IO DIFENDO IL FASCISTA NELLO QUILICI

Nello Quilici animò, tra il 1925 e il 1945, non solo la vita ferrarese ma anche il dibattito giornalistico italiano. Nello nacque a Livorno il 21 novembre 1890, lauretosi in Letteratura italiana nel 1914 a Firenze, con una tesi su Honoré de Balzac, iniziò subito la sua attività giornalistica collaborando a "La Voce" di Prezzolini ( intellettuale di grande eleganza che negli anni successivi scelse l'esilio volontario negli Stati Uniti) e al quotidiano fiorentino "Nuovo Giornale". Nel 1911 Nello è caporedattore del bolognese "Patria". L'anno successivo pubblica il suo primo libro "Introduzione alla vita beata di G. A. Fichte". All'inizio della Grande Guerra è inviato come sottotenente sul Carso e dopo il conflitto lo troviamo corrispondente da Zurigo di "Tempi" e redattore (e poi direttore) del "Resto del Carlino", ma nel 1923, avendo aderito al fascismo, deve lasciare la direzione del quotidiano bolognese, accettando l'incarico di caporedattore del romano "Corriere italiano". In quegli anni a Nello viene imputato la partecipazione all'assassinio di Matteotti, ma durante il giudizio viene assolto. Giunge, infine, a Ferrara, invitato da Italo Balbo, a dirigere il "Corriere padano", edito a partire dal 1925. Ecco, questo è il profilo professionale di Nello Quilici, giornalista e docente universitario che non ha abbassato la testa nei confronti dell'antisemitismo dell'arci-fascista "Tevere" di Roma, che è stato il realizzatore della pagina culturale più frondista del regime fascista, che ha fatto della Ferrara di quel periodo un centro di studi storici, artistici ed economici, che ha protetto e valorizzato artisti come Achille Funi e Arturo Martini, che ha voluto attorno a sé o dentro al "Corriere padano" il podestà ebreo di Ferrara, Renzo Ravenna, e altri intellettuali di primissimo piano, tra i quali, solo per citarne alcuni, è bene ricordare Giulio Colamarino, Riccardo Bacchelli, Massimo Fovel, Francesco Tumiati e Paolo Fortunati. Per tacere poi dell'attenzione di Nello per i suoi giovani allievi e collaboratori al "Corriere padano": basti ricordare Giorgio Padovani, l'architetto Carlo Bassi, l'icona della cinematografia d'avanguardia, Michelangelo Antonioni e il profetta del romanzo-romanzo, deriso, a suo tempo dalla sinistra raccolta attorno al semiologo Umberto Eco, al poeta Edoardo Sanguineti e al musicista Luciano Berio. Mi riferisco al cesellatore del "Giardino dei Finzi Contini": Giorgio Bassani. A proposito di Antonioni, amico di famiglia dei Quilici riportiamo quello che il cineasta ferrarese scisse in occasione della morte di Nello: Dalla Torre dei Caduti venne il primo colpo. È massiccia, tozza, la sovrasta una gran campana i cui rintocchi cadono pesantemente sulla città. Quel 29 di giugno, nelle primissime ore del pomeriggio la campana scoccò un tocco, E poi un altro, e un altro ancora… solo s'udivano quei rintocchi, presentimento d'angoscia senza fine… Era tempo di guerra e la guerra era lì in quei rintocchi. S'udìuna voce di donna dire forte, in dialetto: "I dis ch'è mort Balbo". Infine, trascriviamo ciò che scrive Giorgio Bassani, del giugno 1940, all'amico Vanni Quilici figlio maggiore di Nello: Caro Vanni… Ero legato a tuo padre con vincoli di amicizia e gratitudine… Il giorno stesso che partì per la Libia… fui a casa tua… e ti giuro che mai mi parve come allora tanto ricco di umana bontà, tanto generosamente libero nei suoi giudizi, tanto amico… vorrei che tu sapessi uscire da questi momenti... degno di tuo papà. E che tu credessi fermamente alla mia amicizia. Chi non sa dare voce all'avversario è destinato, per sempre, all'afasia. Chi non ha compassione dell'altrui sofferenza ha già smarrito il senso alto della pietà. Alberto Cavicchi *Presidente Centro studi economici e sociali "Luigi Einaudi" Ferrara