L'ufficiale protestò, Schettino lo rimosse

di Natalia Andreani wROMA «Quando ho capito che la nave si stava inclinando ho preso e sono sceso». Sono le quattro del pomeriggio del 14 gennaio. Dal naufragio del Concordia sono passate sì e no venti ore. Il comandate Francesco Schettino è in una saletta della caserma dei carabinieri di Orbetello, in attesa di essere interrogato. E non sa di essere intercettato dai pm che hanno riempito quella stanza di cimici. L'ufficiale parla al telefonino con varie persone. Teme di essere arrestato e commentando il disastro ammette chiaramente di avere abbandonato la nave e quindi di non essere affatto caduto in mare, come invece ha raccontato alla capitaneria di porto di Livorno, durante l'emergenza. Nelle concitate conversazioni in dialetto napoletano Schettino se la prende anche con chi gli avrebbe chiesto l'inchino al Giglio: «Fabrì, pò da retta o manger... passam a là , passam a là. Ma qualcun'altro al posto mio non sarebbe stato così benevolo a passare lì sotto perché m'hanno rott' u cazz...passa, passa... la secca ci stava e non era segnalata». Frasi che però non sarebbero rivolte alla Costa Crociera ma all'hotel manager di bordo, il maitre, quell'Antonello Tievoli che quella sera sarebbe salito in plancia dopo aver chiesto di "salutare" i genitori residenti al Giglio. Ma dalle carte dell'inchiesta emergono altre testimonianze sul comportamento del comandante. In particolare quella di Martino Pellegrini, il safety officer della Concordia. Mettendo il punto nave «ho visto che la rotta che era stata tracciata dal cartografo sulla carta nautica e ho notato che la nostra posizione era di 5 miglia nautiche più a ovest. La rotta seguita era completamente diversa da quella tracciata ed era molto più vicina alla costa. Da un punto nave tracciato precedentemente più a sud, deduco che si era già da tempo fuori rotta», riferisce Pellegrini aggiungendo che «quando il primo ufficiale Ambrosio, credendo di essere troppo vicino alla costa, ha ordinato al timoniere di virare a dritta in modo da allontanarsi dall'isola, il comandante Schettino lo ha sollevato dalla responsabilità della guardia assumendo direttamente il comando di navigazione e ha ordinato al marinaio timoniere di mantenere la rotta e aumentare la velocità della nave». Quanto ai minuti successivi al disastro, Pellegrini racconta che in plancia, a un certo punto, tutti erano concordi sulla necessità di dichiarare l'emergenza generale. «Ma il comandante non appariva comprendere la gravità della situazione in atto ed insisteva a parlare con Ferrarini della compagnia. Ricordo che anche quando abbiamo ricevuto dal direttore di macchina in seconda l'informazione che l'acqua era arrivata al ponte zero, cioè al ponte delle paratie stagne, il comandante insisteva per avere il numero di un rimorchiatore. Gli ho chiesto che disposizioni dare, ma lui mi ha guardato con espressione assente e non mi ha dato risposta». Tanto che a un certo punto «afferrai per un braccio il comandante in seconda, Christidis e gli dissi : "K2, gli dica che dobbiamo andare avanti con l'emergenza"». «Lo stato d'animo di Schettino - ricorda ancora Pellegrini - in quei momenti era alterato e progressivamente andava a peggiorare. Ho notato che gli tremava la voce, soprattutto negli ultimi istanti in cui l'ho visto prima di lasciare il ponte e la cosa mi è parsa strana perché in altre occasioni difficili aveva dato prova delle proprie capacità». ©RIPRODUZIONE RISERVATA