La difesa di Alfano «Nessuna trattativa»

di Maria Berlinguer wROMA «Non c'è stata alcuna trattativa con gli ultrà, mai pensato di non far giocare». Il questore di Roma, Massimo Mazza, prova a negare che la finale di Coppa Italia tra Napoli e Fiorentina sia stata giocata solo dopo il via libera della curva partenopea e di Genny 'a Carogna. E lo stesso prova a fare il ministro degli Interni, Angelino Alfano, che dopo gli spari nella capitale e la follia di una Coppa Italia che ancora una volta è diventata fatto di cronaca nera: «Non c'è stata alcuna trattativa, è una cosa che non sta in cielo né in terra, sto pensando a un Daspo a vita per certi comportamenti», avverte Alfano. Ma le immagini di quell'uomo tatuato, a cavalcioni sulla grata dell'Olimpico, hanno fatto il giro del mondo. Il caso da calcistico diventa politico. Le polemiche infuriano e coinvolgono anche la vedova di Filippo Raciti, doppiamente ferita non solo dai conciliaboli tra la curva del Napoli e Hamsik ma dalla maglietta indossata dal capo degli ultrà napoletani che inneggiava alla scarcerazione di Speziale, l'ultras del Catania che deve scontare 8 anni proprio per l'omicidio preterintenzionale di Raciti. «E' una vergogna, lo stadio in mano a dei violenti e lo Stato che non reagisce, impotente ho visto la debolezza dello Stato», dice la signora Raciti ancora molto scossa per le immagini dell'Olimpico prigioniero delle tifoserie. La vedova di Filippo Raciti ha avuto ieri la solidarietà di Matteo Renzi e di molte altre autorità a partire da Pietro Grasso e dallo stesso Alfano. E dopo la serie di telefonate ha detto di «sentirsi meno sola». Ma la sua denuncia rinfocola le polemiche, dando voce alla sensazione provata da chiunque abbia atteso il fischio d'inizio della finale. Il lungo conciliabolo sotto la curva Nord tra il capitano del Napoli e il capo degli ultrà Genny 'a Carogna è servito per far giocare la finale o, come sostiene la questura, solo per informare i tifosi delle condizioni dei feriti? Lo Stato ha trattato con chi difende degli assassini? Questura e Dipartimento di pubblica sicurezza negano. Ma sul piede di guerra ci sono in primis due sindacati di Polizia, Consap e Sap. «Abbiamo parlamentato con un uomo la cui maglietta chiedeva la libertà per un assassino di un poliziotto e che è stato condannato in via definitiva a 8 anni per l'omicidio preterintenzionale dell'ispettore capo Filippo Raciti: qualcuno di coloro che reggono le sorti di questo paese chiamerà la signora Raciti per scusarsi di quanto accaduto, dicendo di provare vergogna?», chiede Igor Gelarda. Sap e Consap, al centro di polemiche per gli applausi tributati a Rimini a tre poliziotti coinvolti nella morte di Federico Aldrovandi, aggiungono inoltre altra benzina sul fuoco chiedendo se ora qualcuno «scatenerà putiferi mediatici» anche sulla trattativa con gli ultras. «Il vero cretino si trovava sabato allo stadio e indossava una maglietta che inneggiava all'assassino di un poliziotto, è stato in passato oggetto di Daspo e addirittura risulta essere figlio di un boss della camorra, vogliamo vedere adesso la stessa indignazione dei vertici del Viminnale, vogliamo vedere se tutti i morti sono uguali», dice Gianni Tonelli, segretario del Sap. Durissimo anche Beppe Grillo. «La Repubblica è morta, i suoi cittadini non hanno più rappresentanza, la pentola a pressione sta per saltare, all'Olimpico veniva da piangere come a un funerale», scrive sul suo blog il leader del Movimento 5 stelle, dopo aver ascoltato l'inno di Mameli cantato dalla Amoroso fischiato da tutto lo stadio. Se il Pd parla di «sconfitta di tutti» «che pesa sulla politica», Fratelli d'Italia chiede che il caso venga affrontato in Parlamento. Ma il mondo del calcio non ci sta a finire sul banco degli imputati. Il calcio «è vittima di situazioni che vanno oltre: gli ultrà utilizzano gli stadi per manifestazioni di potere», denuncia Giancarlo Abete, presidente della Figc. Per Abete i tifosi «hanno un ruolo inaccettabila negli stadi» ed è arrivato il momento di cambiare. «Genny la carogna è la comoda scorciatoria, ma sono altri i responsabili: uno tra tutti è Abete», ribatte però Roberto Saviano. ©RIPRODUZIONE RISERVATA