Luciano Chiappini, un patriarca dalla vera coscienza cattolica


Luciano Chiappini era un patriarca? Sicuramente non lo era secondo l'accezione classica del termine, mentre lo era pienamente secondo un significato moderno che sostituisce la parola autorevolezza ad autorità. In questo senso Chiappini era un patriarca, cioè una persona riconosciuta autorevole nei diversi ambiti in cui agiva: nell'ambito familiare, in quello didattico, in quello culturale, in quello politico, in quello ecclesiale e in quello sociale in senso lato. Difatti, alla sua morte, avvenuta il 20 agosto del 2002, molti ferraresi, e non solo, si dolsero della grave perdita e, primi fra tutti, ne soffersero profondamente i componenti la sua grande famiglia, una trentina di persone.
Giovane, si era sposato con la concittadina Franca Venturini e, dalla loro unione, erano nate cinque bambine, in scala d'età.
Lui, a differenza di molti uomini di allora (anni Cinquanta) che agognavano almeno un figlio maschio, ne fu felice perché la sua formazione cattolica lo apriva all'accoglienza della prole quale essa fosse. Invece, nella cultura del tempo, la nascita di solo figlie femmine era considerata una sfortuna. In certi ambienti, se ne «incolpava» addirittura la madre, forse perché la genetica non aveva ancora scoperto che il sesso di ogni individuo è determinato dal padre. O, più realisticamente, perché alle madri è sempre stata attribuita la colpa di tutto ciò che nei figli non era apprezzabile. Luciano Chiappini portava, invece, grande rispetto alla propria famiglia tutta femminile. Riconosceva alla moglie importanti meriti nella formazione umana e civica di lui stesso e soprattutto in quella delle cinque figlie. In verità, egli stava spesso fuori casa a causa dei molti impegni culturali, politici, ecclesiali, lavorativi. Tuttavia non si negava mai alle richieste delle sue care donne, tanto che la sua straordinaria disponibilità all'ascolto e al dialogo ne aveva fatto, in modo naturale, un patriarca democratico.
Un patriarca che divenne sempre più «istituzionalizzato» col trascorrere dei decenni, quando la famiglia mononucleare incominciò, via via, a trasformarsi in famiglia allargata. La quale andava concretizzando, forse, il suo sogno segreto che diveniva palese man mano che cedeva un quartierino della sua casa (un palazzo avito nel centro storico di Ferrara) ad ogni figlia allorché si sposava. E poiché Tutte e Cinque, di volta in volta, convolarono a nozze, Luciano Chiappini arrivò a godere, negli ultimi anni della sua vita, dell'affetto di ben trenta parenti, tra moglie, figlie, generi, nipoti e pronipoti. Un affetto che gli fu di ineguagliabile conforto, specie durante la malattia che lo incamminava verso la morte. La testimonianze iconografiche di questo tipo di vita familiare, ormai desueto anche tra persone che dispongono di una grande casa di proprietà, sono raccolte in alcuni album, curati da lui stesso nell'ultimo tempo della sua esistenza. Documenti privatissimi di cui, ora, è custode la moglie. Manca invece un archivio ordinato delle carte, numerose e importanti, perché Chiappini, come sottolinea la figlia Alessandra, non aveva il culto della personalità. Portava in sé un pudore antico in un'epoca in cui la visibilità individuale è tanto ambita: da politici, da intellettuali, e da tutti coloro che aspirano a qualche posto nell'universo delle cosiddette persone importanti. La moderazione era una delle tante caratteristiche che Chiappini condivideva con la moglie, la quale ha svolto in ambito quasi esclusivamente privato la sua attività artistica di scultrice e pittrice. Ed in privato, da mater familias cattolica, ha supportato il marito, cattolicissimo ma mai bigotto, a sostenere pubblicamente i principi della laicità dello Stato democratico. Infatti, negli anni Settanta, pur essendo egli un democristiano militante, si pronunciò a favore della non cancellazione della legge sul divorzio, in contrasto con molti cattolici integralisti che ne avevano chiesto l'abrogazione attraverso referendum popolare. E, in seguito, non si schierò nemmeno contro la legge riguardante l'interruzione volontaria della gravidanza, bensi ne condivise il principio democratico su cui poggiava. Adduceva che la vera coscienza cattolica non ha bisogno di divieti legislativi per evitare di percorrere certe strade perché essa vive il matrimonio come sacramento e accoglie ogni nuova vita quale dono divino. Tuttavia, i dogmi religiosi non possono essere imposti alle norme dello Stato democratico, il quale comprende la comunità di tutti i cittadini, la civitas, portatrice dei diritti sanciti dalla Costituzione repubblicana. I risultati di quel referendum abrogativo confermarono i principi della laicità legislativa, poi riconfermata dalla Corte costituzionale quando vari politici cattolici l'indussero a pronunciarsi sulla presunta incostituzionalità della cosiddetta legge 194, ovvero sull'aborto volontario.
Luciano Chiappini, figlio di un medico e di un'agiata signora, era nato a Ferrara il 6 febbraio 1922. E nella città natale ha trascorso tutta la vita da uomo molto impegnato (engagé è troppo di sartriano). Negli studi non aveva seguito le orme del padre, ma si era laureato in lettere moderne presso l'università di Bologna, quando le istituzioni accademiche funzionavano in modo anomalo a causa della guerra.
