato via. Lasciando anche lui, dietro la porta, abbandonato.via lontanoMentre i suoi passi si allontanavano, scendendo la scala di legno, nel silenzio della notte, a Marco tornarono in mente i versi di quella vecchia canzone e la canticchiò sotto voce. La gatta. La soffitta. Il mare. Un movimento di Helga, la ragazza aveva mosso una mano, lo riportò al presente. Le sentì il polso. Batteva debole e regolare. Marco si passò una mano tra i capelli. Andare. Rimanere. Combattere. Lasciare perdere. Gli anni erano passati. Le ortensie del terrazzo su viale Cavour erano diventate enormi cespugli verdi, viola, azzurro carico. La fuga della madre era finita. Non così il silenzio del padre. Ma prima di accettare quel lavoro lontano, prima di darla vinta all'odore del mare, che strappa le persone che ce la fanno al crudele destino di soldati d'acqua dolce, aveva voluto dire addio al re del terrore. Lo sforzo più forte era stato attraversare l'Italia e andare a ripescarlo, dove era tornato a vivere. Non si vedevano da dieci anni.senza fermarsiL'imperatore era diventato grasso e con gli occhi rossi, troppo alcol, forse, o qualche droga, quando era più forte la nostalgia dei bei tempi, quelli in cui si lavorava per la rivoluzione (questa volta di destra). Parlò per due ore di seguito, criticando tutto quello che Marco aveva fatto fino a quel momento («...certo non per colpa tua, tua madre, quelle canaglie dei tuoi nonni...»), Marco lo guardava senza dire nulla, costernato e con l'occhio professionale, notando ora il tremito delle mani, ora la rigidità del collo e dei movimenti. Non si fermò a dormire, come il padre avrebbe voluto, ma girò la macchina e risalì l'Adriatica, in senso contrario. C'era stato quello sportello della vettura chiuso con una mano rabbiosa e le sue ultime parole: «Vai, vai, che cazzo ci sei venuto a fare». Infatti. Ora Helga aveva emesso una specie di lamento. Marco divenne più vigile, pronto a verificare se la ragazza si stesse effettivamente svegliando.«...Dov'era quella soffitta, papà. Dimmelo. Ora puoi farlo. Se tu mi dici questo, io vi perdonerò tutto. Fate che io la trovi la finestra da cui si vede il mare. Fate che io abbia la mia gatta, solo mia, da amare. Che io ritrovi la casa che voi adulti, voi vecchi avete disprezzato e offeso. Se mi aiuterai, mi ci chiuderò dentro. Getterò la chiave. Pregherò per voi, che ne avete tanto bisogno...». La grande finestra si era, intanto, imbiancata. L'alba illuminava la ragazza che voleva morire, l'uomo che la vegliava e anche i draghetti verdi, con la lingua di fuoco, che si erano rintanati verso gli angoli più bui della stanza. Più incuriositi, che malevoli. Più dispettosi, che cattivi. In definitiva, anche loro avevano paura, della neve che scende su ogni cosa e li avrebbe, alla fine, sepolti. Non tornava a Ferrara da molti anni, aveva ascoltato suo nonno: La nev l'è necessaria alla campagna, ma mi a la preferis sol in muntagna. Helga tossì, senza svegliarsi. Marco le sollevò la testa, le prese la mano. Le dita sembravano di gesso ghiacciato. Che le avrebbe detto quando fosse stata sveglia? Bentornata. Peccato, sei viva, non ce l'hai fatta. Brutta idiota, non farlo mai più. Vai molto lontano, sii felice, fortunata e sana, e solo allora potrai voltarti indietro, finite le briciole di Pollicino. E mamma, papà e nonno, Bia...Bia mia. E lei che avrebbe detto? Era giovane e la rabbia era ancora un fuoco sano, che bruciava la legna giusta. «Voi dottori, non vi fate mai i cazzi vostri. Mia madre, ecco com'è, arriva sempre nel momento sbagliato. Mi ascolti bene, lei non può dire che non dovevo farlo, perché, per sua fortuna, non è mai stato una ragazza di sedici anni». Il turno di Marco era finito da un pezzo. Ma lui rimase, si fece portare un caffè e attese. --Francesca Capossele BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI