7 ottobre 1884: l'uccisione degli esploratori Bianchi e Monari


Gustavo Bianchi e Gherardo Monari, il terzo con loro era Cesare Diana di Novara: non possono essere dimenticati anche se sono trascorsi 120 anni da quando il 7 ottobre 1884 vennero trafitti dalle lance dei danakili, nella inesplorata Dancalia, ove nel porticciolo di Assab erano sbarcati il 16 maggio 1883 i primi militari italiani.
Dopo quasi quattro secoli da quando Cristoforo Colombo aveva dirottato traffici e conquiste verso il Nuovo Mondo, con l'apertura del Canale di Suez nel 1869 - già preconizzato dal trentino Luigi Negrelli il cui busto può vedersi nella stazione ferroviaria di Trento a fronte del monumento sul colle a Cesare Battisti - la via delle Indie lungo il Mar Rosso risultò più breve per le potenze occidentali che già controllavano vasti possedimenti orientali.
Mentre la Francia occupa l'Algeria nel 1830 ed inizia la penetrazione in Marocco, l'Inghilterra già padrona di Gibilterra e Malta nel 1882 s'installa da sola in Egitto stante il 'gran rifiuto" dell'Italia a partecipare all'occupazione.
L'opinione pubblica era contraria all'intervento armato nonostante che Marco Minghetti, Sidney Sonnino e Francesco Crispi insistessero in Parlamento che si doveva accettare senza esitazione, che sarebbe stata la più bella rivincita contro la Francia che dopo averci strappato la Tunisia combatteva la nostra influenza in Tripolitania.
Come spesso accade l'iniziativa privata vince sulle remore del governo ed il prof. Giuseppe Sapeto per conto della Società Navigazione Rubattino acquista dal sultano locale nel 1870 il piccolo porticciolo di Assab sulla costa sud-occidentale del Mar Rosso che la Turchia aveva ceduto all'Egitto.
Avverso la riluttanza governativa ad imbarcarsi in imprese dispendiose ed arrischiate, la Società d'Esplorazione Commerciale di Milano si adopera tra i suoi ammiratori per trovare il capitano di una spedizione che esplorasse commercialmente l'Etiopia e fu cosi che il ferrarese Gustavo Bianchi, che quale sottotenente aveva partecipato alla guerra d'Indipendenza del 1865, all'età di 35 anni abbondona la provincia per recarsi a Milano attratto dalle spedizioni africane allora al massimo fervore.
Presentato dal deputato argentano Giovanni Gattelli - cui dall'Abissina scriverà lunghe lettere oggi conservate alla Biblioteca Comunale - Gustavo Bianchi il 23 novembre 1878 salpa da Napoli con la spedizione di Pellegrino Matteucci che si proponeva di esplorare commercialmente la regione dello Scisa, soggetta a re Menelik. Allorché la spedizione tornerà in Italia, il Bianchi rimarrà solo a Gondar capitale dell'Amhara ospite dell'imperatore Johannes. Per il capodanno 1880 nella stazione geografica di Let Marfià incontra Orazio Antinori, Sebastiano Martini ed il conte Antonelli, ma il Bianchi prosegue per la regione dei Galla studiandone usi e costumi pubblicando al ritorno il libro 'Alla Terra dei Galla".
Qui apprese le tristi notizie di Cecchi e Chiarini che spintisi più a sud nel regno di Gherà erano stati fatti prigionieri dalla feroce regina, da solo in quella sperduta regione riesce a salvare il Chiarini ma non il Cecchi stroncato dai patimenti e da un probabile avvelenamento.
Rientrato in Italia dopo due anni di permanenza, Re Umberto lo nomina Cavaliere e la Società Milanese d'Esplorazione aderisce al suo desiderio di aprire una via carovaniera che potesse convogliare verso il porto italiano di Assab le ricche merci dell'Etiopia centrale: oro, argento, avorio, pelli e caffè.
