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«Aiutai Tarantini perché voleva uccidersi»

di Natalia Andreani wROMA E’ tutt’altro che vicina l’intesa tra la procura di Napoli e i legali del premier sul previsto interrogatorio di Silvio Berlusconi come parte lesa nell’inchiesta sull’estorsione commessa da Gianpaolo Tarantini e Valter Lavitola. L’avvocato Niccolò Ghedini non vuole assolutamente che il presidente sia sentito in veste di testimone (e dunque con l’obbligo di dire la verità e magari la possibilità di ritrovarsi indagato nel bel mezzo della deposizione). Così nell’istanza allegata alla memoria difensiva consegnata ai magistrati campani, Ghedini ha espressamente chiesto che il suo assistito sia ascoltato in veste di imputato di reato connesso (vale a dire con la possibilità di mentire senza incorrere nelle false dichiarazioni al pm o più semplicemente di avvalersi della facoltà di non rispondere). Secondo il penalista «i fatti accaduti a Bari, e che sarebbero l’oggetto della condotta estorsiva, potrebbero essere riversati, tramite l’invio degli atti, nel cosiddetto processo Ruby» che si sta celebrando davanti al tribunale di Milano. «Fatti indubbiamente omogenei e collegati», scrive Ghedini, sostenendo che per questa ragione Berlusconi non può essere assunto come testimone. Non solo. «E’ pacifico», aggiunge il legale nella sua istanza, che tutte le dazioni di denaro a Lavitola, e tramite questi a Tarantini, siano avvenute a Roma. Di qui la convinzione che tutta l’inchiesta napoletana debba prendere la strada delle capitale, che ha competenza territoriale a indagare sul presunto reato, al più presto possibile. Del resto, per Ghedini a questo punto l’interrogatorio del premier «è superfluo», perché superato dalla memoria consegnata dallo stesso. Memoria di quattro pagine e mezza in cui il Cavaliere ribadisce la sua versione: ovvero quella di avere offerto aiuto a una famiglia bisognosa finita in disgrazia; una famiglia passata dall’agiatezza a grandi ristrettezze economiche «con due figlie ancora piccole» scrive Berlusconi. Dopo il suo arresto Tarantini e la moglie mi scrissero delle accorate lettere inviatemi presso la segreteria di Roma... Mi fecero sapere di essere in gravissime difficoltà... una situazione personale gravissima, con anche il rischio che il Tarantini mettesse in atto episodi di autolesionismo», si legge. Dopo qualche mese Tarantini fu ricevuto ad Arcore con la moglie, presente anche Lavitola. E parlò al presidente della sua intenzione «di tornare a fare l’imprenditore». E chiese altri fondi. «Ritenni di accedere a tale richiesta e dissi a Lavitola che ero disponibile a erogare ciò che mi era stato richiesto. Lavitola mi disse che avrebbe depositato direttamente lui i fondi presso una banca in Sudamerica dove erano già depositati i suoi fondi personali e che avrebbe preferito ricevere la somma da me in contanti». Del tutto opposto il giudizio della procura che ha rigettato le richieste di Ghedini. Berlusconi potrà essere sentito solo come teste, ribadiscono i pm, affermando che gli indagati ne «sfruttavano o intendevano sfruttarne la debolezza psicologica e mediatica a seguito delle mosse della procura di Milano». Intanto il coinvolgimento di Finmeccanica in un filone della stessa inchiesta (si ipotizzano episodi di corruzione internazionale in cambio di commesse) ha provocato ieri le immediate dimissioni del direttore commerciale Paolo Pozzessere. ©RIPRODUZIONE RISERVATA

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