Ferrara, quando i bordelli erano più diffusi dei negozi

"Priva di marciapiedi, il ciottolato pieno di buche, la strada appariva anche più buia del solito. Mentre avanzavamo quasi a tentoni, e con l'unico aiuto, per dirigerci, della luce che usciva dai portoncini socchiusi dei bordelli, Malnate aveva attaccato come d'abitudine qualche strofa del Porta": Scriveva così il noto autore ferrarese Giorgio Bassani nel suo romanzo più celebre, Il Giardino dei Finzi-Contini. Nel 1958, grazie alla cosiddetta legge Merlin, nella nostra città furono chiuse le seguenti case di tolleranza (‘casìn', nella foto ie tariffe): Albina, con sede in via Salinguerra angolo via Borgo di Sotto; l'Antonia e la Rina in via Quaglia; il casino di Bomporto, situata nella via omonima. In via Colomba vi era la Franca, ex la Mora, e la Manón. In via delle Volte si trovava l'Ida, detta Idona per via della sua corporatura, poi la casa della Maria detta "la zzòpa" (zoppa) ed al "Specc" (Specchio). La casa della Roséta era in via dei Chiodaiuoli, poi la Lucia in via della Sacca; la Maria in via Romiti. Per finire la Sandrina, casa chiusa che ebbe sede prima in via Spilimbecco, poi si trasferì con il nome di Maria in via Cisterna del Follo e, successivamente, in piazza San Giorgio. (gra.gru.)Via Bersaglieri del Po, fu così appellata in onore della compagnia di volontari ferraresi formata dal conte Tancredi Trotti Estense Mosti, morto senatore del regno d'Italia il 16 maggio 1903, distintosi nella prima Guerra d'Indipendenza (1848) a Vicenza ed a Cornuda. La strada, per via della sua posizione, si chiamò pure del Commercio (delibera del consiglio comunale del 4 dicembre 1905). Fu detta anche dei Bastardini perché fin dal 1268 ospitò il Pio Istituto dei figli illegittimi o abbandonati, detti anche Bastardi, rifiutati dalle madri, quasi sempre estremamente povere e lasciati in un ricovero o ospedale che divenne in seguito l'Istituto Umberto I. Anticamente si chiamava via del Gambero ed era famosa per una vecchia sudicia taverna, chiamata "Ganea" o "Bordello del Gambero", posta all'estremità della strada verso la fossa (ora corso Giovecca), assiduamente frequentata da meretrici. La via del Gambero fu prolungata nel 1498, attraverso il canale su detto, per dar corso al piano di ampliamento della città voluto da Ercole I (Addizione Erculea), e le prostitute furono allontanate e alloggiate in periferia oltre il fiume Po. A conferma di ciò leggasi l'opera di Bernardino Zambotti, il quale al 3 settembre 1498 annota: "El Gambero, ch'era luogo pubblico per le meretrici e taverna, fu levata hozi e comenzato a desfare le caxe e cazate le femine che herano per fare le via dirita a traverso la fossa per andare in Terranova alla piazza (riferendosi a piazza Nova, ora piazza Ariostea) e verso la Certoxa". Il ché si nota anche dal Bartoli. La prostituzione, mestiere antichissimo, citato già nella genesi delle sacre scritture fu da sempre regolamentata severamente: le più drastiche leggi comminarono anche pene capitali a carico di povere sventurate più volte costrette a concedersi per lucro dalla miseria e dalle sciagurate condizioni sociali che per piacere; puniti erano anche tutti gli strati poveri della popolazione che si lasciava ammaliare, mentre i ricchi e i nobili mantenevano concubine e prostitute a corte. Vi erano in città altri luoghi frequentati da prostitute e lenoni (protettori), come ad esempio nei pressi della chiesa di Sant'Agnese (1482), a San Clemente, vicino a San Giuliano, e verso San Biagio. Il più rinomato lupanare sembrerebbe essere stato quello detto il "Postribolo Vecchio o del Paradiso" in via Romiti, nei pressi del palazzo che un tempo fu dell'Università e ora sede della Biblioteca Ariostea. La strada si chiamò anche " via dell'inferno" poi "via del Postribolo" e infine "via del Bordelletto" . L'antica casa di prostituzione, trasformata nel 1558 in osteria, nacque vicino