Pur rattristato dal massacro della spedizione Giulietti avvenuto in Dancalia nel maggio 1881, Gustavo Bianchi salpa da Napoli nel gennaio 1883 col pirascafo 'China" della Società Rubattino e con lui sono Gherardo Monari di Cento che aveva conseguito a Venezia la patente di capitano marittimo e Cesare Diana di Novara che all'amministrazione del patrimonio paterno preferisce il viaggio in Africa contribuendo con 15.000 lire allorché il Governo si limita a sole 20.000 lire: con loro viaggia l'ingegnere conte Augusto Salimbeni di Modena che avrebbe dovuto costruire un ponte per conto del Re del Goggiam che aveva aiutato Bianchi nella liberazione del capitano Cecchi.
Alla fine del Mar Rosso ove trovasi l'ampia rada di Assab ormai italiana, Gustavo Bianchi si sofferma tre giorni in vista dell'apertura della via carovaniera che intendeva aprire dall'altopiano etiopico del Tigrai - tra Adua e Macallè - verso Assab scopo del suo viaggio, quindi sbarca a Massaua tra le salve dei cannoni egiziani avendo l'Impero turco concesso quella regione all'Egitto suo vassallo.
Per le solite interminabili difficoltà frapposte dai vari governatori, gli italiani giungono a Samara residenza del re dei re, l'imperatore Johannes, solo nel maggio 1883 e con la consegna del Gran Cordone della Corona d'Italia si pongono le basi per il trattato d'amicizia e di commercio: ora Gustavo Bianchi pensa alla sua esplorazione del Piano del Sale, in Dancalia, da Socota alta 2250 metri ad Assab sul mare che tanto gli stava a cuore, viaggio cui l'Imperatore dà pieno appoggio.
Senonché il 3 giugno 1884 Johannes conclude ad Adua con l'ammiraglio inglese Hewett un trattato con l'Egitto, in base al quale il Chedivé ottenneva libertà di transito dal porto di Massaua da e per l'Abissinia per tutte le mercanzie, comprese armi e munizioni: concessione vantaggiosissima per l'Abissinia che da secoli anelava lo sbocco al mare, ma in danno di Gustavo Bianchi che dall'altopiano etiopico si accingeva a discendere nella depressione dancala ed aprire la caravaniera per Assab già concertata con l'Imperatore che ora l'abbandona perché la via di penetrazione italiana avrebbe potuto un giorno minacciare l'Abissinia.
Bianchi intuisce questo radicale cambiamento, il trattato inglese ha inferto un grave colpo alla strada italiana per Assab ma non si dà per vinto: se il Negus soddisfatto di Massaua non aveva più interesse ad aprire la strada per Assab non cosi la pensava Bianchi spinto dal desiderio di percorrere e studiare per primo una via attraverso un paese del tutto sconosciuto.
Senonché l'insistenza con cui Bianchi aveva domandato notizie del massacro della spedizione Giulietti, aveva fatto credere agli indigeni - presso i quali la vendetta del sangue è sacra - ch'egli fosse venuto per vendicare i caduti e cosi avvenne che nella Piana del Sale a poca distanza dal luogo ove nel maggio '81 era stata massacrata la spedizione Giulietti di 14 italiani, Gustavo Bianchi di Ferrara, Gherardo Monari di Cento e Cesare Diana di Novara furono trafitti dalle lance dei danakili come leggesi nella lapide murata in piazza Savonarola: era il 7 ottobre 1884.
Il loro sacrificio non fu vano: quattro mesi dopo le truppe italiane sbarcarono a Massaua dando inizio alla nostra prima colonia: l'Eritrea. L'aspirazione del Negus di potersi impadronire del porto di Massaua con lo sbocco al mare falli come gli accordi del trattato inglese Hewett, l'Italia finalmente bloccò la tratta degli schiavi per l'Arabia, lo Yemen, la Persia e la Siria: va ricordato ai facili detrattori della politca coloniale italiana che Menelik morto nel 1913 in una razzia nel sud-ovest etiopico riportò personalmente 1800 schiavi che costituivano solo un decimo del bottino totale. Furono gli italiani a troncare questa barbarie!
*presidente del Comitato di Ferrara dell'Istituto per la Storia del Risorgimento

Ugo Veronesi*