«Questi silenzi mi turbano»

La conversazione con Carlo Bassi è corroborante. Nel suo racconto vive la figura della memoria-ricostruzione, diversa dalla memoria-ripetizione: tanto questa è nostalgica e debilitante, quanto l'altra è attiva ed energica. Questo 'ragazzo" di 85 anni ci dona una lezione di alta professionalità, squisita saggezza e incoraggiamento all'innovazione ragionevole e gioiosa.
Non è facile sintetizzare la tua ricca biografia pubblica e professionale, ma ti chiedo di provarci.
«Sono ferrarese doc, nato in via Borgo di Sotto e battezzato in Santa Maria in Vado. Ho vissuto tutta la mia giovinezza in corso Porta Reno in una grande casa demolita per realizzare quel progetto demenziale chiamato ‘sventramento di San Romano'. Poi nel 1942 la prima emigrazione a Milano». Mi piace indugiare sugli anni '42 -'48 perché sono stati per me anni mirabili: la politica e la Resistenza, la letteratura, il giornalismo, il cinema, maestri e amici carissimi. Poi l'approdo definitivo a Milano, nel 1948, la laurea al Politecnico: architettura. Studio professionale con Goffredo Boschetti anche lui ferrarese di Bondeno, in via Borromei 11, nel cuore della Milano medioevale. Dal 1951 al 1959 sono anni incandescenti e di grande tensione: è il tempo nel quale realizziamo, dopo un concorso nazionale vinto (40 i partecipanti), il primo museo in Italia progettato secondo i canoni dell'architettura moderna: la Galleria d'Arte Moderna per la città di Torino. Poi con giovani colleghi freschi di laurea dieci anni dopo altri concorsi ci hanno visto protagonisti o per averli vinti (a Imola per la provincia di Bologna) o per segnalazioni importanti: a Trieste, a Trento, a Venezia, a Reggio Emilia. Negli anni precedenti il Concilio comincia il nostro impegno nella progettazione di edifici per il culto per la Diocesi di Milano: saranno almeno dieci le chiese realizzate nel territorio della diocesi più grande del mondo di cui due nel cuore di Milano. Intanto medaglia d'oro della giuria internazionale alla XIII Triennale di Milano, poi invito negli Stati Uniti e cittadinanza onoraria di Baltimora. Dal 1973 comincia il mio lento ritorno a Ferrara: il restauro di palazzo Magrini ora sede operativa della Cassa di Risparmio, il Tempio della Cremazione, la nuova Sagrestia della Cattedrale, sempre in collaborazione con giovani colleghi. Poi di nuovo la politica, la scoperta di Ferrara ‘luogo dell'anima', i libri, le prove letterarie e poetiche (premio Lerici-Pea) fra architettura e problemi esistenziali. Infine una chiesa in via Comacchio e un museo dedicato all'ultimo glaciale a Settepolesine. Cosi a 85 anni si chiude la mia vicenda umana e professionale. Da un museo a un museo con in mezzo alcune chiese importanti e la ‘scoperta' di Ferrara fra architettura, letteratura e poesia».
Ferrara è ancora bella? Ci sono brutture nuove e meno recenti che vorresti ricordare?
«Sono convinto che Ferrara è ancora bella. Il suo disegno è talmente forte che i luoghi di sofferenza non ne intaccano l'impianto e rivelano solo l'ignoranza e l'ignavia di chi quegli interventi ha realizzato. Capita che da una idea positiva: il ‘Volano fiume della città' come era intitolato un mio progetto fatto da assessore, nasca un disastro (Darsena city) e questo è irrimediabile e per di più condotto con protervia. Altri sfregi che possiamo definire ‘minori' rispetto alla dimensione abnorme di Darsena city sono da ricordare per la loro totale mancanza di immaginazione: piazzetta Sant'Anna (bastava schermarla all'imbocco di via Boldini e si otteneva uno spazio veramente pedonale e fruibile in modo straordinario); il nuovo accesso alla Cattedrale per disabili (vorrei sentire il pensiero di chi è costretto ad usare la carrozzella e vuole entrare in Duomo); l'abbandono allo sfacelo del palazzo degli Specchi e adiacenze; la permanente mancanza di manutenzione della pavimentazione di tutta l'area centrale della città da piazza Trento Trieste a Largo Castello in attesa che si possa realizzare la ‘trovata' di eliminare il ‘Listone'; senza citare la decadenza manutentiva ormai decennale di strade importanti come via Terranuova; infine l'incredibile decisione di rinnovare a quel modo l'illuminazione di Piazza Trento Trieste: ‘requiem per una piazza' mi è accaduto di scrivere; ma la Soprintendenza non ha occhi per vedere? Credo che potremmo continuare. Sulla esteticità del nostro territorio, come si sa, ho scritto libri approdando a scoperte accolte all'inizio con qualche sorriso ma che stanno ormai intrigando studiosi di ‘storia della città' come Marco Folin il quale, recentemente, ha scoperto documenti importanti proprio su questi problemi. Documenti che Gianluigi Magoni sta elaborando con la consueta acribia».
