Il piccolo assassino di donne

Esiste solo una città, in Italia, in cui tra la fine degli anni sessanta ed il decennio successivo, si poteva fare un giro in seggiovia, sedersi in un salotto rotondo con un enorme divano al centro, circondati da opere d'arte, degustarsi un amaro Cora, ascoltando una veneziana bionda cantare, o godersi un recital di due mostri sacri della canzone italiana, lombardi entrambi, lei di Cremona (anche se nata a Busto Arsizio), lui milanese della Via Gluck, in un locale dal nome vagamente esotico. E tutto ciò, sempre col mare davanti. la seggioviaIn quella suggestiva conurbazione urbana adagiata, senza praticamente soluzioni di continuità, tra il Lago delle Nazioni, di berlusconiana fondazione, e le cosiddette Vene di Bellocchio, suddivisa, nella sua parte più meridionale, tra il Lido degli Estensi, ed il Lido di Spina, potevi goderti il panorama marino e le dune, comodamente seduto su una seggiovia per sciatori. Quel marchingegno, prodotto da una ditta di Rovereto, in Trentino, così classico in luoghi montani, venne acquistato dalla proprietà del campeggio, situato ancora oggi oltre il Bagno Le Piramidi, e posizionato tra i bungalow e la spiaggia, vicino al lago, con la finalità di trasportare, vista la distanza, gli ospiti, dalla loro casetta direttamente in riva al mare. Il manufatto montanaro non ebbe, però, vita lunga, a causa della salsedine che ne danneggiò, in breve tempo, gli ingranaggi, e nel 1972, cessò la sua esistenza, iniziata in pompa magna. la casa museoDi lì a poco, quel luogo cosparso di case bianche, suddivise da viali e strade che paiono tutte uguali, conferendo un che di labirintico all'abitato, da pini, e da qualche caseggiato più alto, con locali, come il Cora Club, ora Barracuda, il Topkapi, o il Tropicana, che ospitavano, al tempo, artisti del calibro di Patty Pravo, Mina e Celentano, si sarebbe arricchito di un altro spazio davvero unico: una villa bianca, in perfetto stile bauhaus, degno più di certi viali di Tel Aviv che delle nostre latitudini vallive e nebbiose, il cui proprietario, dopo l'edificazione, decise di riempire di opere d'arte, proprie e di altri. Nasceva, infatti, fra il 1971 ed il 1973, da una meravigliosa idea, e grazie al genio di un grande architetto milanese, Nanda Vigo, una costruzione unica: la Casa del Maestro Remo Brindisi, ancora oggi scrigno di favolose opere, da Pablo Picasso, a Robert Rauschenberg, da Andy Wharol a Giorgio De Chirico, da Mario Sironi a Giacomo Balla. Opera d'arte essa stessa, è un complesso esperimento di abitazione-laboratorio, ma soprattutto uno spazio culturale, nato con l'intenzione di definire un rapporto diretto tra le arti visive, dall'architettura al design, alla pittura, alla scultura. il maestroE il fondatore di questo gioiello, in quegli anni, nei mesi più caldi, potevi incontrarlo in sella alla sua bicicletta, a spasso nel retro-spiaggia, dietro la casa, o intento a curare il meraviglioso giardino, costellato anch'esso di sculture: da Giò Pomodoro, ad Arturo Martini, a Lucio Fontana. E non era insolito essere invitati ad entrare dallo stesso, dato che era felice di poter ospitare i turisti nella propria casa ed offrire magari un "bif" ai ragazzetti in bicicletta che sfrecciavano, lì di fronte, sulla via Nicolò Pisano. Ci sono ancora, alle pareti, nella cucina, posizionata nel seminterrato della casa, le foto con Wim Wenders e Kim Rossi Stuart, che negli anni Novanta, girarono ed interpretarono a Comacchio, alcune scene di uno dei film più famosi del cineasta di Dusseldorf, quell' "Al di là delle nuvole" destinato a scrivere la storia dle cinema. la villaCerto, il regista e l'attore non furono i soli ospiti illustri della villa: anche la prosperosa Valeria Marini trascorse alcune serate a casa Brindisi, invitata dal maestro, mentre era impegnata a Lido di Spina, nell'interpretazione, al contrario del precedente citato, di uno dei film più imbarazzanti della storia del cinema, quel "Bambola" di Bigas Luna, con la celeberrima scena dell'attrice sarda seduta su una mortadella gigante, e le tante riprese dello scivolo d'acqua del Bagno Las Vegas, situato lì a due passi. i lidiI Lidi di Comacchio, un tempo lidi ferraresi, sono davvero una città: un agglomerato urbano a termine, però. Stagionale. Per molti mesi all'anno, dopo gli splendori estivi, che portarono, anni addietro, anche ad impiantarvi una televisione, la famosa, fino agli anni Ottanta, Tele Radio Lidi, tante luci si