I granai voluti dal duca Ercole diventano Pia Casa di Ricovero


FERRARA.L'attuale Centro Servizi alla persona di via Ripagrande, già Pia casa di ricovero sorge su di un'area estremamente stratificata e ricca di storia. L'aspetto attuale, dall'apparenza unitaria, è in realtà il frutto dell'aggregazione e ricostruzione di edifici assai diversi fra loro per epoca, stile e tipologia. Il complesso, dal 1846 destinato a casa di riposo ed in origine di proprietà comunale, occupa l'area di circa cinque diverse proprietà incamerate dal comune di Ferrara, a partire dal 1629, per realizzare la conciera per pelli, nel quadro di un intervento che concentrò nella zona gli insediamenti di carattere proto industriale in cui si svolgevano lavori considerati sporchi ed incompatibili con insediamenti abitativi stabili.
LA POSTACCIA.I due principali edifici che compongono il complesso sono l'osteria dell'Angelo, poi 'postaccia", nell'attuale via Porta Reno ed i pubblici granai in via Ripagrande. Come risulta dai documenti pubblicati da Adriano Franceschini in 'Artisti a Ferrara in età umanistica e rinascimentale" i due edifici vennero realizzati, per ordine del duca Ercole I, a più riprese fra il 1477 ed il 1500 circa, sotto la supervisione di Bartolomeo Tristan, probabilmente il capomastro incaricato di seguire i lavori. In verità non è noto se nel caso dei pubblici granai si sia trattato di una ricostruzione o di una edificazione ex novo. Per capire meglio il prestigio e l'importanza di questo edificio, possiamo nominare alcuni degli ospiti illustri che vi hanno soggiornato.
Dai documenti pubblicati nell'opera succitata, vediamo che il 5 luglio 1498 vengono rimborsati a Gasparo Bertolaia oste dell'Angelo 145 lire marchesane e soldi 12 per 728 pasti forniti ai mosaicisti fiorentini Stefano e Giacomo che lavoravano alla distruzione del mosaico del vescovado. Questo mosaico, con ogni probabilità, va identificato con quello dell'arco trionfale nella cattedrale e che conteneva le iscrizioni commemorative con la data di costruzione ed il nome dell'architetto. Sempre nell'osteria dell'Angelo il 2 novembre 1506 si rifugiarono Ermes ed Annibale Bentivoglio, scacciati da Bologna riconquistata da Giulio II, con il loro seguito e ben duecento cavalli ciascuno. Essendo i due gentiluomini scomunicati, tutti i religiosi di Ferrara si rifiutarono di dire messa per costringere il cardinal Ippolito, vicario del Duca in quel momento assente, a rifiutare asilo ai due fuggiaschi.
MICHELANGELO.Nel 1529 anche Michelangelo, inviato da Firenze ad ispezionare il sistema difensivo delle mura di Ferrara, rifiutò l'allggio che il Duca gli aveva allestito in Castello e volle assolutamente alloggiare in questa osteria. Nel 1539, vi mori il pittore Gian Antonio Lodesani detto Licinio da Pordenone. L'osteria dell'Angelo rimase in proprietà degli Este finché il 25 luglio 1649, con rogito del notaio modenese Paltrinieri, Borso d'Este, figlio di Cesare e fratello di Alfonso III, duca di Modena e Reggio, non lo cedette al ferrarese Pietro Cervini in cambio di terreni in Finale Emilia.
Il Palazzo giunse agli inizi del XIX secolo in disastrose condizioni e frazionato in più proprietà finché non venne comprato dalla casa di riposo per ampliare i propri locali. Il 24 dicembre 1855 con rogito Delfini veniva acquisita la porzione di Ragione Armari ed il 5 febbraio 1857 venne acquisito, sempre con rogito Delfini, lo stabile detto il Tinello di ragione Mayr. L'edificio dei pubblici granai, che costituisce l'altro nucleo principale dell'attuale complesso, rimase praticamente inalterato per aspetto e destinazione finché, nel 1570, Alfonso II non vi fece costruire i forni pubblici affidandoli al famigerato Cristoforo Frabetti da Fiume detto lo Sfregiato. Questi aveva ottenuto la privativa sulla produzione del pane e la chiusura dell'istituzione benefica del Monte Farine causando cosi la rovina di molte famiglie ridotte all'assoluta povertà. Approfittò a tal punto della sua posizione imponendo nuove tasse e facendo incetta di grano da spingere il Popolo sull'orlo della rivolta.
Nel 1629, Alfonso III vendette l'edificio dei Granai alla Congregazione dell'Abbondanza di Ferrara che l'acquistò per trasferirvi la concia delle pelli. Nel 1643, nel cortile della nuova conciera viene costruita una vasca per la macerazione delle pelli opera degli architetti Giovan Battista Barbieri e Bartolomeo Gnoli, alimentata dal canalino di Cento e che scaricava le acque nelle fosse della città.
L'EPIGRAFE.Nel 1654, a conclusione dell'opera, venne posta un'epigrafe celebrativa tutt'ora conservata. Questa vasca venne poi spianata negli anni Settanta nel Novecento in seguito a parziale crollo delle mura. Per il primo trentennio del XIX secolo il comune smise la conduzione diretta della conciera preferendo affittarla ad imprenditori privati: Luigi Massari e la ditta Pesaro. A partire dal 1838, il comune cominciò a pensare di chiudere la conciera e destinare l'edificio ad altro scopo di pubblica utilità.
A Ferrara gli istituti di beneficenza pubblica non erano certo una novità e molti esempi li troviamo fin dal Quattrocento. Tuttavia, a differenza di quanto sarebbe accaduto nell'Ottocento, si era trattato di istituti esclusivamente destinati ad ospitare le fanciulle abbandonate a se stesse per sottrarle alla prostituzione. Con l'avvento della nuova borghesia, infatti, il quadro dell'emergenza sociale cambia completamente. La nuova piaga da sconfiggere ad ogni costo non è la prostituzione ma l'accattonaggio. A leggere la pubblicistica dell'epoca, infatti, sembrerebbe che le strade fossero diventate impraticabili per la folla di accattoni e mendicanti di ogni età e sesso che chiedevano insistentemente l'elemosina turbando cosi la quiete pubblica. Per debellare questa piaga la società dell'epoca creò due nuovi tipi di istituzioni: la casa di riposo per il sostentamento dei vecchi inabili al lavoro che non avevano nessuno per provvedere al loro mantenimento, e le case d'industria.
CASE D'INDUSTRIA.Quello delle case d'industria è uno dei capitoli più interessanti nella storia delle istituzioni 'assistenziali". All'epoca vi era la convinzione che l'unica soluzione ai problemi di sussistenza degli strati più miseri ed emarginati eliminando l'accattonaggio e la microcriminalità stesse nella creazione di appositi lavori socialmente utili. Pertanto venivano create queste istituzioni in cui i ragazzi abbandonati, i disoccupati e gli anziani ancora abili al lavoro ma senza una famiglia, venivano impiegati in lavori vari in cambio di vitto e alloggio. Nel marzo del 1840, l'avvocato Giovanni Zuffi presentò un dettagliato progetto per la fondazione di una casa di ricovero e di industria nel quale veniva proposta l'ex conciera come sede dell'Istituto.
Il 30 novembre del 1840 il Consiglio Comunale approvava la cessione ponendo come condizione l'abolizione dell'accattonaggio. Come spesso succede, la delibera rimase senza effetto e la cessione venne rimandata a tempi migliori. Il 13 dicembre 1845, vennero ottenuti dal comune in uso temporaneo i locali dell'ex conservatorio di Santa Margherita (via Romei) per ricoverarvi una ventina di vecchi inabili dei due sessi.
Contemporaneamente l'Arcivescovo Ignazio Cadolini organizzava una Commissione di Beneficenza con il compito di procedere alla creazione ed apertura dello stabilimento. Con delibera del consiglio comunale del 23 settembre 1846 l'edificio viene ceduto in uso ad Ignazio Cadolini, vescovo di Ferrara dal 1843 al 1850, in qualità di capo della succitata commissione.
