La ferraresità era il mondo Oggi è stretta come un vicolo

dalla prima Basi sociali e il denaro non influenzerebbe qualsiasi decisione. Perciò il Direttore Stefano Scansani domenica scorsa ha mosso quelle osservazioni nei confronti della frana Carife, il denaro non ha appartenenza né odore, non profuma quanto le nostre coppie di pane, non rimane, bensì all'interno del sistema finanziario delle banche è soggetto a finire chissà dove; mentre i cittadini restano a lavorare sul territorio, ad abitarlo, mantenendolo in vita. È consono che l'intellettuale in genere - non solo quello ferrarese - soffra a sporcare le sue metafore con il fatto quotidiano, affiancando la sua favella raffinata alla cronaca e si rivolga alla Storia aurea, ai ricordi collettivi epurati dal patrimonio documentario; dunque è giustificata la curiosità nei confronti degli Estensi e delle eccellenze culturali dell'epoca, raffreddatesi dalle becere contese individuali. Di sicuro anche allora Boiardo e Ariosto avranno faticato a essere accettati presso la Corte (la società!) per diffondere attraverso il potente di turno i loro versi ed essere sostenuti e sostentati, in sostanza ottenere il pane seguendo la loro passione; in altre parole, ciò che succede abitualmente per le nostre vie acciottolate, senza fare nomi. Ferraresità era Torquato Tasso, fine dicitore e pure schermitore, sempre pronto a estrarre la penna per poetare quanto la spada per sfidare i rivali in amore. L'onore era un tratto peculiare (conservatosi intatto sotto forma di orgoglio…), difatti il Ducato, studiato storiograficamente in tutta Europa, fu uno degli ultimi ad abolire il duello regolamentato con Ercole II, che nel 1537 levò con un editto l'impunità al delitto, facendo cessare il privilegio della vendetta personale, come prova via Campofranco, senza però rinunciarvi, tanto è vero che la celebre strada dei Duelli, oggi vicolo privato che incrocia via Cortevecchia (foto), ha continuato a provocare vittime sino agli inizi del Novecento. D'altronde l'Accademia di Scherma "Bernardi", famosa nel Paese per longevità, prosegue con i suoi campioni nella collezione di successi agonistici. Il rosso dei cotti è il nostro colore, sanguigno sì, ma non eccessivamente; infatti l'accostamento sulle facciate con il bianco e il rosa dei marmi a stemperare, risulta particolarmente appropriato. La storia medievale, ma anche la successiva, ci dimostra le comunanze e le differenze con i limitrofi veneziani, che vantano il "rosso veneziano" più acceso e sostenuto; l'entusiasmo, quindi, è un carattere comune, benché il ferrarese sia più sornione e meno esuberante. La prima cosa che ci spaesa giunti in Laguna, è proprio l'amplificazione via acqua del biancore e del grigiore maestoso dei suoi marmi, l'onnipotenza architettonica della Serenissima, magari "serena" siccome convinta del suo status, del suo potere, sebbene non sia mai stata accomodante con i vicini. La vastità del mare è lontana dai nostri tetti: qui predominano i papaveri frammisti al grano, i frutteti di mele e di pere, oltre al Grande Fiume, che fa da principe nella piana padana. Il timore di essere invasi dalla sua forza, com'è stato con la piena recente, ci rammenda la dipendenza dall'acqua, la medesima che scarseggia nelle campagne durante il periodo estivo. Ma quanto il Po è costretto, tanto non ci si azzarda a uscire dagli argini, dalle nostre Mura intatte, a seguito della ristrutturazione operata nel corso delle Giunte Soffritti, bonariamente soprannominato il "Duca rosso". Molte altre città hanno rinunciato allo splendore della loro cinta muraria, abbattendola a favore di nuovi complessi edilizi, tuttavia spalancando forse le loro prospettive e accogliendo con propensione maggiore le novità "straniere". Tale occlusione visiva che ci affligge è stata astratta sapientemente da Bassani nel Giardino dei Finzi Contini (1962) con le sue alte barriere, icona degli svariati cortili interni, e talvolta segreti, che la città possiede. A nostra difesa una posizione geografica sfortunata, dato che Ferrara si trova nell'angolo nordorientale della Regione, e a nostra discolpa la distanza dalla Via Emilia, che ha direzionato le tratte dei mercanti per secoli. Dalle sabbie locali n'è appunto germogliato un provincialismo mezzadrile, distaccato, per cui ciascuno si rapporta esclusivamente con il proprio "quadrato" di terreno; d'altro canto, questa inclinazione all'appartato, ai toni bassi tipici delle strade strette, nelle quali le porte dirimpetto quasi si toccano, si è rivelata avvolgente e pertanto calorosa con i suoi "frutti", la sua gente. Mi ha divertito - personalmente - alla scorsa inaugurazione del Festival del Libro Ebraico, udire Riccardo Calimani, di origine veneziana, insinuare Tagliani sia il successore del Duca, come se il filo rosso con la tradizione non si sia mai interrotto, nell'aere che ispirò il silenzio metafisico di De Chirico. Di recente, le tendenze al contemporaneo e al cosmopolitismo, il quale previene la paura irrazionale della diversità e induce alla tolleranza tra i popoli, si sono spalancate verso i progetti universitari, specialmente a seguito dell'istituzione della Facoltà di Lettere e Filosofia nel 1971. Un esempio calzante è il convento di Santo Spirito che, per quanto isolato, raccoglie al suo interno studenti da tutto il mondo. Tendenze sommate alla proliferazione associazionista e collettivista dell'ultimo decennio, che ha occupato creativamente la piazza e ha aiutato l'attuale amministrazione comunale nella gestione delle risorse, poiché la cultura non deve essere proprietà e vezzo di pochi, di coloro che hanno avuto l'astuzia e le possibilità economiche di accaparrarsela. E l'unico modo perché ciò non avvenga è spalmare la ricchezza attraverso il senso civico e il culto della responsabilità, cantati urlando da poeti (proprio loro!) come Roberto Roversi e Franco Fortini, i cui versi ancora rimbombano. Mi piacerebbe molto i ferraresi non smarrissero mai i loro tratti distintivi, la loro essenza, tanto meno la scambiassero con altre influenze culturali, solamente la smettessero di considerare secondario tutto quello che non è da loro prodotto, che arriva da fuori, e che ci maturerebbe dentro. Matteo Bianchi ©RIPRODUZIONE RISERVATA