LE FACCE DEL SALDATORE E DEL MINISTRO

Renzi sul palco e lui, Gabri Da Prà, sotto a duettare: «Dai Matteo, facci vincere». E vengo a Franceschini: assorto, con la mano che lisciava la barba, gli applausi centellinati, gli occhi fissi sulle mosse oratorie del rampante toscano. Franceschini era l'equilibrio funambolico del governo e la sospensione del partito dentro una sedia di plastica. Bianca. Ma che bravo questo Renzi: una botta di qua e una di là, un'analisi economica, impeto retorico, una battuta larga, un giudizio, e giù l'applauso. «Certo che ero concentrato - ha spiegato Franceschini in giro per le cucine stretto fra cappellacci sobbollenti e la testa lucido-soddisfatta del segretario Paolo Calvano -, perché Matteo usa un linguaggio tutto nuovo per la politica. È una novità davvero». Il ministro già segretario del partito è uno che se ne intende di cattolici progressisti in graduale egemonia dentro il Pd (lui, Letta, Renzi…) e al governo della città di Ferrara. Si tratta dell'eppur si muove di una Margherita della specie in perenne fioritura. La faccia di Franceschini al Barco corrispondeva anche a quelle dell'assessore comunale Luigi Marattin, ma più sorridente e gongolante essendo un iper-renziano indigeno della prima ora (stava in una sedia grandangolare), e alla faccia più tonda del segretario cittadino Simone Merli. Molto meditanti invece le facce della presidente della Provincia Marcella Zappaterra reduce dall'Indonesia (della serie sono appena rientrata, ma che sta succedendo?), del deputato Alessandro Bratti che è franceschiniano per amicizia generazionale ma di pura estrazione diessina; assai simile al Pensatore di Rodin invece quella del consigliere regionale Roberto Montanari che, essendo argentano, ha praticato ben altre navigazioni politiche rispetto al giovane sindaco che vuol fare il premier. A Franceschini - prima dell'intervista a Renzi aveva cenato con la mamma Gardenia al caplaz's restaurant della festa - gliela avevamo buttata lì come una trappola in forma di provocazione: ministro, allora moriremo tutti renziani? Pronta la risposta, molto limpida e gravida di memorie storiche centriste: «Ah, beh, sì. Una volta si diceva moriremo tutti democristiani… è vero». A una cert'ora, vista dal palco, la platea è diventata un piccolo stadio. Tremila persone, circa. Forte la presenza dei democratici di provata o tiepida fede, con ricordi che planavano fra lo stand gastronomico argentino e quello ferrarese dop e doc, memorie di Berlinguer, della Iotti e di un Bersani ormai al passato prossimo, piegate al confronto col trentottenne fiorentino. Notevole l'affluenza al Barco di imboscati della politica, imbucati e penetrati («non mi sento a casa mia, ma voglio sentire come parla»). È però stato Gabriele Da Prà, detto Gabri già metalmeccanico, il cuoco che aveva interrotto Renzi da sotto il palco, a confermarmi più tardi tra i fornelli la formula catulliana dell'Odi et Amo che diventa lessatura e spiedo per la base mobile del Pd. Eccolo qua il Da Prà. Sulla bandana ha scritto con il pennarello rosso Renzi for president. Ma appena finisce di abbracciare e baciare il sindaco di Firenze, si guarda intorno. Tra le coppie di pane ferrarese mette le mani sui fianchi. I suoi baffi diventano un punto interrogativo. Traduzione simultanea dal dialetto: «Renzi presidente. Che vada bene? Che sia giusto? È così giovane. Sbaglieremo? Ma la novità ci fa prendere voti. Da dove viene e dove ci porterà? C'è da vincere davvero. Proviamolo? Non proviamolo?». Alla fine il pensamento di Da Prà sta nella stessa sedia di plastica di Franceschini. Leggera, contemporanea, instabile. Di prima fila. Il ministro e il cuoco già metalmeccanico. Stefano Scansani s.scansani@lanuovaferrara.it ©RIPRODUZIONE RISERVATA