Assai significativa ritengo la lettera dell'Arcivescovo, trascritta all'interno della delibera di concessione, nella quale il prelato in caso di esito favorevole garantisce l'abolizione dell'accattonaggio mostrandoci appieno la dimensione economica e sociale che il problema aveva assunto per le autorità politiche e religiose. Lo stabile veniva ceduto in uso perpetuo al nuovo istituto mentre il comune ne conservava la proprietà in cambio del pagamento delle tasse e dei livelli che gravavano sull'edificio. Al momento della deliberazione il fabbricato era appena stato affittato per un triennio ad un certo Marzi che pretendeva un cospicuo indennizzo per rescindere il contratto. Per questo si proponeva una cessione graduale del complesso man mano che fossero aumentate le necessità di spazio del pio istituto. Ultimo ad esere ceduto doveva essere l'edificio sull'attuale via Piangipane destinato a pubblico macello, dando cosi il tempo al Comune di trovare una nuova sede.
LA CESSIONE.Altra condizione essenziale doveva essere la possibilità per il comune di rientrare in possesso del fabbricato in caso di estinzione della Pia casa di Ricovero. Al punto 4 delle condizioni di cessione, infatti, si legge: «Che in relazione a ciò, non dovranno essere gran fatto notabili le modificazioni che si operanno nel fabbricato per adattarlo al nuovo uso e che in particolare sarà conservata secondo l'ufficio e stato presente, la gran vasca di muro esistente nella corte, con suoi conduttori d'introduzione e di scarico». La proposta fu approvata con 25 voti favorevoli e 1 contrario.
Il processo di cessione graduale dello stabile e ed i necesasri restauri rimandarono l'apertura del nuovo stabilimento fino al gennaio del 1848. Rimaneva ancora da cedere l'edificio del macello ormai non più funzionale. Nonostante le reiterate richieste di consegna l'Amministrazione Comunale chiese di poter trattenere i locali per le proprie necessità fino al S. Michele di quell'anno (29 settembre).
Sebbene a malincuore, questa condizione venne accettata ma, al momento della promessa consegna, il Comune si rifiutò di cedere i locali. Iniziò cosi una contesa che terminò solo alla fine del 1849 quando la casa di riposo era ormai entrata in piena attività tanto che nel primo anno di attività superò abbondantemente i duecento ricoverati.
LA TINTORIA.A Ferrara la sezione d'industria dell'istituto arrivò ben presto a comprendere una lavanderia-tintoria, una fabbrica di stuoie e legacci, un forno da pane ed infine anche la lavorazione della canapa. A questa attività nel caso di Ferrara si affiancava anche la casa di riposo vera e propria e la sezione degli alunni per i ragazzi orfani o abbandonati. L'orario di lavoro per tutti gli 'industriali" era dalle 8 del mattino alle 4 del pomeriggio ed in cambio ricevevano il vitto giornaliero ed un salario decurtato di un terzo per coprire le spese. Soltanto i vecchi inabili erano teoricamente esentati dalle prestazioni di mano d'opera.
Tra il 1861 ed il 1865 circa, al posto di due edifici di proprietà dei monasteri di S. Vito e S. Antonio in Polesine, vengono costruiti gli uffici della Congregazione di Carità e l'abitazione del cappellano. Contemporaneamente al posto di una casa di proprietà Cappelli viene costruita l'attuale cappella vicino alla casa del cappellano. Nel 1876 in uno dei corpi di fabbrica vengono insediate le scuole serali. Nel 1889 con progetto degli ingegneri Duprà e Dotti venne costruita una nuova facciata per gli edifici su via Porta Reno e via Ripagrande. Dai disegni della facciata di via Ripagrande, ora conservati nell'ufficio del Vice Presidente, sembra si sia trattato in realtà di una controfacciata addossata a quella originale. Nel 1892 grazie ad un generoso lascito di Maria Bertocchi in memoria dei genitori fu possibile ampliare e rendere maggiormente funzionale il dormitorio pubblico.
* archivista responsabile

Tito Manlio Andreoli *