all'Università col preciso intento di adescare e sedurre i dottorandi, sempre in numero crescente e di buona famiglia. Sin dal secolo XIII si cercò di isolare le meretrici in luoghi appartati della città e soggiogarle con regole umilianti, come ad esempio l'obbligo di indossare abbottonato al collo un pannolino bianco della lunghezza di un braccio (unità di misura ferrarese) e un sonaglio. Ciò fu nel 1382 mentre, nel 1462, il duca Borso emanò una grida (bando) che intimava alle prostitute ed ai lenoni di non entrare nelle osterie, nelle taverne e di sostare nei dintorni degli alberghi. Chi veniva trovato in compagnia di una ‘mala femmina' veniva punito, la prima volta, con una multa di 25 libbre, due tratti di corda e sessanta giorni di carcere; la seconda volta col taglio del naso o di un piede oppure mozzata una mano. Nel 1521 fu tolto loro il sonaglio ma gli fu proibito di indossare abiti di broccato d'oro, d'argento, seta o color cremisino; nel 1598 con la devoluzione, Clemente VIII proibì alle donne di strada di viaggiare in carrozza ed in calesse ma impose loro un dazio sulle prestazioni. Al tempo di Lionello, i lenoni che gestivano bordelli erano tassati dal podestà e, da una bolletta del periodo, si scorge che essi erano tutti stranieri: sei provenivano dalle Fiandre, due dalla Francia, tre dalla Germania, un trevigiano ed un veronese. Un particolare curioso: i lenoni, nel ducato di Ferrara, durante il dominio Estense, erano tenuti ad una particolare "servitù statale". In occasione delle pene capitali (specialmente quelle per impiccagione) fra loro veniva reclutato volta per volta l'esecutore materiale della sentenza. In un registro carcerario del 1470 troviamo recluse una prostituta di nome Giovanna proveniente da Piacenza, un'Agata di Firenze e una Romanella. Nel periodo pontificio erano bandite dalla vita civile ma lo Stato della Chiesa, per via delle gabelle, concedeva simili licenze e ospitava numerose case di tolleranza all'interno dei propri confini, con un'eccezionale concentrazione nella stessa Roma vaticana. Nel regno d'Italia, ad aprire e legalizzare le case di tolleranza, fu il conte Camillo Benso di Cavour su espresso desiderio di Napoleone III a soddisfazione delle truppe francesi inviate in aiuto al regno d'Italia nella terza guerra d'Indipendenza. Nel 1883 il governo Crispi emana il primo regolamento in materia decretando la nascita delle "case di tolleranza", così come sono state fino alla loro chiusura (1958). Le case erano divise in tre categorie: prima, seconda e terza, la legge fissava le tariffe che andavano dalle 5 lire per le case di lusso alle 2 lire per le popolari. Per aprire una casa era necessaria una licenza e i tenutari dovevano pagare le tasse. Erano fissati per legge anche i controlli sanitari da effettuare su tali donne ; a Ferrara il medico che le visitava era chiamato "tubista". Il tenutario della casa (spesso un'ex prostituta) affittava o era titolare dei locali, le "lavoranti" reclutate da appositi "collocatori" intascavano il 50%, il resto andava al gestore. Il numero delle prestazioni giornaliere d'ogni lucciola si aggirava attorno alla quarantina e non avevano il diritto di rifiutare alcun cliente. L'Emilia Romagna, in fatto di case chiuse, intorno agli anni '50 era una delle regioni a più alta densità d'Italia. Nella sola città di Ferrara si calcola vi fosse un "casino" ogni tre tabaccherie, situazione che era anche legata all'eccezionale presenza di ben cinque caserme militari. La massima concentrazione di case si trovava fra le silenziose vie di Crocebianca, via Sacca, via Colomba e via delle Volte. Quest'ultima strada segna l'asse lungo il quale si sviluppò la Ferrara, cosiddetta lineare, dal VII all'XI secolo. È bene percorrere un buon tratto di questa via per godere della visione di edifici trecenteschi e quattrocenteschi, nonché del fascino delle sue volte. Graziano Gruppioni ©RIPRODUZIONE RISERVATA