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ANGUILLA E PATACCA

SEGUE DALLA PRIMA  Niente di tutto ciò. Mario Anguilla, in vacanza in una pensione di Rimini, ha portato i bambini in gita nella Repubblica del Titano per ingannare il tempo in una giornata di pioggia. Era davanti alla banca perché - rimasto senza contanti per comprare souvenir - ha fatto un prelievo. Le persone con cui è stato immortalato erano impiegati ai quali ha chiesto un’informazione. E la valigetta allora? Non si fidava a lasciare in auto il computer portatile, un regalo di compleanno.
 Ma l’Eco della trota non molla la preda e sforna all’indomani la seconda puntata.
 ‘Anguilla si rifiuta ancora di rispondere, che segreti nasconde all’estero?’
 In realtà il sindaco - ignaro di tutto - quando è in ferie accende il cellulare di servizio solo dopo cena.
 A corredo dell’articolo, condito con la testata ‘Il giallo di San Marino,’ un’intervista al capo dell’opposizione, Carlo Vattelappesca, che non aspettava altro per vomitare veleno su chi l’ha battuto nelle ultime elezioni.
 Al terzo atto entra in campo l’ex moglie di Anguilla, Regina Orata, che racconta retroscena piccanti della loro unione che nulla hanno a che vedere con la vicenda, ma contribuiscono ad alzare il polverone. Quando il sindaco viene informato di quanto sta accadendo, recupera una copia dell’Eco della trota e incarica il suo legale di querelarlo.
 Quarta puntata. Il quotidiano non demorde: ‘Anguilla si nasconde dietro l’avvocato e non accetta il confronto’.
 A corredo un corsivo velenoso: ‘Quella cenetta nel localino a luci rosse...’
 Il sindaco, per le nozze d’argento, ha portato moglie e figli in un modesto ristorante cinese. All’ingresso c’erano due lampade rosse, come da tradizione orientale.
 La tortura durò un anno.
 Alla fine Mario Anguilla capì che non firmare l’autorizzazione per la cava di pesca (abusiva) di Al Cappone, socio di maggioranza dell’Eco della trota, può rovinare il fegato. A fine mandato si ritirò dalla vita politica e non tornò mai più a San Marino.
 Il direttore dell’Eco della trota, Sergio Losqualo, fu premiato con un seggio al Senato dal partito amico del boss. Mantenne una rubrica fissa sul quotidiano, ‘Fritto misto’. Il suo motto in redazione non cambiò: «Diffamate, diffamate, qualcosa resterà».
- Paolo Boldrini