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«Il teatro è l’essenza della vita»


 FERRARA. Dopo un’ottima partenza “in musica” con Uomini in frac (oggi ultima replica), la stagione di Prosa del Teatro Comunale di Ferrara si appresta a vivere un’intensa settimana con due grandi registi: Robert Wilson e Peter Brook. Del “teatro di regia” ne abbiamo parlato con Fabio Mangolini, presidente della Fondazione Teatro, nonché attore e regista lui stesso.
 Arrivano Brook e Wilson. Che legami ha con loro?
 «Brook è un’rapporto parigino’ al quale mi sono aviccinato appena arrivato a Parigi quando vidi il Mahbarata alle Bouffes du Nord. Uno spettacolo fantastico. E’ un po’ la summa del teatro di Brook: il minimalismo della scena e una ricerca di verità profonda».
 Cosa vuol dire?
 «L’essenza dell’attore sulla scena, un’essenza della vita sulla scena. Questa è stata la grande lezione di Brook.
 A Ferrara sarà in programma “Warum Warum” (dal 13 al 15 novembre).
 «E’ un po’ l’essenza del teatro del ’900. E’ in tedesco ma sottotitolato ed è una composizione di testi di grandi del teatro mondiale di tutti i tempi: il giapponese Zeami, Artaud, Mejerchold, Gordon Greig. E’ un po’ un suo lascito».
 Uno spettacolo da non perdere?
 «Sì, perché Brook ha 83 anni, perciò vale proprio la pena. C’è Miriam Goldschmidt in scena da sola con un musicista, è musica dal vivo, ma ricerca sul suono e della parola. Come poi in tutti i suoi spettacoli».
 E Bob Wilson (il 18 novembre “L’ultimo nastro di Krapp” e dal 19 al 22 “Giorni Felici”)?
 «Nel centenario beckettiano arriva lui. La cosa interessante è vedere Wilson in scena in L’ultimo nastro di Krapp. E’ lui che recita, è una cosa rara...»
 E l’altro?
 «E’ con Adriana Asti e anche in questo caso è un po’ il ritorno di Wilson sulla scena e in questo caso riprende molti elementi da Einstein on the beach il lavoro su un certo tipo di gestualità un po’ distaccata. La cosa interessante di Wilson in questo spettacolo è il suo ruolo sul distacco tra parola e scena. La cosa curiosa di Wilson è che iniziò a lavorare in Texas in un centro per ragazzi autistici, quindi da li è nato il suo mondo distaccato da una realtà, ma contemporaneamente vi è immerso».
 Conosce bene Wilson?
 «E’ stato mio maestro, come anche Broook. Con Brook non ho mai lavorato ma è sempre stato un riferimento. Mentre con Wilson ho lavorato».
 Quando?
 «All’epoca della Donna del mare a Ferrara nell’88. Feci il suo assistente. Nel mio teatro si sono uniti i due. L’estrema essenzialità di Wilson e Brook. Il lato estetico di Wilson mi ha affascinato, e la verità profonda di Brook, quasi una spiritualità della scena».
 E “Giorni felici” con l’Asti?
 «Lo spettacolo fu fatto all’inizio in Francia e poi a Spoleto in italiano e lei si trova a suo agio. Quella di Ferrara è una delle poche date».
 Pensa che questi lavori siano di facile comprensione per il pubblico?
 «Secondo me si, la grandezza di Broook sta proprio nella sua universalità e sull’emozione. Wilson gioca più sulle immagini, un segno aperto sull’immaginario».
 Un teatro per giovani?
 «Sì, perché i giovani devono sapere cosa c’è, ma soprattutto un teatro per curiosi, per gente che abbia piacere nel sapere e nel divertirsi».
 Come lo spettacolo che ha aperto la stagione con Servillo. Molti giovani e molto entusiasmo?
 «E’ proprio la missione che ci stiamo dando come Teatro non solo verso i giovani, ma verso la città. Che cresca il senso della cultura attraverso la cittadinanza ma anche la cittadinanza attraverso la cultura. Fare parte di una comunità attraverso la cultura, in questo caso teatrale».
 Cosa dice dell’inizio della stagione di prosa con uno spettacolo di musica?
 «E’ una visione del teatro diversa dove musica, parola, gesto si uniscono. Questo è il teatro. Il teatro è la vita condensata. E proprio la grandezza di Brook e Wilson è un distillato di vita».
 Perciò anche le difficoltà della vita. Quali sono le sue come presidente?
 «Avendo lavorato molto all’estero, mi risulta impossibile non pensare alla programmazione se non nella misura dei tre anni. Da noi è impossibile. Non c’è sicurezza per difficoltà economiche legate al sistema nazionale».
 Non arrivano i famosi “fondi dello spettacolo” dal governo?
 «Abbiamo fatto la domanda dei fondi per il 2010, ma al Ministero stanno discutendo adesso per dare i fondi per il 2009. Siamo un Paese che da discredito alla sua cultura. Nel Pil è lo 0.24% per tutta la cultura. Mentre io penso che debba essere il volano».
 Cosa fare da Ferrara?
 «Dimostrare che possiamo mantenere un’eccellenza e tutti possono avere la capacità di creare e per questo occorre, non solo denaro, ma volontà di tutti. Senza lamentarsi. Gesti piccoli ma importanti, come l’apertura del teatro, hanno un grande significato».
 Quale?
 «Intanto l’orgoglio di avere un luogo di grande pregio in cui tutti possono venire, anche quelli che non vengono mai a teatro e poi in prospettiva è uno spazio aperto in cui ci si può incontrare. Solo con l’incontro, con il parlarsi, si può uscire dalle difficoltà».
 Teatro sempre in attività?
 «Si, teatro sempre in attività, come lo è, ma i cittadini hanno sempre l’idea di un teatro che funziona solo in alcune parti della giornata. Abbiamo un calendario vasto. Ad esempio il bar aperto è la possibilità di vedersi prima e dopo lo spettacolo, la possibilità di incontrare anche gli artisti».
 E i giovani?
 C’è un buco tra l’età della scuola dell’obbligo e quello dell’università, manca la fascia delle scuole superiori. Abbiamo già due convenzioni con il Liceo Carducci e il Liceo Ariosto ma l’importante è che si incentivino altre realtà. Penso che il teatro a Ferrara, ma non solo, possa essere il volano di un concetto di cittadinanza attraverso la cultura. Sentirsi parte di una comunità attraverso il teatro. Lo è sempre stato, ma nel ’900 ci si è allontanati, anche per colpa di testi criptici».
 Un ritorno alle origini?
 «Oggi abbiamo la possibilità di avvicinarci al pubblico. Poco tempo fa sono stato a Madrid, tutti i teatri ad inizio stagione sono pieni; stessa cosa a Parigi e Berlino e anche questi Paesi vivono la crisi. Allora vuol dire che c’è una grande volontà di stare assieme di partecipare collettivamente ad un evento. L’altra sera il pubblico ha cantato tutto assieme Volare al Comunale... prova se riesci a farlo al cinema».
- Fabio Ziosi

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