PRENDERE TEMPO, MA PER COSA?

di VITTORIO EMILIANI Non si era mai verificato nel nostro Paese né in altri di democrazia evoluta, uno stallo politico come quello attuale determinato dal fatto che l'ex premier Silvio Berlusconi, padre-padrone del centrodestra non vuole fare passi indietro dopo la condanna definitiva in Cassazione. Del resto non è mai esistito in Italia né in Europa un partito "aziendale e personale" come il Pdl. E' esistito un movimento e poi un partito, quello fascista, modellato da una persona, Benito Mussolini, su se stesso, ma è stata un'altra (tragica) storia. Dalla vittoria elettorale del '94 Berlusconi ha dovuto comunque fare i conti coi meccanismi della democrazia parlamentare pur con mille illusionismi. Stavolta lui ha perso e però Bersani non ha vinto completamente. Di qui il governo delle "larghe intese". Sul quale la sentenza definitiva della Cassazione sulla frode fiscale di Mediaset nei confronti dello Stato (reato inqualificabile per un ex premier) ha avuto un impatto molto duro. In altri Paesi democratici il "passo indietro" sarebbe stato automatico. Da noi in queste ore i suoi fidi, perduta la speranza (assurda in partenza) di una "grazia" presidenziale, coltivano la scappatoia di mandare la legge Severino alla Consulta, in modo da prendere tempo, un respiro di qualche mese. Ecco il problema di Berlusconi e dei suoi: prendere tempo. Discorso che però cozza contro gli interessi del governo (comunque frenato se non bloccato nel suo agire) e soprattutto contro quelli di un Paese al quale servono riforme incisive. Ieri abbiamo appreso che la Guardia di Finanza ha stanato ben 5.000 evasori "totali" i quali hanno sottratto allo Stato 17 miliardi di euro. In un Paese nel quale la quasi totalità dell'imposta sul reddito viene dalle tasche di lavoratori dipendenti, pensionati, partite Iva. "Prendere tempo" e per fare cosa? Berlusconi fa sapere che non mollerà, che resta lui il capo. I falchi del suo partito sostengono che i ministri del Pdl si dimetteranno in toto se il Pd voterà la decadenza del senatore Berlusconi (nel caso non lo facesse, andrebbe in frantumi). Non tutti i ministri in carica però sembrano dello stesso drastico parere. Come ci sono dissidenti nel M5S, potranno essercene nel Pdl. I falchi contano sul fatto che, in caso di voto negativo sul Cavaliere, Napolitano sciolga le Camere e si vada a nuove elezioni. Un automatismo per niente scontato. Qualche altro parla di dimissioni di Napolitano. Ancor meno scontate in verità. Il presidente della Repubblica fa quanto può, istituzionalmente, per preservare la stabilità delle larghe intese e quindi il governo Letta. Ma se una forza di governo si sfilasse uscendo dall'esecutivo, valuterebbe altre soluzioni utili alla stabilità. Anche perché vuole una nuova ed equa legge elettorale. Berlusconi, tipico self-made-man, anche in politica non si è mai posto il problema di creare successori né un vero ceto dirigente. A parte Alfano e pochi altri, lo contornano degli scudieri (o scudiere) più che dei dirigenti politici. Né può attingere al serbatoio di Mediaset (la figlia Marina) senza creare contrasti pesanti in famiglia e senza mettere in pericolo un gruppo che ha ricapitalizzato in Borsa e però viaggia con un carico pesante di debiti. Nei giornali e nei giornalisti a lui vicini emergono posizioni marcatamente diverse. C'è chi scrive o dice (vedi Vittorio Feltri) che il suo 25 luglio è già avvenuto e che avrebbe dovuto addirittura lasciare l'Italia finché aveva un passaporto. Non credo che la tattica del "prendere tempo" possa durare ancora molto. Il Pd si è fatto tante volte del male da solo e però non potrà non votare la decadenza di Berlusconi da senatore. A quel punto, se decide di staccare la spina alle "larghe intese" (facendo così pagare la detestata, gravosa Imu agli italiani), il centrodestra può davvero finire dentro una slavina. Essenziale è che non ci finisca l'Italia. ©RIPRODUZIONE RISERVATA