Anche nel dizionario italiano serve più spazio per le donne

di VALENTINA FARINACCIO Se i tempi sono maturi per provare a sradicare il sessismo dalla nostra società, che si cominci pure dalla lingua. Questo il cuore della questione, controversa e viva, del linguaggio di genere. Che l'argomento fosse caldissimo, lo ha dimostrato il breve siparietto che ha avuto come protagonista Valeria Fedeli. Nel corso una conferenza stampa, un giornalista la chiama ministro e lei, pungente, gli domanda: "Riesco a dirle di chiamarmi ministra, no? È complicato?". Il fatto ha ufficializzato la faccenda: si dice ministra, con la a, e adesso lo sappiamo tutti. Alla linguista Cecilia Robustelli, autrice del volume Sindaco e sindaca: il linguaggio di genere, il quarto della collana L'Italiano (da domani in edicola a 5,90 euro più il prezzo del giornale), realizzata per questo giornale e per gli altri quotidiani del Gruppo Editoriale Gedi dall'Accademia della Crusca, chiediamo lumi sui cambiamenti più difficili da accettare nel parlato quotidiano. «Per le forme femminili, c'è resistenza all'uso di quasi tutte le parole che indicano ruoli istituzionali alti, pure se le donne li rivestono fin dalla nascita della Repubblica, a partire dalle ventuno madri costituenti. Nel 1948 il Paese ha avuto quattro senatrici e nel 1976 la prima ministra. Queste e altre forme, come assessora, consigliera, deputata, hanno lo stesso valore giuridico delle corrispondenti maschili, ma molte persone sostengono pretestuosamente che solo la forma maschile sia corretta. Temo che questo nasconda una diffidenza verso l'assunzione da parte delle donne di ruoli apicali. Spezzo una lancia anche per segretaria, che in questi giorni ha gli occhi puntati addosso: è una forma corretta di per sé, e con un significato proprio che, così come avviene per il maschile, cambia quando è accompagnato dal complemento di specificazione. Se segretario è termine generico, ma Segretario generale della Camera indica un ruolo ben preciso, lo stesso avviene per segretaria e Segretaria generale della Camera. Anche alcune forme che indicano professioni di prestigio si diffondono a fatica, come ingegnera, medica, chirurga, mentre quelle in -ologa sono entrate in circolazione. Ci sono poi bufale messe in giro ad arte: architetta, per esempio, viene rifiutata perché si ritiene che sia composto con tetta!». Questo il punto: l'argomento è complesso e il rischio di ridicolizzarlo, o semplificarlo, è dietro l'angolo. Spiega Robustelli: «Molte persone conoscono un po' di grammatica, insufficiente a capire molti aspetti della questione, ma non a pretendere di interpretarla a loro modo: si accendono così discussioni sterili, specialmente sul web, con proposte (giornalisto e pediatro!) e proteste (sono parole brutte!) che rivelano solo ignoranza dei termini della faccenda, ma che purtroppo contribuiscono ad arruffare le idee». Infine, chiediamo alla linguista quale sia la domanda che più di frequente le viene rivolta sull'argomento: «Perché si devono usare le forme femminili? Sono forme corrette? Ma il maschile non è anche neutro? Risposta: no. Il maschile è maschile. Se ha svolto, e ancora svolge, una funzione inclusiva delle donne, evidente specialmente al plurale (Ciao a tutti / arrivano gli ospiti / ho molti studenti), questo riflette un (lungo) periodo in cui gli uomini erano i soggetti attivi della società e le donne venivano, per così dire, sottintese. Ma ora sono venute alla ribalta della vita sociale, ed è opportuno identificarne la presenza attraverso il genere femminile». ©RIPRODUZIONE RISERVATA