Luisa Gallotti Balboni la «sindachessa» tra stima e sarcasmo


Un'insegnante, nei primi anni Settanta del secolo scorso, chiese ai suoi alunni di scuola media perché, secondo loro, Ferrara fosse stata definita la prima città moderna d'Europa. Con quella domanda, la profe intendeva introdurre un breve studio sul Rinascimento, iniziando proprio da ciò che il Burckardt aveva scritto sulla nostra città.
La scuola era la Tasso, posta al di là della Giovecca, a due passi dalla prigione del suo poeta, nonché vicina alla piazza Nova, ossia a piazza Ariostea.
E gli scolari, nella maggioranza, erano quelli destinati ai licei. Ragazzi educati che, prima di parlare, solitamente, chiedevano il permesso di farlo alzando la mano, come là ancora si usava, nonostante il Sessantotto. Tuttavia, quella volta, alcuni di essi risposero d'impulso, in coro, tanto il quesito sembrava loro banale.
«Perchè ci sono le vigilesse», esclamarono con spocchia: si sentivano sicuri della risposta mentre avvertivano di appartenere ad un luogo all'avanguardia. Difatti, al tempo di quella lezione scolastica, le vigilesse costituivano una novità. Erano gli anni in cui le donne rivendicavano a gran voce, tra l'altro, il diritto d'accesso ai lavori cosiddetti maschili da cui erano ancora escluse, vuoi per pregiudizi vuoi per vecchie leggi ancora vigenti. E, proprio da qui, forse, era scaturita l'apposita modifica della norma comunale riguardante il tipo di statura richiesta per poter accedere ai concorsi di vigile urbano, consentendo, quindi, al gentil sesso di indossare la divisa.
Tuttavia, questo fatto era solo una piccola cosa nella considerazione delle potenzialità femminili rispetto all'avvenimento tout court di circa vent'anni addietro.
Allora il nostro Comune aveva fatto ben altro: aveva, addirittura, nominato una donna alla sua stessa guida.
Ma quei giovanissimi studenti della Tasso non ne erano al corrente perché, ormai, nessuno ne parlava più, cosi i vigili urbani in gonnella apparivano loro come il top della modernità nostrana.
Nell'anno 1950 era, infatti, divenuta Sindaco di Ferrara Luisa Gallotti in Balboni, prima donna in Italia a ricoprire una carica tanto importante in una città capoluogo di provincia. A noi, però, non è dato sapere se gli alunni della Tasso di allora ne abbiano espresso vanto di modernità come i ragazzi dell'immediato post-sessantotto a proposito delle vigilesse. O, viceversa, abbiano manifestato certi pregiudizi ancor tanto radicati in gran parte della società.
Infatti, quella singolare nomina femminile aveva provocato disappunto nonché sarcasmo sulla stampa, locale e non, che fungeva da megafono agli avversari di partito della 'Sindachessa". Inoltre, non era andata del tutto a genio nemmeno a qualche dirigente del Pci, pur pubblicamente silenzioso. I sostenitori invece, ne lodavano la figura specie su 'La Nuova Scintilla". Nondimeno, anche qui, non ci è dato conoscere se questi ultimi avessero adeguatamente elaborato dentro di sè quella scelta cosi innovativa. Sappiano solo di un lapsus, sfuggito al consigliere comunista Giuseppe Ferrari allorché, anni più tardi, il Sindaco-donna si congedava dal Consiglio comunale per poter esere candidata all'elezione di Senatrice della Repubblica.
Come Zeno Cosini di sveviana memoria era arrivato tardi alle esequie del compianto cognato sbagliando, addirittura, funerale, cosi il Ferrari, elogiando l'operato del Sindaco uscente, affermava che la professoressa Balboni «aveva dimostrato come una donna non sia diversa dall'uomo».
D'altronde, l'analisi femminista sulla differenza di genere non era ancora stata maturata e anche Luisa stessa era figlia del suo tempo. Infatti, «riconosceva alla maternità un ruolo fondante dell'identità femminile» (1). Il che è vero dal punto di vista meramente biologico, ma non certo da quello antropologico-culturale.
Fu, invece, un'avversaria politica, la consigliera liberale Adolfina Melloni, nonché preside della 'prestigiosa" scuola media di cui sopra, ad esprimere alla 'Sindachessa", in quella stessa occasione, parole non sospette, del tutto scevre da pregiudizi inerenti il sesso.