Come ti sembra la vita pubblica della città: vivace, conformista, attiva, passiva? Che opinioni hai sulla funzione civile degli intellettuali e della cultura in generale? E oggi, su questo piano, Ferrara è messa meglio o peggio rispetto ad un passato recente?
«Non saprei proprio come definire la vita pubblica di Ferrara: sto a Milano e non ne vivo la quotidianità. Per quello che posso capire, sul problema della condizione della cultura sono perfettamente d'accordo con quanto hanno affermato Gianni Venturi e Piero Stefani. Mi turba molto il silenzio degli intellettuali: associazioni che volevano essere di punta come ‘Il pane e le rose' hanno la voce spenta. Ci sono attività di associazioni positive e meritorie: il Garden Club, gli Amici dei Musei, Ferrariae Decus, il FAI, gli Amici della Biblioteca Ariostea solo per citare le più presenti, ma sono voci...silenziose nel complesso rumorosissimo silenzio. Credo che per dare una immagine quasi visiva della deriva della cultura a Ferrara basti introdurre il parallelismo di alcune vicende: la chiusura dell'Istituto Gramsci da una parte (anche se si è recentemente ricostituito per tentare un nuovo dialogo con la città) e quella di Casa Cini dall'altra; il mancato invito dell'Istituto di Studi Rinascimentali alle celebrazioni di Borso e alla mostra (modesta) che ne è seguita e l'assenza della facoltà di Architettura al festival dedicato alla città e al territorio. Con questo mi pare di avere dato una immagine emblematica alla tua domanda, Sono state fatte operazioni importanti nella attività di recupero di edifici monumentali valga per tutti il tempio di San Cristoforo alla Certosa, anche tutto questo è cultura, ma qui il Comune era al traino della Fondazione Cassa di Risparmio, vediamo il Castello e annessi ampliamente recuperati a opera della Amministrazione Provinciale, vediamo alcuni palazzi: Bevilacqua, Tassoni, la ex-chiesa di Santa Maria delle Grazie, brillantemente rimessi in circolo dall'Università, ma il completamento del restauro e del recupero del complesso di San Paolo dove il Comune opera in prima persona, langue da anni mentre si spendono molte migliaia di Euro per la ‘prova generale' di un'opera di Ronconi da mandare in scena a Milano. Mi dirai: questa non è cultura? Certo, ma esistono delle priorità e l'evento dovrebbe inserirsi in un disegno e in un programma».
Avresti qualche consiglio da dare a chi amministra? Per quale visione di città vorresti che si impegnasse il futuro sindaco? Hai qualche idea su come riutilizzare l'area attualmente occupata dall'Arcispedale Sant'Anna?
«Credo che non sia mio compito dare consigli al futuro sindaco. Posso dire: faccia tesoro delle considerazioni che emergono da queste interviste e si adoperi a dare alla città e al suo avvenire un progetto credibile e si dedichi a realizzarlo impegnandosi quotidianamente e di persona. Sulle dismissioni nell'area attualmente occupata dal complesso dell'ospedale Sant'Anna ho un consiglio da dare. Mi sono occupato in anni lontani di edilizia ospedaliera e ho anche organizzato un libro pubblicato da Hoepli dedicato ad esempi significativi di questa tipologia di tutto il mondo con un lungo testo introduttivo ‘L'ospedale verso gli anni Novanta'. Da questo lavoro ho ricavato un insegnamento e una convinzione. Vanno bene i complessi ospedalieri collocati ai limiti della città ai fini delle loro necessità operative e dei loro inevitabili sviluppi futuri, ma nel cuore dei centri urbani devono essere attrezzati degli organismi di pronto soccorso attrezzatissimi in funzione delle emergenze quotidiane. Se si pensa che un infarto può essere risolto nel 90% dei casi in modo positivo solo se si interviene al massimo entro un'ora, ci rendiamo conto di come questi presidi dentro la città siano fondamentali: quindi le dismissioni devono tenere conto di questa necessità autorevolmente confermata anche in questi giorni. D'altra parte il luogo è già vocato a questo quindi ritengo che il problema di un presidio puntuale altamente specializzato per interventi di grande urgenza nell'attuale area dell'ospedale debba essere tenuto in seria considerazione».
C'è qualche figura particolare della vita pubblica e culturale della città che vorresti ricordare?
«Vorrei ricordare tanti amici carissimi da Vittorio Passerini a don Franco Patrono, e poi Claudio Varese maestro e amico indimenticabile mio e di chi lavorava con me a ‘Incontro' e a ‘Quaderno'. Vorrei aggiungere due nomi, quello di Renato Sitti storico del Fascismo e figura di spicco dell'assessorato alla cultura di molte legislature, alla cui memoria mi lega un sentimento forte di riconoscenza affettuosa per l'amicizia esclusiva che ebbe a riservarmi (fino a scrivere un libro assieme) pure nella differenza (allora era dura opposizione) delle nostre collocazioni politiche. L'altro è quello di monsignor Giulio Zerbini vicario generale della Diocesi con diversi Pastori. Figura illuminata da una grande cultura e da una grande umanità. Ebbe a ‘scegliermi', chiamandomi da Milano, quando decise, con un atto di forte determinazione, che dovevo essere protagonista con lui della pubblicazione del ‘Libro Bianco' per porre fine autorevolmente alle umiliazioni della burocrazia romana a proposito della definizione progettuale dell'area absidale della Cattedrale bombardata nel 1944. A lui e a don Franco suo allievo prediletto e mio amico del cuore è dedicata, nel mio spirito, l'immagine della Madonna di Piazza collocata recentemente su una parete che fu squarciata dalle bombe nell'area già occupata dalla antica Sagrestia settecentesca. La lapide che affianca la immagine ricorda, finalmente, più di sessant'anni dopo, gli oltre mille cittadini inermi caduti sotto le bombe ‘amiche' nei mesi tragici che hanno preceduto la fine della seconda guerra mondiale».