spengono, i figuranti restano pochissimi: e subentra il silenzio. Arrivano le nebbie, qualche rara nevicata, quasi tutte le porte, gli scuri, le persiane si chiudono. Ed ha inizio una nuova vita, in cui i padroni diventano i cervi, i daini, i gabbiani, le folaghe, e non più gli esseri umani. Stagioni di ombre, di figure sfuggenti che, talvolta, si intrufolano nelle case, in notti di vento, di pioggia e di buio, rischiarate solo da fioche luci di lampioni, spesso mutevoli, per l'ondeggiare delle chiome dei pini marittimi. il crimineEra, però, pieno agosto, di un'estate ormai lontana, quella del 1976, quando un tremendo crimine, si consumò all'interno di un luogo nato per dare felicità, e non morte, alle persone. I frequentatori dell'area attorno al Viale Manzoni, al Lido degli Estensi, ben ricorderanno il residence Il Picchio, oggi trasformato in tante residenze private. In origine, oltre alla struttura turistico-residenziale, del complesso edilizio facevano parte anche una sala da ballo, ben presto trasformata in night-club, ed un piccolo ristorante. Quest'ultimo chiuse alla fine degli anni ottanta, mentre il locale terminò la sua vita poco dopo quel tremendo fatto di cronaca. Una giovane donna di Porto Garibaldi, impiegata nelle pulizie della balera, tale Maurizia Cavalieri, ventiseienne, madre di una bimba di quattro anni, era, da qualche tempo, oggetto di insistenti avances, da parte di un sedicenne, che faceva il cameriere proprio nell'attiguo ristorantino: una mattina, il fastidioso corteggiamento divenne più invadente del solito, ed anche il rifiuto della donna fu più netto. le coltellateIl minorenne, dopo essersi allontanato in preda alla rabbia, per l'affronto subito, si recò nella cucina del ristorante, prese un coltellaccio da lavoro, fece ritorno in sala, e tra i divanetti di velluto, le tende scure, nel buio, rischiarato solo dalla porta leggermente aperta, colpì la povera Maurizia alle spalle, con varie coltellate, finendola poi con un fendente, ancora più violento, al cuore. Claudio Villani, argentano, del 1960, fu dichiarato, dal Tribunale per i Minorenni di Bologna, incapace d'intendere e di volere, e per tale ragione non imputabile, e subì soltanto la condanna ad un breve periodo, di tre anni, di riformatorio. Null'altro. Chi, nel 1977, così decise, potrebbe avere oggi sulla coscienza altre morti. l'impiegataCertamente quella della sfortunata Barbara Fontana, impiegata in uno studio notarile bolognese, che svolgeva anche la professione di escort nel tempo libero, uccisa con trentatrè coltellate, in una stanza di un albergo ad ore, nell'agosto del 2016, alla periferia di San Pietro in Casale. E forse pure quella della donna che, dopo l'uscita dal riformatorio, nel 1980, a Codigoro, dove si era trasferito a vivere, l'aveva quasi adottato, insieme al marito. Anna Visentini, di anni settantadue, è stata rinvenuta cadavere, la mattina del 5 luglio 2012, nelle acque del Po di Volano, non lontano dall'abitato di Fiscaglia, vicino alla Torre Tieni: il corpo completamente nudo, un orologio di poco valore al polso, e senza la catenina d'oro che teneva sempre con sé. Era sparita da tre giorni, da quella mattina del 2 luglio, in cui si sarebbe dovuta recare a Ferrara, per sbrigare alcune pratiche: il marito, deceduto nel 2014, disse che proprio il Villani si era offerto di accompagnarla. l'omicidioA destinazione, la povera Anna non è mai arrivata. Il figlioccio, pluriomicida, agli inquirenti, ha dichiarato che quel giorno era in Romagna, e di non essere, pertanto, andato a Ferrara con la vittima. L'autopsia sul corpo avrebbe escluso una morte indotta, ma al suicidio della povera Annina, in famiglia, ancora oggi, non crede nessuno. Le riprese, inoltre, di una telecamera del centro di Massa Fiscaglia hanno cristallizzato, proprio quella mattina del 2 luglio di sei anni fa, il passaggio delle auto del Villani e della Visentini, una dopo l'altra. Anche i pubblici ministeri della Procura di Ravenna e di quella di Forlì hanno tirato fuori dagli archivi i fascicoli relativi agli omicidi di alcune prostitute, soprattutto slave, avvenuti fra Savio, la costa e la collina faentina, tra il 1987 ed il 2003. Il sospetto che ci sia lo zampino del Villani, nel frattempo, finalmente condannato, con rito abbreviato, a 30 anni, dal Tribunale di Bologna, per l'omicidio di Barbara Fontana, rimane, ancora oggi, assai forte. --Davide Bertasi BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI