Ludovico Ariosto contadino gli diede il nome di Foscaglia

di MARCELLO BERTELLI Forse non a tutti è noto che i migliaresi e i migliarinesi hanno avuto come illustre concittadino Ludovico Ariosto, il più grande poeta ferrarese. A Migliaro, ancora oggi, la via principale del paese è intitolata al letterato, a Migliarino, invece, al cantore di Orlando è intestata la strada di campagna che dalla chiesa di San Bartolomeo di Fiscaglia porta all'azienda agricola San Vitale. Non a caso. È proprio qui, infatti, in quello che allora era il beneficio annesso all'antica chiesa pievana, di proprietà della diocesi di Cervia, che nel 1511 troviamo come enfiteuta il nostro poeta. L'operazione fu favorita dal cardinale estense Ippolito, alla cui corte l'Ariosto ha lavorato per diversi anni, e dal vicario del vescovo di Cervia, Annibale Collenuccio, con il quale intratteneva frequenti rapporti d'affari. Quando Ludovico prese possesso del beneficio si trovava in una situazione economica difficile e aveva ben dieci fratelli non ancora maggiorenni di cui occuparsi; doveva quindi dedicarsi assiduamente alla tediosa (per lui, non certo agricoltore) amministrazione dei terreni e del bestiame. Con lui collaborava intensamente il fratello Alessandro a cui nel 1515 cedette le rendite di San Vitale. Non sappiamo quanto amasse quelle terre che egli nei suoi scritti chiamava di Foscaglia. Nella sua mirabile fantasia, fra rovi ed acquitrini, quel luogo triste e fosco gli doveva apparire una foscaglia, come in effetti poteva essere tutta la zona intorno a Fiscaglia. L'Ariosto amò invece sicuramente Orsolina Sassomarino, una contadinella della Villa di San Vitale di Migliarino, come ebbe a scrivere lo storico ferrarese Antonio Frizzi. Da essa ebbe un figlio, Virginio, a cui volle molto bene e che legittimò nel 1530 nominandolo suo erede universale. Però già dal 1519, appena decenne, succedeva allo zio Alessandro nella azienda di San Vitale che la conservava ancora nel 1539 e nel 1540. All'età di soli sei anni, infatti, Virginio ricevette i primi ordini sacri che lo abilitavano ad ottenere i benefici ecclesiastici, come puntualmente si verificò quattro anni dopo. Come ricorda una lapide posta sulla facciata della Chiesa di San Bartolomeo di Fiscaglia nel secolo scorso dalla Ferrariae Decus, Ludovico Ariosto, deposto l'Ippogrifo alato, con rusticana saggezza, resse in termporalibus questa storica Pieve, trasmettendola poi ai membri della sua casa. Ne fu rettore infatti dal 1511 per poi trasferire il titolo nel 1515 al fratello Alessandro. All'epoca il rettorato di una chiesa, cioè la responsabilità della sua conduzione, poteva essere affidata anche a non sacerdoti, ma ciò consentiva di beneficiare delle decime o di parte di esse. L'Ariosto fu anche rettore laico di Santa Maria di Migliaro dal 1513 al 1515, nella cui circostanza però avvenne un fatto abbastanza curioso: egli si impegnava a pagare per tre anni 60 lire marchesane a Pietro Valenza perché tenesse aperta la chiesa al culto. Ma quello che ancor più incuriosisce è che anche questa volta sia intervenuto quel Collenuccio, Vicario di Cervia, che aveva già favorito il poeta nel 1911 in occasione del suo insediamento a San Vitale. Valenza era un proprietario terriero di Migliaro, dove ancora oggi esiste l'omonima azienda posta sulla via Caselle. Il rettore, come era prescritto, si doveva preoccupare di aprire e di chiudere le porte della chiesa e di far suonare le campane. A dire il vero, però, non deve meravigliare più di tanto la richiesta di collaborazione a Valenza, infatti l'Ariosto era poco presente a San Vitale e ancor meno a Migliaro. In quell'epoca egli era impegnato in frequenti missioni diplomatiche presso le corti italiane e nel tempo libero preferiva cavalcare con la fantasia il suo cavallo alato alla ricerca di Orlando furiosamente pazzo d'amore per Angelica. Ricordiamo che le prime due edizioni della sua opera furono date alla stampa nel 1516 e nel 1521. Ritornando alla nostra Orsolina, nel 1520, quando l'Ariosto stava per lasciare definitivamente San Vitale, egli la diede in sposa al suo fattore Antonio Catinelli, detto Malacise, lasciando loro in affitto il beneficio per un piatto di lenticchie, come raccontano le cronache del tempo. Nel conto de' contadini, "vacchetta" scritta dal poeta intorno alle possessioni di famiglia, quella di San Vitale doveva essere un animato palcoscenico dove si muovevano persone affacendate e numerosi animali. Oltre ad Orsolina e Malacise, vi si incontrano lavoratori come Bernardino di Vanzo, Guido di Guastalla, Gasperino de Pinzani, una filatrice di canapa, il "padrone di nave a Po", un "finestraro", un "munaro", il "mercadante" e tanti animali dei quali venivano scrupolosamente annotate le nascite, le morti e le cause dei decessi. Ivi si coltivavano frumento, orzo, fave, ceci bianchi e rossi, melica, lino, canapa, prodotti che venivano divisi a metà con i contadini. Nella vacchetta - che era un libro di forma allungata rilegato in pelle di vacca (da cui il nome) - venivano annotati fatti curiosi che meritano di essere segnalati, come ad esempio i decessi di animali vittime di un lupo (XXIII di aprile 1519 una pegora et un agnello chera senza guardia...) e di grandi topi (pegore che le pontaghe avevano ammazzato...).Di un altro fatterello originale, che il poeta racconta, fu protagonista il citato lavoratore Guido di Guastalla, il quale doveva essere stanchissimo se per essersi serrato dentro et dormire et non sentire tanto che convenne gettar luscio in terra.... et spendere poi bolognini quattro in zezzo et chiodi et manifattura per farlo conciare...oltre le bastonate che ebbe il mandriano. Dopo l'uscita di scena di Ludovico, il cognome Ariosto andò scomparendo fra la gente del luogo: troviamo un Giovan Battista, proprietario terriero e consigliere comunale nel 1598, un Reverendo Monsignor Giovanni nel 1616 e nel 1622 e poi più nessun altro. Il beneficio, invece, continuò ad essere censito nei catasti ferraresi del 1779 e del 1835, dove risultava di proprietà della famiglia Salvaterra di Comacchio e dove era ancora citato l'oratorio pubblico di San Vitale di Fiscaglia ( ricordiamo che San Vitale cessò di essere "Pieve" dal 1439 e incominciò ad apparire come "Oratorio"dal 1670). La stalla-fienile, invece, un tempo tanto animata dalla presenza di molti animali amorevolmente accuditi sotto lo sguardo attento ed interessato degli Ariosto, nel 1835 viene evidenziata in giallo perché cadente. Alla fine dell'800 la proprietà aziendale risulta suddivisa tra più famiglie, in particolare dei Barillari e dei Pavanelli. Nel 1860 il Cav. Giuseppe Pavanelli (molto noto ai migliarinesi) ha anche in appalto dalla Mensa Vescovile di Cervia, per un corrispettivo fisso annuo, la riscossione delle decime dovute dai possidenti ricadenti nella vecchia circoscrizione pievana. Anche la chiesa, agli inizi del secolo scorso, venne completamente demolita; così pure della parte residenziale, ove originariamente abitava l'arciprete con i suoi presbiteri, non vi è più traccia alcuna. Purtroppo, per l'incuria degli uomini e per l'insensibilità delle istituzioni, antiche comunità, come quelle di Fiscaglia, Valcesura, Migliarino, Massa Fiscaglia e Migliaro, sono state private di preziose tangibili testimonianze delle loro comuni origini: insieme avevano dato vita già dal X secolo ad uno dei più significativi esempi anticipatori delle future autonomie comunali che si sarebbero affermate solo intorno al XII secolo. Se oggi qualcuno, incuriosito da uno dei più bei ricordi di storia locale, quale quello legato alle plebs S. Vitalis, volesse ripercorrere la via Ariosto alla ricerca di sensazioni antiche, oh lui misero!, lì, proprio lì, dove al richiamo del suono di una campana si adunavano i liberi uomini dell'antica Massa di Fiscaglia o dove il sommo poeta scriveva del suo Orlando furioso, ora si imbatterebbe contro una centrale elettrica a biogas, segno sicuramente di progresso, ma anche di una evidente decadenza ambientale e culturale. 4.continua