giovedì 29.07.2010 ore 20.26

ARCHIVIO la Nuova Ferrara dal 2003

«Vivo così, con l Hiv»

 Ha 47 anni, un’ex moglie e un figlio di 25, a Ferrara. Ha avuto un’altra moglie, in un paese dell’Asia, da dove è tornato una decina di anni fa smettendo con l’eroina, mentre dall’85 lotta, con l’aiuto dei farmaci, gli antiretrovirali, contro l’Hiv.   DI INVENTATO IN questo racconto c’è solo il nome di fantasia, Marco. Tutto il resto è la vera faccia, una delle tante, della malattia che immaginiamo lontana, che fai finta non esista sotto casa tua, di cui ti ricordi solo il 1 dicembre quando ti martellano con le celebrazioni della giornata mondiale contro la malattia. Nella stanzetta del Sert di via Mortara, Marco accetta di parlare assieme ad altri della sua sieropositività: «Ma lo faccio solo perché c’è Paolo», il coordinatore dei «cronici» del Sert, il suo, il loro angelo custode. «Perché nessuno di noi, io, lui, ci sognamo di dire alla gente che siamo sieropositivi». «Perché? Ma lo vedi cosa c’è in giro?», ti butta in faccia la domanda: «Con la storia dell’H1N1, la nuova influenza, c’è gente che fa fatica a stringerti la mano, a baciarti: e io vado a dire in giro che sono sieropositivo?».   NO, CERTO. ANZI. «Sono andato a rifare la patente di guida, e in commissione medica mi hanno chiesto l’elenco delle malattie infettive che avevo. Se avessi l’epilessia o patologie invalidanti che possono mettere a repentaglio la sicurezza mia e di altri, alla guida, allora sì, lo capirei. Ma perché chiedermi questo che non serve a nulla? Mi sono sentito spogliato, se questo è il protocollo bisognerebbe cambiarlo».  Bisognerebbe. Ma è difficile, maledettamente difficile farlo, come lo è sempre più integrarsi in un mondo sempre più diffidente verso chi è «diverso», specie se hai l’Aids. E così bisogna fare i conti con le piccole e grandi discriminazioni quotidiane, all’angolo di strada, verso chi sopravvive con l’Hiv nel sangue. Per chi cerca di farlo.   MARCO STA BENE fisicamente, ma non può far tanto. «Sono un pensionato, un invalido civile, quando vado a chiedere un lavoro mi domandano ‘perchè lei è in pensione a 47 anni?’. Io cosa dovrei dire, raccontare per filo per segno ciò che ho e che ho avuto dentro. Per questo motivo, sono, siamo legati ai lavori che ci trovano i servizi». Insomma, una integrazione ma protetta dei servizi sociali pubblici, altro non è possibile. Altro è difficile. La vita non è stata generosa con Marco. Ma lo aiuta la famiglia, lui ce l’ha, altri come lui sono stati abbandonati: ha una casa, un tetto e un frigorifero. «Io posso averlo» e ti spiega che non è bizzarro o dadaista dire questo. Perché chi non sa cosa sia l’Hiv e cosa siano farmaci antiretrovirali che garantiscono alle persone malate di vivere e sopravvivere, non immagina nemmeno la fortuna che rappresenta: «I farmaci si devono tenere a bassa temperatura: se vivi per strada, o nei dormitori, come fai? Questa estate che c’erano 40 gradi, come faceva uno a prenderli? Oppure ogni giorno devi andare in Sala K».   BANALE DIRLO : ‘un frigorifero ti allunga la vita’, perché rappresenta quella normalità negata a tanti sieropositivi. Marco sa di essere fortunato «ma in casa non parlo della malattia, non ne parliamo. Nemmeno i miei genitori lo fanno. Mio figlio ha 25 anni, probabilmente lo sa da altri, ma non voglio dirglielo io: gli ho già rovinato la vita quando era piccolo, non voglio incasinargliela oggi. Certo vivi con loro, e anche se mi chiedono ovviamente conto degli esami che faccio, delle visite mediche, di Hiv non parliamo mai».   DEVE FARLO però quando va dai medici. «Dipende da chi hai davanti, se vai a fare una visita da uno specialista devi dirgli quello che hai, ma alcuni dottori appena sanno ti visitano a malapena, sono superficiali». E allora, si impara a mettere nelle caselle le persone che capiscono e quelle che in fretta, invece, si scrollano di dosso il problema. «Io lo posso dire, perché ho vissuto oltre 10 anni all’estero, in Asia, in un paese anglosassone. Qui da noi siamo indietro di 40 anni, là avevo problemi fisici ma ero trattato bene, come oggi accade qui al Sert. Ma se qui oggi è bianco, là era nero, non so come spiegarmi»: «A livello medico ti dicevano in faccia le cose come stavano, qui sei fortunato se trovi un medico che ti curi senza pregiudizi».   SONO PIù DI 20 anni che si parla di Aids, non è davvero cambiato nulla? «Ci vorranno generazioni per far capire che ad un malato di Aids puoi stringere la mano, puoi baciarlo». E intanto, Marco tiene in faccia quella maschera metaforica dietro cui si nasconde. «Vorrei togliermela, andare al Tg1 e dire alla gente cosa dovrebbe fare davanti ad un malato di Hiv. Se sapessi di poter cambiare qualcosa lo farei. Sono belle cose, teoria...L’Italia è lenta, qui si pensa solo che nel 2012 ci sarà la fine del mondo. Lo dicono: ma io chissà se ci sarò ancora». - Daniele Predieri

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