Nondimeno, la Melloni non le risparmia critiche, che sono, però, di carattere puramente ideologico-politico.
Dice, infatti, di aver sentito la Sindachessa lontana, molte volte, specie quando era «pronta quasi a soffocare i sentimenti umani per difendere ostinatamente le idee del partito» mentre ne apprezza il coraggio nello «affrontare problemi onerosi, questo suo inserirsi nella vita pubblica, politica ed amministrativa, questa sua chiara dimostrazione che la donna è del tutto degna di avere i diritti degli uomini, in quanto sa affrontare e assolvere pienamente i doveri».
Attualmente, la nostra città conserva memoria di questo Sindaco fuori dell'ordinario, nel senso che più nessuna donna, dopo Luisa Gallotti Balboni, è divenuta primo cittadino di Ferrara. Una piccola strada periferica nel quartiere di via Bologna porta ora il suo nome, pur stampato su una di quelle targhe moderne che non assolvono affatto al compito di chiarezza nel mantenere il ricordo per le nuove generazioni.
Inoltre, un libro, uscito da oltre un decennio, cerca di tracciarne la figura umana e politica. Difatti, un gruppo di donne dell'Udi ferrarese, di cui Luisa è stata presidente nell'immediato dopoguerra, ha condotto una ricerca storica sulle diverse vicende del personaggio, proprio in virtù dell'eccezionalità della carica pubblica ricoperta in anni relativamente lontani.
Ne è risultato un lavoro ricco di notizie, pubblicato per i tipi di 'Spazio Libri Editori", intitolato: Una donna ritrovata. Sulle tracce di una Sindachessa, grazie anche al sostegno finanziario degli Enti locali (Comune, Provincia, Regione e piccola pubblicità Carife).
Curato da Delfina Tromboni e Liviana Zagagnoni, il libro è diviso in sezioni a firma individuale, ognuna delle quali tratta un aspetto della personalità e dell'attività politica e amministrativa di Luisa. Una ricerca complessivamente importante, anche se non scientifica nell'accezione canonica del termine, corredata di dati e di ricordi personali. Una ricerca 'di parte", che pur col suo non detto più o meno intenzionale, induce chi legge a riflettere sulla vicenda privata e pubblica di una donna che ha vissuto la sua femminilità al di là dei ruoli sessuali codificati negli anni in cui «la società cittadina era percorsa da grandi tensioni, che intrecciavano le esigenze quotidiane dettate dalla povertà diffusa, dalla mancanza di casa e di lavoro, con i grandi temi generali del rispetto della democrazia, della lotta per il disarmo e per la pace, delle profonde divisioni culturali e politiche imposte dalla guerra fredda» (2).
Luisa Gallotti nasce a Parma nel 1913. Giunge a Ferrara all'età di ventotto anni, per aver contratto matrimonio col dottor Pietro Balboni, ferrarese di nascita e di famiglia. Si inserisce, quindi, nell'ambiente cittadino del consorte che è, prevalentemente antifascista.
E' l'anno 1941. Luisa, che dispone di una laurea in lingue, si dedica all'insegnamento dell'inglese. Finita la guerra, inizia anche la sua militanza politica, tanto che in città e in provincia comincia ad essere conosciuta, ma con il nome acquisito, Balboni, unito al titolo di professoressa. E, quel titolo, non viene omesso nemmeno negli ambienti di sinistra perché quella compagna colta, elegante e di modi gentili, incute particolare rispetto e soggezione.
Cosi, nelle elezioni amministrative del 31 marzo 1946, la Nostra viene eletta consigliere comunale con 30.740 voti di preferenza. Un grande successo personale, anche se si sa come molti elettori assegnavano le preferenze.
La dirigenza della Federazione provinciale faceva giungere agli iscritti al partito un messaggio con i numeri cui assegnare preferenza (allora, nella scheda elettorale si poteva omettere il nome del candidato, era sufficiente scrivere il numero corrispondente) e la grande maggioranza si atteneva a quell'indicazione. Era il modo di agire, pur con qualche variante, non solo del Pci e del Psi, ma comune pressoché a tutti i partiti dell'arco costituzionale. Ben funzionante poiché la base degli elettori, in genere, era assai ideologizzata e riponeva grande fiducia nei rispettivi dirigenti locali e nazionali.
