TOMMASO DA TORTONA LINCIATO DAGLI INSORTI

Q uando Ferrara si reggeva in libero comune, come moltissime altre città della penisola, i ferraresi, di ogni ordine e grado, al batter dei rintocchi di una campana, si sentivano orgogliosi di correre e riunirsi in piazza per partecipare al governo del comune leggiferando, deliberando e decretando come una libera democrazia. Quando si trattava di cose ardue e importanti, sulle quali non sarebbe stato prudente decidere in fretta, i problemi venivano discussi da un consiglio eletto dal popolo composto da nobili di primo grado, da valvassori o nobili minori e rappresentanti della plebe. Gli antichi statuti della città, offrono esempi in materia di politica amministrativa, commerciale e finanziaria di tale saggezza da stupire ancora oggi gli studiosi. Con l'insediarsi dei marchesi d'Este il popolo fu schiacciato dalla magnificenza, dalle feste e dal lusso per cui esso si sentì estromesso dalle decisioni di un governo incline a ridurlo nella più becera miseria. Furono introdotte, si legge da una cronaca, le gabelle et male usanze, intese senza prima interpellere il popolo o i suoi rappresentanti privi del diritto di voto. Niccolò II, soprannominato lo Zoppo, per via di frequenti attacchi di gotta, non mai sazio di far spese, vedendo vuotarsi i forzieri dello stato, ordinava ai suoi amministratori di imporre alla cittadinanza tasse e sovratasse reprimendo con forza e violenza chi si asteneva dal contribuire. Nella notte fra il 2 e il 3 marzo 1385, mentre l'orologio della torre del palazzo Estense batteva la sesta ora, nel solo e primo segnatempo esposto in città fin dal 1352, entrava a cavallo dalla porta di Spinello, un uomo coperto da un corto tabarro di color nero diretto alla casa del notaio Francesco de Montelini dove erano segretamente riuniti un gruppo di cospiratori formato da rappresentanti del popolo, del clero e della borghesia. Quella riunione in casa del Montelini aveva lo scopo di integrare il popolo nei diritti perduti e la cittadinanza aveva capito che il momento del riscatto era giunto. «A noi sta disporre delle forze entro le mura - disse il notaio in qualità di capopopolo- a voi - rivolgendosi ai fratelli Giocoli - spettava il compito di arruolare forze nelle campagne. Bulgarino e Luigi assicurano che vi erano pronti in armi almeno quattrocento villani a piedi ed altrettanti a cavallo. E tu, rivolgendosi a Giovanni Soldani, ultimo arrivato dalla porta di Spinello, quante forze riesci a portare in città dalla tua Ficarolo e dintorni? «Dugento fanti e trecento cavalli sono agli ordini nosti signore». «Ammontano dunque i soccorsi esterni a seicento uomini a piedi e settecento a cavallo, ve n'è in abbondanza rispose il notaio». I capipopoli disposero che tutte le forze esterne convogliassero alla porta di San Michele volta sul fiume Po e che una volta abbattuta la detta, il piano prevedeva fossero annientati i soldati che la difendevano mentre dall'interno dovevasi occupare piazze e strade sollevando un gran rumore. Il marchese d'Este aveva delegato a difesa delle sue sciagure un uomo di legge, certo Tommasino da Tortona che da giudice del comune fu innalzato al grado di vicario generale, poi di vice podestà e infine giudice dei Savi che era la suprema carica dello stato. Il popolo che da tempo denunciava i sopprusi dello stato, vedeva il male nei ministri del potere, più che nel potere stesso e gridava: viva Niccolò e muoia Tommasin traditore!. Tommaso si era rifugiato nel palazzo della cancelleria di corte, sicuro di essere protetto della gendarmeria di stato. Gli insorti abbattute le porte della cancelleria di stato non lo trovarono perchè era stato soccorso dai famigliari del marchese; i quali, aperto un vano in una soffitta lo avevano tirato con una fune al piano superiore. La turba inferocita saccheggiò la cancelleria dello stato prese i libri contabili li portava all'angolo di San Romano, ne facevano una catasta e vi appiccavano il fuoco. Altri assaltavano le case dei gabellieri per incendiarle, altri ancora assalirono la casa del Tortona depredola da lasciare, al dire del cronista da cui attingo, i figli ignudi. Niccolò da una finestra tentò di calmare gli insorti, nè vi riuscì Alberto, suo fratello, sceso in piazza: anzi all'imbrunire il motto s'infuriava di più. Minaccioso il popolo si impossessò di un figlio del marchese e propose uno scambio col giudice dei savi che per gli insorti era il responsabile dei loro disagi. Impotente, l'estense a domare un così esteso motto decretava di abbandonare alla triste sorte che attendeva il ministro. Il disgraziato ebbe pochi minuti per raccomandare l'anima a Dio, fattolo uscire dal palazzo in pochi minuti fu maciullato. I brandelli di quel corpo furono in parte arrostiti sopra le ceneri dei libri contabili bruciati, altri trascinati lungo le strade e le piazze del centro cittadino, alcuni furono portati fino a Francolino per esporli sugli argini del grande fiume e orrore degli orrori, le fonti da cui traggo dicono mangiati da uomini che la fame aveva trasformato peggiori dei bruti piu bruti. La notte che seguì disperse gli ultimi ammutinati e Ferrara rimase muta e stordita. Niccolò ebbe salva la vita e la signoria grazie al sangue del Tortona. Il giorno dopo il marchese ed il fratello Alberto cavalcarono per la città con soli dodici uomini di scorta ed ebbero dal popolo segni di rispetto e sudditanza. Con un atto di clemenza l'estense tolse al popolo alcune gabelle e qualche imposizione, ma segretamente con promesse di impunità e di denaro volle indagare e sapere chi erano i cospiratori o i promotori della rivolta. Fu allora che quel Montelini vile e quantomai scellerato, che prima capeggiò e ordì la sommossa si offerse a svelare tutta la trafila della meditata congiura e consegnò i suoi compagni allo sdegno dell'offeso marchese d'Este il quale fece pervenire in città molti mercenari, ordinò la muratura della porta di San Michele, faceva sprangare le porte della città per molti giorni finchè non imprigionò i cittadini denunciati da Montelini e dopo pochi mesi di miserando spettacolo di loro, mostrò sulle piazze i corpi alle forche o le teste mozzate dai corpi. Niccolò II dopo quanto era successo pensò ad edificare il castello tutt'ora esistente come dimora dei regnanti e della corte estense. L'Estense chiamò a sè Bartolino Ploti da Novara celeberrimo architetto stabilitosi a Ferrara da qualche anno e a lui commissionò di progettare un castello.