Si sposò pochi anni dopo la fine del conflitto ed inizialmente si occupò di terreni agricoli che la sua famiglia possedeva nelle Marche.» (v. Carlo Pagnoni, in Festschriften, ovvero Studi per Luciano Chiappini; AAVV; liberty house; Ferrara 2003; pp. 227; pubblicato per iniziativa della Ferrariae Decus). Tuttavia, nel 1949, Chiappini si dedicò anche all'insegnamento come supplente presso il liceo classico Ludovico Ariosto di Ferrara; ma terminato quell'incarico, lascerà la scuola. Vi ritornerà dopo quindici anni, nel '65. Sarà docente di materie letterarie presso l'istituto agrario professionale Fratelli Navarra dove resterà fino alll'85, anno del pensionamento. Non chiese mai trasferimento perché al Navarra, come affermarono i suoi colleghi nel giorno della sua commemorazione, egli aveva individuato la possibilità di scendere dai cieli delle ordinanze ministeriali alle piccole tappe del cammino quotidiano. Si era assunto la cura della biblioteca d'istituto rendendola aggiornata ed efficiente e, nel 1971, aveva condotto un'inchiesta sulle aspirazioni, le tendenze, il comportamento dei giovani. Organizzatore insuperabile di «gite» scolastiche come occasioni d'incontri culturali in luoghi esterni alla scuola, per converso invitava personalità estranee alla scuola ad entrarvi per portare contributi su argomenti extracurriculari. Fortemente impegnato nel dialogo educativo con gli studenti, manteneva rapporti dialogici anche con i loro genitori, quasi tutti braccianti o coltivatori diretti. Dava e riceveva stima e affetto perché non perdeva mai di vista le persone reali, con i loro pregi e con le loro manchevolezze, secondo metodi didattici improntati alla comprensione, al rispetto e anche al buon senso quotidiano.
Nel dicembre del 2003, ad un anno dalla morte di Luciano Chiappini, l'istituto Navarra (ora tecnico) e la Fondazione Gustavo e Severino Navarra hanno organizzato un convegno sulla sua figura d'insegnante e di intellettuale militante. Oltre alla Dirigente scolastica, ai docenti, ad ex alunni, al Sindaco di Ferrara, al Presidente della Fondazione Carife vi hanno apportato ricchi contributi alcuni intellettuali ferraresi, laici e cattolici. Contributi poi pubblicati in un volume intitolato: Luciano Chiappini amico e concittadino (ed. Malborghetto di Boara, Ferrara; M.C. M. Service; dic. 2004; pp. 110). Tra questi, tutti importanti, quello di Alessandro Roveri ne tratteggia la figura (secondo me) in modo molto efficace. Infatti, cosi dice: «Ho sempre visto in Luciano Chiappini un'affinità tra lui e i grandi spiriti cristiani del 1500, i cattolici umanisti Erasmo da Rotterdam, Tommaso Moro...». E anche con quelli del nostro tempo come lo scomparso Dossetti e il cardinale Martini. Ma anche un rigore morale che richiama il miglior calvinismo. E una «fonte di self-control di quello stile tipicamente anglosassone che va sotto l'intraducibile nome di understatement». Chiappini si manteneva persona umile nell'autentico senso cristiano del termine, pur avendo ricevuto riconoscimenti e lodi perfino dal medievista Ernesto Sestàn. Era un cattolico alla don Milani della scuola di Barbiana, un cattolico della Pacem in terris di Giovanni XXIII. Ma, purtroppo, non fu sempre compreso e, men che mai, amato dai cattolici più codini e reazionari. «Non gli si è perdonata la sua presenza costante alle riunioni del comitato Prodi di Ferrara, la sua professione di fede democratica e costituzionale». Franco Cazzola ricorda invece gli incontri, fecondi di idee e di fermenti, avvenuti al Centro Studi Charles de Foucauld, fondato da Chiappini stesso e con sede nella sua stessa casa: «Si parlava delle grandi questioni sollevate dalla Pacem in terris e altre encicliche anche di Paolo VI, lette e discusse da individui appartenenti a mondi politici allora fortemente opposti». Fu quindi Luciano Chiappini a offrire, per primo, alla città «questi incontri, il primo segno di disgelo: il segno che era possibile e necessario parlarsi». Il Centro pubblicava anche un bollettino Riflessioni, i cui numeri, forse, sono oggi dispersi tra le carte non ordinate di casa Chiappini. Ma che sarebbe bene riordinare anche perché in esse, probabilmente, si trovano molte radici delle trasformazioni politiche in atto nei nostri giorni. Cazzola sottolinea l'importanza degli studi storici dedicati alla città di Ferrara nonché l'impegno nella Deputazione di storia patria di cui, oggi, egli è presidente, succeduto al Nostro quando lasciò quell'incarico. Ma è Aldo Ferraro che, nell'ambito del suddetto convegno, incentra il proprio intervento solo sulla storia e sull'attività del Centro Studi Charles de Foucauld. Egli menziona, tra l'altro, i dialoghi che giunsero a distinguere l'anticonformismo cattolico di maniera, non sorretto da profonde meditazioni personali, dall'obbedienza che nasce da dentro. Difatti, nel secondo numero ciclostilato di Riflessioni, Chiappini cosi scriveva: «... vogliamo ricordare a noi stessi e a quanti ritengono (o s'illudono) di far parte delle cosiddette avanguardie cattoliche, che è puro vaneggiamento quello di asserire posizioni di anticonformismo, di rinnovamento, di critica, quando non siano sorretti da una forte tempra morale, da una salda fede, da una preparazione scritturale e teologica, da una cultura fatta di maturazione personale e di approfondite meditazioni». Inoltre, ricorda la meditazione su Gesù il cui sguardo «non era rivolto al peccato, ma al dolore degli altri e che il peccato per il Signore era soprattutto il rifiuto di partecipare al dolore ed alle sofferenze degli altri. Dolore diverso dalla piagnucolisità o da un infelice culto della sofferenza.».

Bruna Bignozzi