Due anni più tardi, Luisa diviene membro della Giunta con la carica di Assessore alla Pubblica Istruzione e Arte e, dopo altri due, è nominata Sinadco. E' il 25 marzo del 1950, l'anno santo di papa Pacelli.
Incomincia allora quella che viene detta «essere la sua gloria e la sua condanna, ciò che la rivela e nel contempo la occulta ai nostri e forse persino ai suoi stessi occhi» (3). Parole, le ultime, un po' sibilline, non adeguatamente argomentate, che sanno di politichese.
Tuttavia, noi ravvisiamo l'inizio della sua gloria nel ricevere non solo formalmente, stima e affetto da parte di molte persone. E l'inizio della sua 'condanna" soprattutto nel sarcasmo degli avversari politici e nell'azione burocratico-politica del Prefetto.
L''Avvenire d'Italia" pubblica un pungente articolo, intitolato: 'Un Sindaco in sottana estrema risorsa comunista", mentre il Prefetto non riconosce la validità di quella nomina basandosi su un cavillo procedurale. La Giunta ferrarese, allora, presenta ricorso al Consiglio di Stato mentre nomina un prosindaco.
Cosi, solo dal 5 novembre del 1951 Luisa sarà ufficialmente Sindaco, dopo il pronunciamento del Consiglio di Stato che riconosce la legalità della nomina vanificando l'atto pretestuoso del Prefetto, certo dottor Liuti. Ma, l''Avvenire d'Italia" non demorde. L'11 novembre titolerà: 'Penoso travaglio del Pci per dare il sindaco alla città. I retroscena di un'elezione in articulo mortis".
C'erano davvero dei retroscena, oppure si trattava solo di malanimo politico? Era stato, forse, il cosiddetto caso Buzzoni ad accendere la fantasia pungente degli avversari?
Giovanni Buzzoni era, difatti, sindaco dimissionario allorchè il Consiglio comunale lo sostituiva con la professoressa Balboni. Pare che si sia dimesso per via dello 'scandalo", oggi risibile, provocato da lui stesso: aveva commesso la leggerezza di fregiarsi del titolo di dottore mentre in realtà non era laureato. Egli, comunque, restava a far parte della Giunta comunale con la carica di Assessore alle finanze e al bilancio.
Nondimeno, sarà alla vigilia delle elezioni amministrative dell'anno successivo che gli accenti si faranno oltremodo infuocati e irriguardosi. L''Avvenire d'Italia", il 4 maggio 1952, titola: 'Dopo gli scandali Buzzoni e Curti irreperibile nel Pci un terzo uomo".
Ma, nonostante l'aspra campagna eleettorale, Luisa Gallotti Balboni sarà riconfermata sindaco, forte di 37.918 voti di preferenza.
Allora, il 'Giornale dell'Emilia", il 14 giugno 1952, arriverà a scrivere: «E' evidente che anche i prossimi anni la professoressa Balboni rinuncerà ad usare del proprio cervello in favore di chi, rimanendo nell'ombra, muove i fili a cui essa è appesa".
In altri termini, il suddetto giornale lasciava intendere, in modo alquanto irriverente, che il vero sindaco di Ferrara continuava ad essere Giovanni Buzzoni mentre la professoressa Balboni altro non era che un paravento.
C'era qualcosa di vero in queste affermazioni cosi crude nonchè offensive?
Le autrici del libro su menzionato mettono doverosamente in evidenza, elencandole in parte, le opere realizzate su iniziativa della Sindachessa stessa, le quali si estendevano a ventaglio, anche se la scuola, la cultura, l'assistenza alla maternità e all'infanzia, il lavoro e la ricostruzione erano i campi privilegiati. E, allo stesso tempo, non sottovalutano gli apporti da parte di Assessori esperti, quali Buzzoni, appunto, Giovanni La Corte e Mario Roffi.
Inoltre, mettono giustamente in risalto come proprio l'essere donna del Sindaco, signora dai modi pacati ma fermi, abbia mitigato l'aggressività verbale dei consiglieri comunali dei diversi partiti, quasi tutti di sesso maschile.

Bruna Bignozzi