In riferimento ad un periodo, ormai lontano, hai parlato di anni mirabili per la politica. Puoi dire la stessa cosa di questi anni?
«Quando parlo degli anni 1942 - 1948 e li definisco ‘anni mirabili' faccio riferimento al mio privato sentire, alle mie emozioni, a quello che mi resta dei ricordi. E il periodo lo divido cosi: dal '42 al '45 sono gli anni conclusivi della guerra nei nostri luoghi con la comparsa della Resistenza e i suoi primi caduti e quindi l'affacciarsi sentimentalmente forte dell'impegno politico. Dal 1945 al 1948 sono invece gli anni in cui sbocciano i cento fiori, nella politica, nella cultura: la vita di ciascuno di noi pareva avere in sè la forza dello ‘stato nascente'. Un abisso di differenza rispetto ad oggi, un altro mondo esistenziale e psicologico. Sono periodi, quello e oggi, che non hanno possibilità di comparazione perché i parametri propri della nostra vita ma anche quelli politici e sociali sono totalmente altri».
Tuttavia però un confronto rispetto all'agire penso si possa fare: come ci si muoveva allora? come ci muoviamo, e come dovremmo muoverci oggi?
«Sono stato in amicizia affettuosa, per circostanze varie, negli ultimi anni della sua vita, con Spero Ghedini il sindaco comunista che ha avviato la ricostruzione della città negli anni Cinquanta. Al di là delle sue durezze e dell'assoluto rigore del militante (purtroppo a lui è da imputare l'autorizzazione alla costruzione dei 'grattacieli" e il proseguimento dei lavori del famigerato ‘sventramento di San Romano': ma per lui quella era la modernità!), mi è sembrato di cogliere nell'animo di quest'uomo che guardava alla sua vita passata e la vedeva rispecchiata nel riscatto delle condizioni di vita dei contadini, un'ansia, una passione, una tensione che erano il suo stesso DNA e, in quanto tale, condizionava e guidava la sua azione politica. Analogo sentire mi trasmetteva la figura amica di Silvano Balboni altro grande nome di quegli anni, stretto collaboratore di Aldo Capitini (fondatore del Movimento nonviolento). Colpiva il suo pudore intellettuale, i modi del suo pensare e del suo rapportarsi con il mondo e le cose, il suo fare straordinario, il suo rigore morale e politico. Cosi ci si muoveva allora, queste le condizioni dell'essere e del fare, ed è ripensando a queste circostanze, a queste esperienze, a queste amicizie che mi fanno capire come quegli anni siano stati'mirabili'. E non solo per me. Finita la ‘passione' dei Padri, arrivati ai nostri anni, noi avremmo dovuto mettere in campo, per operare con coerenza e in continuità con quell'agire, con quel muoverci, pure in un mondo totalmente altro, un ‘lucido furore' progettuale, una dedizione mirata al futuro della città e dei suoi cittadini tale da fare diventare l'utopia 'sostanza di cose sperate". Si è ritenuta più comoda la routine, cioè la gestione quotidiana delle cose: non era il caso di esagerare! Si è praticamente scelto il vuoto. Questo avviene a Ferrara, microcosmo singolare del popolo della sinistra italiana secondo un osservatore come sono io che vive e lavora a Milano e che guarda da lontano, con passione di figlio, come la città viva e operi nel suo quotidiano. Nel vuoto che si è aperto dietro l'assenza di progettualità e di rigore, vuoto che aspettava solo di essere in qualche modo riempito, si sono inseriti poteri che abbiamo chiamato 'poteri forti" con i loro progetti, la loro ideologia, la loro protervia, e sono comparsi, ed era inevitabile, i primi segnali di deriva politica che non sono stati efficacemente contrastati. Ciò ha eroso la compattezza di base dell'elettorato e i cedimenti sono visibili da chi ha la capacità di vedere: cedimenti fatti anche solo di disimpegno, di assenze, di silenzio, come ho già rilevato, ma nella realtà significativi e pericolosi. E' in questo periglioso passaggio che il PD è chiamato ad una sua riaffermata presenza, ad una sua determinazione operativa incisiva per mettere in campo la capacità di contrastare i poteri che attentano alla vita democratica e che, stando cosi le cose, saranno sempre più forti. Dicendo ciò non voglio né banalizzare, né semplificare il difficile compito».