I giornali ferraresi nel periodo fascista


FERRARA. Se ci si azzarderà a chiedere a chiunque mastichi un po' della storia cosiddetta «contemporanea» - che oramai noi, da cinque anni nel nuovo millennio, chiamiamo «Novecento» -, cosa conosca della stampa ferrarese durante il periodo fascista, otterremo, senza ombra di dubbio, quasi all'unanimità la stessa risposta: «Ah, come no, il Corriere Padano!». In effetti, se il fascismo ferrarese resta ancora ai nostri giorni indissolubilmente legato alla figura di Italo Balbo, la stampa è influenzata dalla imponente presenza di questo giornale, voluto dallo stesso ras.
Considerare il Corriere Padano come vero ed unico foglio ferrarese del regime non è un marchiano errore di tipo storico, è una convinzione che ha delle attenuanti, perché il foglio del ras di Quartesana piano piano soppresse un po' tutti i più importanti giornali estensi, complice anche una redazione diretta da uno dei più bravi giornalisti dell'epoca, Nello Quilici. Alla sua nascita, nel 1925, il Padano trovò la strada «spianata» soprattutto da due quotidiani già nati nell'Ottocento, e che avevano fino a quel momento lavorato, neanche tanto nell'ombra, per favorire l'ascesa del fascismo, movimento «paladino» della giustizia nella lotta al socialismo: la Gazzetta Ferrarese, di chiara estrazione liberale, e La Domenica dell'Operaio, foglio cattolico. La Gazzetta, già nata nel 1848 (e colpevolmente, secondo il sottoscritto, ignorata dagli studiosi di storia del giornalismo in ambito nazionale), «esausta» dei «governi» socialisti che aveva visto «passare» a Ferrara durante la sua onorevole e lunga «vita», fu probabilmente il primo periodico della città ad ospitare in redazione giornalisti appartenenti al neonato movimento fascista.
Nell'ottobre 1920, in particolare, un duro attacco alla «corsa pazza al suicidio» causata dal socialismo segnava il totale allineamento del giornale al nuovo movimento, auspicando l'arrivo di quell'uomo che avrebbe totalmente mutato la situazione.
La Domenica dell'Operaio, invece, presente a Ferrara a partire dal 1895, fu uno dei più importanti giornali di estrazione cattolica della città. La maggior parte degli storici oltre ad attribuire ad esso grande lucidità e fermezza nella sua connotazione ideologica, è concorde nell'affermare che questo giornale fu ben presto l'emblema del «catto - fascismo». Fu quest'ultimo un movimento di ferventi cattolici che dapprima «ammorbidirono» le loro visioni verso il fascismo, poi vi aderirono fino ad allinearvisi totalmente. I giornalisti ed i lettori de La Domenica non si trovarono mai in sintonia con le posizioni «sturziane» del Partito Popolare, anzi, in occasione della riapertura del caso riguardante l'omicidio di don Minzoni, nel 1924, il foglio polemizzò con Il Popolo di Donati, il quale attaccava ferocemente i fascisti rei della morte dell'arciprete di Argenta.
La Domenica dell'Operaio intervenne, difendendo i fascisti, che stavano spazzando via l'ideologia socialista dalla Nazione. Il panorama della stampa ferrarese però non si limitava a questi due giornali - ovviamente tralasciando il Corriere Padano -; si, perché Ferrara fu sempre una città molto attiva dal punto di vista della stampa. In sostanza, ogni movimento in questa città - politico o meno -, si trovò a creare un proprio periodico, avendo probabilmente compreso che il consenso a mezzo stampa è da sempre un elemento importantissimo. Ed un giornale poteva anche trasformarsi in uno strumento di disputa tra due movimenti, anzi, tra due correnti figlie dello stesso padre. Come in una famiglia i fratelli litigano per diversità di visioni, nei primi anni Venti a Ferrara si creò una spaccatura all'interno del movimento fascista. Dai fascisti «tradizionali», esponenti di quel movimento «barricadero e squadrista» - due parole tanto care allo stesso Balbo - si erano staccati i cosiddetti «dissidenti». Questi ultimi ritenevano che il vero movimento fascista fosse quello creato da Mussolini nel 1919 in piazza San Sepolcro a Milano, in cui il duce - i suoi seguaci già lo chiamavano cosi - espose un programma più di sinistra che di destra, più vicino al socialismo, e per questo ritenuto una sua valida alternativa. Peccando quindi probabilmente di ingenuità, i «dissidenti», capeggiati da Barbato Gattelli, fascista della prima ora, acquisirono la testata de La Provincia di Ferrara, quotidiano che, dalla nascita, - avvenuta nel 1903 -, si occupava di contadini, braccianti e lavoratori della provincia. Ma il fascismo si stava trasformando in partito - siamo nel 1921 -, e per «finanziare» scorribande ed attività di tipo politico Balbo aveva bisogno dell'Agraria ferrarese, ossia dei datori di lavoro, non dei lavoratori. Non avendo compreso questa «sottile» differenza di intenti, i «dissidenti» dovettero farsi da parte. Ci riprovarono l'anno seguente, nel 1922, fondando L'Idea Fascista, ma quello fu l'anno della Marcia su Roma, e Mussolini non poteva permettere che si creassero fratture in un partito che si apprestava a governare l'Italia. D'altronde, dal 1921, il fascismo aveva già la sua rivista ufficiale: era il Balilla, settimanale della Federazione Ferrarese del PNF. Da vero periodico «battagliero», il Balilla condusse diverse lotte, fra cui, giusto ricordarlo, quella che per la prima volta mise contro Balbo e Mussolini, quando il futuro duce intendeva stipulare un patto di pacificazione con i socialisti.
In quell'occasione - era proprio il 1921 -, Balbo defini il patto «una abdicazione e un rinnegamento della propria virtù rinnovatrice» che il fascismo italiano aveva compiuto. Questi periodici, oltre a quelli che, per ovvie questioni di spazio, non possiamo citare, scomparvero soprattutto dopo il 1928, anno della cosiddetta normalizzazione della stampa- che a livello nazionale si chiamava fascistizzazione-, operata da Nello Quilici. In sostanza, il totale allineamento al fascismo del «costume di scrivere». E scomparvero anche per il «bene» di quel quotidiano che, nel secondo dopoguerra, divenne fonte di studio per storici, ricercatori, studenti innamorati o semplicemente interessati a Ferrara: appunto, il Corriere Padano.
*Collaboratore dell'Istituto di Storia Contemporanea

Matteo Segala*